(di Michele Serra – repubblica.it) – La conversione al cristianesimo di Luca Casarini merita molto rispetto, è una conversione sul campo, anzi sul mare, salvando i migranti alla deriva. Niente di ideologico o di teologico, semmai l’esito di una pratica materiale di fraternità e di soccorso.

Mi ha colpito che Casarini, nella bella chiacchierata con Francesco Bei su Repubblica, dica questo: «Il grande errore dell’illuminismo e della sinistra è l’aver pensato che l’uomo coincidesse con i suoi bisogni economici… abbiamo approfondito molto il tema dell’eguaglianza e quello della libertà, ma ci siamo dimenticati della fraternità, che non può essere solo la cittadinanza. Cos’è questo sentire l’altro come fratello? È ovvio che ti serve la trascendenza per poterlo capire».

Ecco: perché, per provare il sentimento della fraternità, si debba «trascendere», che significa travalicare la realtà materiale, cercare “più in là” o “più in alto” il senso delle cose, è un concetto che mi è sempre sfuggito. Essere tutti figli dello stesso Dio piuttosto che dello stesso destino (nascere, campare e morire sul pianeta Terra) in che cosa muta la percezione degli altri umani? Necessita un Padre, per sentirsi fratelli, o basta Madre natura? Perché mai un ateo dovrebbe essere “meno fraterno” di un credente, e viceversa?

Casarini è un figlio del profondo Veneto, e sa bene che per molti ferventi cattolici i migranti possono tranquillamente sprofondare nel mare. Non credo sia la percezione di Dio o la sua negazione a generare differenze così profonde nella maniera di rapportarsi agli altri umani. Se è fuori di dubbio che il grande edificio della solidarietà, senza il mondo cattolico, sarebbe infinitamente più fragile, è possibile amare il prossimo, e non fargli ciò che non vorresti fosse fatto a te, non perché credi in Dio, ma perché credi nel prossimo.