La polemica. Nei libretti di via Solferino prevale Fallaci (per questo i parenti del giornalista avevano detto di no alla ristampa degli articoli)

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] La censura più insidiosa è, come è noto, l’autocensura. Quella che spinge a tacere, rimuovere o dire il falso. Perfino a manipolare la propria stessa storia, per apparire più in sintonia con il presente (non importa quanto nero), e con il potere (ancora, non importa quanto nero). È questa la morale della scandalosa operazione editoriale del Corriere della Sera nei due libretti stampati per il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre: Oriana Fallaci, Tiziano Terzani: il confronto. Tanto scandalosa che la famiglia Terzani aveva disapprovato esplicitamente il senso dell’intera operazione, facendo ribadire per iscritto, in una ultima mail del 1º settembre, “il no degli eredi Terzani alla pubblicazione”. Incredibilmente, il Corriere ha deciso di passare come uno schiacciasassi sulla volontà dei legittimi rappresentanti dell’eredità letteraria del suo grande giornalista. I Terzani contestano, a ragione, il carattere manipolatorio dell’operazione: “Manca – scrivono – il primo articolo di Terzani del 15 settembre che iniziò il dibattito, e ciò distorce in maniera essenziale la prospettiva del dibattito stesso”. Il fine della distorsione è dare il posto d’onore a Oriana Fallaci, spingendo il lettore (come fa il “Corriere” di oggi) a identificarsi nel suo punto di vista, minorizzando invece quello di Terzani in un controcanto di risposta. Il libro si apre, appunto, con il famigerato editoriale di Fallaci (29 settembre 2001) su La rabbia e l’orgoglio come se prima non ci fosse stato nulla; nel titolo, Fallaci viene prima di Terzani, e anche l’imbarazzata prefazione del direttore di allora, Ferruccio de Bortoli, presenta gli articoli di Terzani come “risposte a La rabbia e l’orgoglio”. Ebbene, non fu così. Solo cinque giorni dopo l’11 settembre, mentre Bush già annunciava la crociata contro l’Islam, Terzani intervenne con straordinaria lucidità: proprio quella che viene negata al lettore del Corriere di oggi, che non deve nemmeno sospettare che idee tanto pacifiste, e tanto svincolate dalla retorica dell’Occidente-luce-del-mondo, ebbero un giorno posto su quella prima pagina. Terzani ruppe il suo lungo silenzio per dire che la tragedia dell’11 settembre non andava solo condannata, ma anche compresa: “Ciò non significa confondere le vittime con il boia, significa solo rendersi conto che, se vogliamo capire il mondo in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme, e non solo dal nostro punto di vista”. Il che voleva dire che non si poteva guardare a quel bombardamento sull’America senza guardare anche a tutti i bombardamenti dell’America su paesi islamici: ancora una volta non per giustificare, ma per comprendere. E, una volta compreso, per rendersi conto che la reazione non avrebbe potuto essere un’azione compiuta da noi (occidentali) contro gli altri (l’islam): ma, al contrario, una profonda azione su noi stessi, un cambiamento, una rivoluzione. Così, Terzani proponeva di ribaltare la prospettiva: l’unica reazione sensata alla tragedia dell’11 settembre sarebbe stata non la guerra, ma la pace: “Questo è il momento di fare finalmente la pace, a cominciare da quella tra israeliani e palestinesi”. E aggiungeva: “Se davvero crediamo alla santità della vita, allora dobbiamo credere alla santità di tutte le vite”, perché “finché penseremo di avere il monopolio del bene, fino a che parleremo della nostra come della civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. “Più che rimuovere i terroristi – ragionava – sarebbe più saggio rimuovere le ragioni” che spingevano tanti giovani a immolare la loro vita suicidandosi in folli e mostruosi attentati suicidi. Terzani sapeva bene come sarebbe andata a finire: “E invece guerra sarà”. La guerra era di fatto già cominciata, nella testa e soprattutto nelle viscere dei commentatori occidentali: quelli italiani, seguendo un copione eterno, reagirono massacrando non le idee, ma la persona di Terzani, definito (come se fosse un’offesa!) un “profeta disarmato” da Mario Pirani su Repubblica, e addirittura “una persona dalla faccia orientalizzata” da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera. Gli attacchi a Terzani si moltiplicarono, culminando proprio nella sguaiata risposta che Oriana Fallaci pubblicò sul Corriere il 29 settembre con il titolo trash La rabbia e l’orgoglio: la più invasata e fanatica chiamata alle armi per una guerra di civiltà che difendesse i valori occidentali da una non-cultura, quella islamica, che secondo l’autrice meritava solo disprezzo. Una tirata a tratti esplicitamente razzista, in cui le moschee italiane venivano dette piene di “mascalzoni” in attesa di far saltare in aria la Cupola di San Pietro, e che legava oscenamente immigrazione e terrorismo, invocando la difesa dell’identità italiana: insomma un manifesto di quelle che già erano, e ancor’oggi sono, le più estreme posizioni delle più estreme destre occidentali, spesso neofasciste o neonaziste.
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Oggi, venticinque anni dopo, paghiamo ancora il prezzo del fatto che prevalsero le idee di Fallaci, e non quelle di Terzani. Ed è tanto evidente che perfino un presidente americano purtroppo non certo sospettabile di ‘pacifismo’, Joe Biden, dopo il 7 ottobre 2023 ammonì inutilmente Netanyahu in questi termini: “Ma vi avverto: anche se sentite questa rabbia, non lasciatevi consumare da essa. Dopo l’11 settembre, negli Stati Uniti eravamo arrabbiati. E mentre cercavamo giustizia e l’abbiamo ottenuta, abbiamo anche commesso degli errori… La grande maggioranza dei palestinesi non è Hamas. Hamas non rappresenta il popolo palestinese”. Terzani lo aveva scritto non 22 anni, ma cinque giorni dopo l’11 settembre: “Dipende da quel che noi faremo, da come reagiremo a questa orribile provocazione, da come vedremo la nostra storia di ora nella scala della storia dell’umanità, il tipo di futuro che ci aspetta”. Il lucido realismo di questa visione fu allora giudicato inerme pacifismo, anzi quasi intelligenza col nemico e tradimento, mentre l’assatanata predica della crociata di Fallaci parve l’unica strada giusta: ma era il suicidio morale dell’Occidente, nelle cui conseguenze siamo oggi immersi fino al collo.
[…] Rispondendo, qui davvero, alla Fallaci, Terzani affermò con forza che “in questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace”. Per il blocco di interessi che il Corriere della Sera di oggi rappresenta, è invece ancora un crimine: al punto di truccare le carte, nascondendo quel primo, cruciale articolo di Terzani. Un articolo che oggi, su quelle pagine così in sintonia con i nazionalismi armati e le loro guerre, non uscirebbe mai.
La visione manichea e razzista che vede le uccisioni e i conseguenti lutti divisi dalla presunta civiltà . La nostra elevata e superiore ci fa soffrire tantissimo per la dipartita dei mostri congiunti specialmente prima del tempo e per azione criminosa mentre quelle degli altri ,anche se stragrantemente numerose procurate dai nostri interventi bellici, non procurano altrettanta sofferenze perché chi li subisce non ha la nostra sensibilità. Fallaci, ma vai a fare in c..
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