Alla premier piacerebbe avere il giornalista nel servizio pubblico: restituirebbe blasone dopo il caso Ranucci-Lavitola. Per il direttore del Tg La7 sarebbe un ritorno nella tv dove ha iniziato

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – E se Enrico Mentana tornasse in Rai? Scorrete gli account social di FdI, che rilanciano le sue parole a Cortina (“o La 7 si apre per fare qualcosa vista da tutti o penso che posso fare altro nella vita”). Leggete il malessere del direttore del Tg La7 e la fine ormai annunciata del suo contratto con Urbano Cairo. A Meloni piacerebbe avere Mentana in Rai. Non è un’indiscrezione. E’ un pensiero limpido ed è suffragato dai fatti. Quando Meloni ha accettato di intervenire a La7, prima delle elezioni regionali, ha scelto Mentana per farlo. Quando si chiede ai parlamentari di FdI quale giornalista televisivo viene ancora ritenuto autorevole, e non si intende amico o fedele (di quelli si abbonda), la risposta è: Mentana.
Il suo contratto si conclude a fine dicembre e Meloni guarda con attenzione al prossimo talk di prima serata della Rai. La stampa di destra è già militarizzata, preparata alle elezioni solo che in Rai occorre altro. Un talk verrà affidato a Roberto Inciocchi ma il pensiero, e neppure così nascosto della destra, è che il ritorno di Mentana in Rai restituirebbe blasone, tanto più dopo la vicenda Ranucci-Lavitola. Chi si occupa di televisione, a destra, ritiene che Mentana “in Rai potrebbe fare tutto”. E si ripete: tutto. A novembre, dopo la legge elettorale, il governo vuole approvare anche la riforma della Rai. Si azzera la governance e la destra potrà esprimere i vertici che guideranno l’azienda nel futuro. Mentana vuole continuare a fare giornalismo. Due sono le alternative accreditate, almeno finora: la nuova televisione dell’editore di Repubblica (con una rete ancora da trovare) e il ritorno a Mediaset, alla guida del Tg5. L’impensabile è la Rai, la televisione dove Mentana ha iniziato, la televisione pubblica, la sola che potrebbe costruire intorno a Mentana un racconto. Una televisione che Mentana potrebbe “dirigere” e il senso della parola è molteplice.
Mentana, ovvero il giornalista più sopravvalutato del globo terracqueo (per usare un termine caro a Giogggia)
"Mi piace"Piace a 3 people
Il moscolone avanza con l’eta’ e serve un ricambio 🤔
"Mi piace"Piace a 1 persona
l’ovile naturale del pecorone…motivo di più per non stare a vedere la RAI(ente pubblico?) servizio ai privati pagato dai cittadini.
"Mi piace"Piace a 1 persona
…
IL PORTAVOCE M5S ROCCO CASALINO
Michele Dambra ·
·
FINALMENTE E DEVO DIRE CON PIACERE, NOTO CHE ANCHE ALTRI CITTADINI SI STANNO SVEGLIANDO SU COME MENTANA ESERCITA LA SUA PROFESSIONE DI GIORNALISTA, AUTO-ATTRIBUENDOSI UNA PATENTE DI ARBITRO DEL PLURALISMO CHE NESSUNO GLI HA MAI DATO, E SECONDO ME…. A RAGION VEDUTA, VISTO LO SBILANCIAMENTO DEL SUO TELEGIORNALE A FAVORE DELLA DUCETTA, DI ZELENSKY E DELL’UCRAINA !! ED IO INSISTO SU QUESTO PUNTO, PERCHE L’INFORMAZIONE LIBERA E NON DI PARTE, E’ IL PILASTRO PORTANTE DI UNA VERA DEMOCRAZIA ! AMICI… LEGGETE ATTENTAMENTE QUESTO BELLISSIMO ARTICOLO E CAPIRETE MEGLIO COSA DICO ! ———————————————— Paolo Consiglio Mentana minaccia l’addio a La7 in nome del pluralismo. Ma chi gli ha dato la patente di arbitro dell’informazione italiana? Enrico Mentana mette le condizioni. Il suo contratto con La7 scade il 31 dicembre 2026 e, parlando del proprio futuro al festival Una Montagna di Libri di Cortina, ha lanciato un aut aut: o La7 “si apre” a un pubblico più ampio, oppure lui se ne va. Secondo Mentana, la rete avrebbe perso pluralismo e dovrebbe cambiare rotta. Benissimo. Mentana può restare, andarsene, tornare a Mediaset, inventarsi un’altra tv o fare maratone elettorali fino a cent’anni. Ma prima di trasformare il suo eventuale addio in una questione nazionale sulla libertà dell’informazione, c’è una domanda semplice: chi ha deciso che Mentana sia diventato l’arbitro del pluralismo italiano? Perché Mentana non si è limitato a parlare del suo Tg _ Il primo giugno ha definito La7 «la nuova Rai3» e «la tv anti-Meloni», sostenendo che «un elettore del centrodestra non può sentirsi a casa». Secondo lui, i programmi serali avrebbero «la stessa impostazione, gli stessi ospiti, lo stesso orientamento». Critica legittima. Ma se ti presenti come custode del pluralismo, devi accettare che qualcuno guardi anche come tu stesso pratichi quel pluralismo. Torniamo al 5 giugno 2024. Giorgia Meloni arriva a sorpresa nello studio del TgLa7. Pochi giorni prima aveva ironizzato sulla rete e sui suoi conduttori. Mentana aveva davanti la presidente del Consiglio, nel pieno della campagna elettorale: l’occasione perfetta per fare giornalismo vero, duro, incalzante. Non è successo. Quello che abbiamo visto è stato un colloquio pieno di battute e siparietti. Si scherzò persino sull’«incontinenza» e sull’essere «nana». Alla fine Mentana salutò la premier con un: «Spero di rivederla su La7». Il problema è giornalistico: mentre l’atmosfera diventava cordiale, alcune affermazioni della premier su salari, sanità e altri temi meritavano un controllo molto più serrato. Pagella Politica verificò il giorno dopo e concluse che Meloni aveva detto «alcune cose parziali o altre non supportate dai fatti». E allora il pluralismo non è mettere destra e sinistra davanti a una telecamera e contare i minuti. Il pluralismo è contraddittorio, verifica, contestazione dei numeri, capacità di fermare il politico quando spaccia una ricostruzione discutibile per un fatto. Altrimenti non è pluralismo: è distribuzione del tempo televisivo. E poi c’è Gaza. Qui la questione diventa ancora più seria. Nel maggio 2025, al Festival della Tv di Dogliani, Mentana ha riconosciuto che nella Striscia si stavano commettendo crimini di guerra. Ma subito dopo ha tracciato una linea invalicabile: «Non si parli però di genocidio». Per sostenerlo ha usato questo argomento: «ancora oggi dal Giordano al Mediterraneo vivono più palestinesi che israeliani». Ha aggiunto che il genocidio sarebbe «la pianificazione sulla carta dello sterminio di un intero popolo», richiamando quello nazista. Ed è qui che il grande arbitro dell’informazione inciampa. La Convenzione ONU sul genocidio non richiede affatto che un popolo sia già stato sterminato o sia diventato minoranza numerica. La definizione riguarda atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Il rapporto numerico tra palestinesi ed ebrei non è un criterio giuridico. Eppure Mentana pronunciò quella frase come fosse un verdetto: «Non si parli di genocidio». Ecco perché la sua lezione sul pluralismo oggi suona stonata. Perché pluralismo non significa chiudere una discussione complessa con un argomento che non regge sul piano del diritto internazionale. Nel frattempo la questione di Gaza è andata molto oltre i salotti televisivi italiani. Organismi delle Nazioni Unite, esperti internazionali, organizzazioni per i diritti umani e studiosi hanno utilizzato apertamente la parola «genocidio» per descrivere quanto avvenuto nella Striscia. Liquidare tutto con «ci sono più palestinesi che israeliani» non era equilibrio: era un argomento inconsistente. Questo non cancella la carriera di Mentana. Ha fondato il Tg5, ha rilanciato il TgLa7, ha trasformato le maratone elettorali in un proprio marchio televisivo. Ma una grande carriera non consegna una patente permanente di infallibilità. E non autorizza nessuno a presentarsi come il metro del pluralismo italiano. C’è poi un punto che Mentana evita: La7 è una rete privata. Non è la Rai. Non ha obblighi di servizio pubblico. Ha una linea editoriale, un pubblico, dei conduttori. Mentana stesso ha riconosciuto che Cairo gli ha sempre garantito «massima libertà». Dov’è lo scandalo? Se La7 ha un pubblico critico verso il governo Meloni, è discutibile, criticabile, contestabile. Ma non è la prova di una crisi del pluralismo nazionale. Attribuire a una tv privata il compito di rappresentare tutto l’arco politico è semplicemente sbagliato. E soprattutto: La7 non è Mentana. La rete continuerà a esistere anche senza di lui. Cairo non ha parlato di tragedie: ha ricordato che il contratto scade e che si vedrà se ci sarà interesse reciproco a continuare. Succede. I contratti finiscono. Anche quelli dei direttori storici. Circolano ipotesi su un ritorno a Mediaset. Vedremo. Ma se un giorno dovesse tornare nell’azienda della famiglia Berlusconi, sarà interessante capire come verrà declinata lì la battaglia per il pluralismo che oggi considera imprescindibile. Perché nessuno è indispensabile. Nemmeno Enrico Mentana. Il giornalismo italiano esisteva prima di lui ed esisterà dopo di lui. La7 esiste oltre il TgLa7. E il pluralismo non è un marchio personale. Mentana ha tutto il diritto di criticare la propria rete. Ha tutto il diritto di porre condizioni. Ha tutto il diritto di ritenere La7 troppo uniforme. E Cairo ha tutto il diritto di rispondergli sì o no. Quello che non convince è trasformare una trattativa professionale in un referendum sull’informazione italiana: o il pluralismo secondo Mentana, oppure Mentana se ne va. Benissimo. Se ne può andare. Non succederà nulla di apocalittico. Il TgLa7 troverà un altro direttore. Le elezioni saranno raccontate. La politica sarà discussa. Gli italiani continueranno a informarsi. E qualcuno scoprirà che il pluralismo non coincide con la presenza permanente di Enrico Mentana davanti a una telecamera. Il problema non è stabilire se Mentana sia un bravo giornalista. Il problema è un altro: una lunga carriera non trasforma nessuno nell’arbitro dell’etica giornalistica italiana. Tanto meno quando nella propria storia recente ci sono un’intervista alla presidente del Consiglio giudicata “accomodante” e una lezione su Gaza che pretendeva di chiudere la questione del genocidio con un argomento che non corrisponde al diritto internazionale. Il pluralismo è confronto. È contraddittorio. È controllo del potere. È rigore. È disponibilità a sottoporre anche le proprie convinzioni allo stesso vaglio che si pretende dagli altri. Non è una patente che ci si assegna da soli. Mentana dice: pluralismo o addio. Va bene. Il pluralismo teniamocelo. Quanto all’addio, sopravviveremo. Paolo Consiglio
"Mi piace"Piace a 2 people