Sugli aiuti all’Ucraina e sui fondi per la difesa nessuna coalizione è senza peccati. Delle divisioni del centrosinistra si è discusso a lungo. Ma che dire di chi governa insieme da oltre quattro anni?

Roma, 5 agosto: la protesta dei deputati di Futuro Nazionale

(di Francesco Bei – repubblica.it) – Sugli aiuti militari all’Ucraina e sul ricorso eventuale ai fondi europei del Safe per la difesa, nessuna coalizione è senza peccati. Delle divisioni del centrosinistra, dopo l’uscita di Giuseppe Conte che ha proposto di risolvere la questione a colpi di primarie, si è discusso a lungo.

Esiste una differenza profonda, inutile nasconderlo, che non investe tanto l’opportunità di continuare a spedire armamenti, quanto l’idea che l’Ucraina sia diventata anche altro, il simbolo della resistenza all’oppressione, della democrazia che non si piega alla forza bruta dell’invasore, della difesa dei valori su cui si fonda la stessa Unione europea.

Su questo ci si continua a dividere nel campo progressista. Non è poco, anche perché le questioni che riguardano i principi ultimi, per definizione non negoziabili, sono le più difficili da risolvere. Ma se è giusto fare le bucce e pretendere chiarezza da chi si candida a governare, che dire di chi governa insieme da oltre quattro anni?

L’Italia, nel silenzio generale, di armi non ne invia più dal 2025, un po’ perché gli ucraini, in un conflitto basato sui droni, non sanno che farsene dei nostri carri arrugginiti, un po’ perché Meloni, che subisce il martellamento pacifista di Vannacci e la pressione di Salvini, ha raffreddato di molto la sua spinta pro-Kiev. Tanto che non abbiamo acquistato sistemi americani di difesa per l’Ucraina con il meccanismo Purl (Prioritized Ukraine Requirements List), né abbiamo ancora onorato l’impegno finanziario per Kiev stabilito al recente vertice Nato di Ankara.

Vogliamo parlare del fondo Safe? Se i riformisti del Pd hanno fatto rumore per la decisione di non sostenere la mozione unitaria del centrosinistra, perché a loro dire troppo contiana, i veri stracci sono volati nel centrodestra, tanto da costringere i capigruppo di maggioranza a modificare fino all’ultimo la risoluzione, dopo le proteste di Claudio Borghi e, ancora, di Matteo Salvini, contrari a vincolarsi a un meccanismo europeo per gli investimenti sulla difesa.

Tutto questo per dire che la purezza ideologica, l’ortodossia programmatica che si pretende dal centrosinistra, è tutto fuorché acquisita dal centrodestra, che si presenta altrettanto disunito sulla politica estera. L’unica, vera, differenza tra le due coalizioni è che, per un lungo tratto della legislatura, alla fine dei conti Meloni è spesso riuscita a imporre la sua linea con la forza dei numeri. Ma proprio la vicenda Ucraina, e il ricorso eventuale al contestato Safe, dimostrano che le cose stanno cambiando anche a destra.

Il centrosinistra è diviso? Può darsi, su alcuni temi di politica estera (alcuni, o forse uno solo) restano le differenze di cui si diceva prima. Senza minimizzarle, è tuttavia importante ricordare che è dal 2022 che i partiti che ne fanno parte si oppongono insieme al governo Meloni, spesso presentando proposte legislative unitarie.

Il centrodestra, vincente solo grazie a una riffa elettorale fortunata, nel 2022 nemmeno esisteva: Forza Italia e Lega governavano insieme a Draghi, sostenevano l’esecutivo di salvezza nazionale con i Cinque Stelle e il Pd, mentre i Fratelli d’Italia se ne stavano da soli all’opposizione. Non c’era quindi un programma comune — tra Salvini che proponeva l’abolizione della Fornero, Meloni il blocco navale, Tajani la rivoluzione liberale — e non c’era nemmeno la coalizione, almeno fino a poche settimane prima del voto.

Sarebbe confortante svegliarsi domani mattina scoprendo che i problemi sulla politica estera sono risolti, ma dopotutto basta sollevare un po’ lo sguardo per capire che il mondo progressista è attraversato da dilemmi simili in tutte le democrazie. Negli Stati Uniti, per restare alla giornata di ieri (mercoledì 5 agosto), Abdul El-Sayed ha conquistato in Michigan la candidatura dem per il seggio al Senato, sconfiggendo — con una piattaforma pro Pal che da noi nemmeno Francesca Albanese — la rivale moderata Haley Stevens, sostenuta da gruppi pro Israele. Ma alle prossime elezioni entrambi voteranno contro Trump, non bisogna scandalizzarsi.

La verità è che il bipolarismo italiano convive da più di trent’anni, da quando è stato adottato un sistema elettorale ibrido — maggioritario e proporzionale insieme — con un bug perenne, un malware che infetta entrambe le coalizioni e le costringe a imbarcare di tutto pur di vincere.

Soltanto in Italia la legge elettorale — non solo l’attuale o la futura, anche le precedenti — è stata disegnata per premiare le coalizioni prima del voto, vuoi con i collegi uninominali, vuoi con il premio di maggioranza, nessun altro grande paese europeo funziona così. Visto che con un voto in più si prende tutto, è chiaro che bisogna tenere le porte aperte a tutti, per quanto possibile, per sperare di governare. Se la regola è questa, chi non la rispetta si condanna da solo. È aritmetica, non è politica.