Tre italiani su quattro seguono regolarmente i casi più efferati. Non una nicchia, ma un fenomeno di massa

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – C’è un rito collettivo che gli italiani celebrano ogni giorno, tra un telegiornale e l’altro, tra uno spuntino e un aperitivo, tra un talk show e il suo approfondimento serale quello di seguire, quasi con devozione, i casi di cronaca nera. Secondo i dati di Only Numbers tre quarti degli italiani seguono programmi, podcast o contenuti dedicati alla cronaca nera, agli omicidi, ai femminicidi e lo fanno con una certa regolarità (74,3%). Una cifra che, insieme alla somma degli ascolti, basta a fotografare un fenomeno di massa. Non si tratta più di una nicchia per appassionati del giallo, ma di un vero e proprio fenomeno di massa, che attraversa fasce d’età, estrazioni sociali e sensibilità politiche diverse. Un rito che riguarda ormai ogni piattaforma, dai canali tradizionali ai podcast.

Le motivazioni, quando vengono esplicitate, raccontano già una parte della storia. Un cittadino su tre (29,6%) ammette che a spingerlo è semplicemente la curiosità, quel bisogno, antico quanto l’uomo, di capire «come è potuto succedere». Sì, perché spesso, in questi tragici fatti i protagonisti sono quei “bravi ragazzi” della porta accanto, quelli che escono con i nostri figli, che incontriamo per strada ogni giorno, così, se si riesce a comprendere la dinamica del delitto – un movente, un contesto, una devianza…, inconsciamente ci si può convincere che a “noi” non potrebbe accadere, perché “noi” non abbiamo quelle caratteristiche. C’è poi chi si dichiara affascinato dal meccanismo investigativo e giudiziario (17,9%), dal modo in cui si costruisce una prova, si smonta un alibi, si arriva – o non si arriva – a una verità processuale. Per il 42,8% degli intervistati il crime rappresenta semplicemente la moda del momento, in grado però di assuefarci e trasformarci. Sono motivazioni comprensibili, quasi rassicuranti nella loro razionalità.
La cronaca nera crea la domanda
Tuttavia, la ragione più inquietante non è tra quelle dichiarate, ma è quella che emerge quando si osserva la costruzione stessa dei palinsesti. La cronaca nera non risponde solo a una domanda, la crea. I contenitori televisivi che trattano questi temi occupano fasce sempre più ampie, diventando essi stessi intrattenimento puro, format ricorrenti con la propria drammaturgia, i propri protagonisti fissi, i propri tempi narrativi. Non si tratta più di informare su un fatto, ma di trasformare il dolore altrui in prodotto seriale, generando un circolo che si alimenta da solo. Ed è proprio qui che il quadro assume i contorni di un vero e proprio cortocircuito. I programmi di cronaca nera sono ormai presenti in tv praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro. Il pubblico li segue, gli ascolti salgono, e più crescono le percentuali dello share, più questi contenuti si moltiplicano. Un circolo vizioso in cui la moda del momento, il caso mediatico che “tira”, diventa il principale criterio editoriale. I medesimi crimini vengono trattati e ritrattati, sezionati con un’insistenza che in determinati casi ha ben poco di giornalistico e molto di morboso, fino a saturare il dibattito pubblico attorno a due o tre vicende alla volta, spesso a scapito di tutto il resto. Il paradosso è che gli stessi cittadini che alimentano questo meccanismo con la loro attenzione ne percepiscono con lucidità gli effetti collaterali. Quasi un cittadino su due (46,3%), infatti, è convinto che questi programmi stimolino e amplifichino un senso di insicurezza che nella nostra società è già ampiamente diffuso, una percezione che, come sappiamo dai dati oggettivi su criminalità e sicurezza, va spesso oltre il ragionevole, disallineandosi dalla realtà.
L’influsso sulla giustizia
A volte sembra quasi che si formino dei veri e propri filoni tematici, casi che per un periodo si moltiplicano nell’agenda mediatica – pensiamo ai bambini aggrediti dai cani, o a omicidi commessi con le stesse identiche efferate modalità – quasi si trattasse di un’onda emulativa più che di un reale incremento statistico del fenomeno. Non è il crimine ad aumentare, quanto la sua rappresentazione mediatica. Ancora più significativo è che il 41,0% degli intervistati intravede una vera e propria commistione tra queste trasmissioni e l’apparato della giustizia.
L’idea che il racconto televisivo non si limiti a seguire i processi, ma finisca per influenzarli, anticiparli, in qualche misura condizionarli, è il segno di una sfiducia diffusa verso il delicato confine tra il piano mediatico e quello giudiziario. Uno specchio del nostro Paese, non una moda passeggera, ma uno squarcio su chi siamo e su chi stiamo diventando. Il dato più importante, però, è forse l’ultimo dove mette in evidenza che per il 56,2% dei cittadini intervistati, il successo di questi programmi non è un capriccio del pubblico, né una semplice tendenza televisiva, ma lo specchio di tutti i problemi irrisolti della nostra società. Un confronto tra sicurezza percepita e sicurezza reale, tra giustizia e fiducia nelle istituzioni che dovrebbero amministrarla. Una disuguaglianza sociale che spesso è il retroterra silenzioso di molti dei casi raccontati. E, non ultimo, un rapporto con la morte che la modernità ha rimosso dalla vita quotidiana e che, forse proprio per questo, torna a bussare attraverso lo schermo, in forma di cronaca. Ci troviamo di fronte a una società che ha bisogno di guardare ciò che teme, quasi per esorcizzarlo, ma che nel farlo rischia di restarne prigioniera. Una società che chiede verità e giustizia, ma che rischia di accontentarsi del loro racconto spettacolarizzato. Un Paese che cerca sicurezza, ma finisce per nutrire proprio quella paura che dice di voler combattere.
Non si tratta di un pubblico ingenuo o manipolato inconsapevolmente. È un pubblico che sa di essere dentro un meccanismo particolare, e che ci resta lo stesso. Non ignoranza, ma piuttosto una forma di dipendenza collettiva consapevole il che è molto più serio di una semplice disinformazione. La cronaca nera in tv, in fondo, non crea questi problemi, ma li rivela. Un’Italia che, guardando il crimine, guarda sé stessa. Uno specchio, non una causa. Il vero caso da indagare, allora, non è più (solo) quello raccontato in prima serata, è il motivo per cui, giorno dopo giorno, continuiamo a restare incollati allo schermo.
Cara Ghisleri…a chi lo vai a raccontare…te lo dico io cosa è il tutto: propaganda per distrarre il cittadino da problemi più seri!
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