Nuovo boom del petrolio per colpa della Terza guerra del Golfo e il governo cosa ha fatto per evitare l’aumento del costo della benzina? Niente, tranne le solite toppe (come il taglio temporaneo delle accise). Vi spieghiamo cosa dovrebbe fare ora la maggioranza e cosa dovremo fare tutti molto presto, se non vogliamo rischiare in eterno

(di Andrea Muratore – mowmag.com) – C’è una costante della politica italiana che accompagna ogni fase di crisi energetica: il dato strutturale di problematiche globali come quella emersa oggigiorno dalla Terza guerra del Golfo e dal nuovo boom del petrolio seguito alla ripresa degli scontri tra Usa e Iran si scontra con la realtà concreta delle persone. Molto banalmente: difficile spiegare con la grande geopolitica globale il diesel o la benzina sopra i due euro al litro in un Paese che fa della mobilità automobilistica e su gomma un perno della strategia di connettività. Da qui il ricorso a strumenti operativi che, giocoforza, sono di breve periodo: il taglio temporaneo delle accise è la misura-regina di questo tipo. Una misura sbagliata? Non è detto. Ma sicuramente una misura che per natura sconta un respiro stretto.
Lo conferma il fatto che il governo Meloni sta pensando di mettervi nuovamente mano dopo che a inizio luglio era scaduto, riprendendo il meccanismo delle accise mobili: si sterilizza con le entrate Iva e l’extragettito di un periodo il taglio delle tasse che gravano sui carburanti in quello successivo. Un’attenta analisi di Today, però, ci ricorda che il diavolo è nei dettagli: “nelle ultime rilevazioni, l’extragettito non c’è” e, anzi, guardando al rapporto sulle entrate dello Stato a maggio, “la diminuzione è di 539 milioni di euro in meno, il 5,8 per cento in meno rispetto al mese precedente”. Dati alla mano, dunque, sarebbe necessario aspettare dati più consolidati per aprire la strada a un uso strutturale del meccanismo delle accise mobili. Lo confermano quanto scrive “Il Tempo”, che ricorda che probabilmente le accise mobili saranno nuovamente introdotte avendo a disposizione i dati di luglio, a inizio agosto, e quanto riporta Il Sole 24 Ore, secondo cui nel breve periodo ci sarebbe spazio solo per una misura-ponte di breve cabotaggio.

Lo scenario, dunque, è articolato e racconta di una realtà concreta in cui l’Italia si trova a muoversi: sul fronte energetico, la dipendenza dall’estero impone di essere sulla difensiva nei periodi di crisi. Giorgia Meloni ha imparato a capirlo negli anni: è salita al governo pochi mesi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e ha affrontato la tempesta energetica del 2022-2023 contribuendo a disaccoppiare l’Italia dalle forniture russe e spingendo la ricerca di produttori alternativi di gas naturale, ora deve affrontare l’aumento vertiginoso dei carburanti che è per molti cittadini un proxy dell’inflazione che rischia di rosicchiare potere d’acquisto e prospettive future. Il tema è che la coperta è estremamente corta: al Ministero dell’Economia e delle Finanze guidato da Giancarlo Giorgetti, infatti, spetta il compito di capire quante risorse saranno a disposizione di possibili manovre che potrebbero fornire sollievo in un contesto ove tra effetto-Hormuz e esodo agostano si prevede un aumento netto della spesa alla pompa dei cittadini italiani.
Il Codacons stima in +1,9 miliardi di euro, per un totale di 10,8, la spesa a luglio e agosto dei cittadini nel 2026: un dato che va tenuto in considerazione e può portare con sé conseguenze politiche. Al tempo stesso, però, a Via XX Settembre dovranno pesare con cura l’uso di ogni singolo euro: la stagione della Legge di Bilancio si avvicina e le risorse saranno poche, visto il problema del debito pubblico, il mancato raggiungimento del target di un livello di deficit rispetto al Pil inferiore al 3% che non libera risorse per il Paese e la necessità per l’esecutivo di capire come rendere più strutturali misure come il taglio delle tasse al ceto medio che rappresentano una bandiera politica. Sarà, peraltro, l’ultima manovra prima delle prossime elezioni politiche e dunque c’è da aspettarsi che la proposta del Mef sia poi destinata a essere condizionata dalle richieste dei partiti. In assenza di dati ufficiali e statistiche definitive, è difficile giungere a conclusioni, ma è plausibile che a un certo punto il governo possa trovarsi a dover scegliere se il finanziamento del taglio delle accise mobili sia strutturalmente sostenibile senza impattare sulle risorse che saranno a disposizione per la manovra. Sul tema dei carburanti, insomma, la corsa è giocoforza all’inseguimento, anche perché i tempi della percezione sociale del problema sono estremamente più veloci di quelli della politica chiamata a risolverlo in un contesto di grandi vincoli tecnici. Il fatto di aver provveduto al primo taglio delle accise mobili rende il governo sostanzialmente vincolato a doverlo proporre di nuovo dopo la sua scadenza, ma riteniamo abbia avuto ragione, col senno di poi, Davide Tabarelli, responsabile Nomisma Energia, che commentando il primo taglio alle accise ha ricordato come su questo dossier l’incentivo forse avrebbe dovuto essere a consumare meno energia e meno carburanti. In tal senso, avrebbe anche potuto essere posto in essere un piano di gestione dei consumi paragonabile a quello compiuto sul fronte del gas naturale. Dal 2021 al 2025, i consumi di gas sono calati da 76 a 63,2 miliardi di metri cubi, secondo l’analisi di QualEnergia, e unitamente al cambio delle forniture ciò ha contribuito a evitare scenari peggiori. Sui carburanti questo impone una manovra più complessa perché significa incentivare mobilità alternative, spingere sul trasporto ferroviario e locale, promuovere il lavoro a distanza e ottimizzare risorse. Un piano a tutto campo che sulla scorta dell’emergenza è difficile compiere ma che può contribuire a produrre buone abitudini.

Il dato strutturale è la causa del caro-energia: una guerra senza precedenti nel Golfo Persico che mette a repentaglio l’economia globale. Risolverla unicamente andando alla rincorsa è complesso e rischia di essere perfino controproducente. Sul breve periodo, la scelta migliore è resistere, ricordare che le risorse sono scarse e che ciò che si spenderà oggi andrà preservato domani, seminando una pratica di buona gestione dell’energia che l’Italia, senza allarmismi, ha già saputo fare sul fronte del gas. Sul lungo periodo, la crescita infrastrutturale, il sostegno a forme di mobilità meno onerose e un serio ragionamento sulla dipendenza della mobilità dall’automobile appare doveroso. Quando il caos globale bussa alle porte, è difficile agire rapidamente e con lucidità. Ma forse politicamente ogni tanto è doveroso non arrendersi al piccolo cabotaggio come regola di navigazione. Il timing non aiuta: non c’è mese in cui il prezzo alla pompa interessi maggiormente gli italiani di agosto e del periodo delle vacanze di massa. Un Paese vive anche della sua sensibilità profonda, e questo è ineludibile. Ma è bene dirlo: il meccanismo delle accise mobili è per sua natura una toppa che si basa sulla premessa che il buco sarà presto riparato. E sul fronte del prezzo del carburante e del greggio, solo Usa e Iran possono decidere quest’ultimo dato.
Invidio la Svizzera!
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Purtroppo tra le cose da fare descritte nell’articolo mancano le più importanti: 1) sviluppare le fonti rinnovabili ed abbandonare a passo di carica le fonti fossili (come sta facendo il resto del mondo); 2) Sviluppare la mobilità elettrica ed il trasporto pubblico. Tutta l’Europa viaggia verso la mobilità elettrica e le auto elettriche – ma adesso si parla anche di camion e TIR elettrici: noi rimaniamo fermi al passato fossile e quindi siamo esposti agli scossoni geopolitici del petrolio e del gas.
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Il punto 1 non è realizzabile senza garantire, parallelamente, una capacità di produzione modulabile (o sistemi di accumulo e flessibilità oggi ancora insufficienti e/o costosissimi) che compensi l’intermittenza delle fonti eolica e fotovoltaica. In Italia le fonti rinnovabili coprono già oltre il 40% della produzione elettrica.
Terna stessa evidenzia nei propri documenti di pianificazione alcune criticità sempre più frequenti:
1- Overgeneration: produzione di energia superiore a quella che la rete è in grado di assorbire.
2- Congestioni di rete, dovute ai limiti della rete di trasmissione nel trasferire l’energia dove serve.
3- Curtailment della produzione rinnovabile, cioè la riduzione forzata della produzione di impianti eolici e fotovoltaici per mantenere la sicurezza e la stabilità del sistema elettrico.
Quando si verifica il curtailment, una parte dell’energia potenzialmente producibile non viene immessa in rete. Inoltre, in molti casi previsti dalla normativa, i produttori ricevono comunque un indennizzo o un corrispettivo per la mancata produzione, costo che ricade sul sistema elettrico e quindi, indirettamente, sui consumatori.
Senza investimenti molto consistenti in reti elettriche, accumuli, sistemi di flessibilità e fonti programmabili, aumentare semplicemente la potenza installata di rinnovabili rischia di incrementare proprio questi fenomeni. Lo dimostra anche il fatto che, nonostante i mesi di maggiore produzione da fotovoltaico, l’Italia continua spesso ad avere prezzi dell’energia tra i più elevati d’Europa. Il prezzo dell’elettricità, infatti, non dipende solo dalla quantità di energia rinnovabile prodotta, ma anche dai costi della generazione marginale (spesso centrali a gas), dalle congestioni della rete e dai costi necessari a garantire la sicurezza del sistema.
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L’autore provoca sperando nella reazione degli italioti. Non ha ancora capito che per scatenare la rivoluzione in Italia l’unica cosa da fare è togliere le partite di calcio.
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L’articolo è ben fatto e descrive bene il problema contingente: si cerca di fronteggiare una situazione degradata rapidamente con misure altrettanto rapide, che,tuttavia, erodono i conti pubblici, la cui efficacia è certamente temporanea e non priva di interrogativi su di essa.
C’è poi un problema ormai cronico in Italia: arrivare impreparati alle emergenze e intervenire solo quando sono già esplose; lo abbiamo visto con il dissesto idrogeologico, con la pandemia e lo vediamo oggi sul fronte energetico
Ha ragione l’articolo quando dice che bisogna investire maggiormente nella mobilità pubblica, ma questo richiede risorse e tempo ed è il tempo che gioca un ruolo decisivo nelle scelte.
Io politico faccio oggi una scelta di lungo periodo, oltre che onerosa, e a tagliare il nastro inaugurale rischia di esserci il mio avversario.
Le infrastrutture producono benefici diffusi e lontani nel tempo, mentre i costi sono immediati e concentrati sul governo che decide di realizzarle.
Al contrario, un taglio delle accise produce un beneficio percepibile subito, anche se temporaneo, e quindi ha un ritorno politico molto più rapido.
Infatti anche l’opposizione non ha proposto nient’altro che il taglio delle accise.
Quindi inutile lamentarsi se poi l’affluenza alle urne continua a diminuire.
Scegliere tra il nulla ed il niente non è una bella scelta; è solo facile.
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