La Giunta per le autorizzazione respinge la richiesta della procura. FdI, Lega e FI scudano il deputato. Le opposizioni: «Uno scandalo»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Mancava l’ultimo tassello per il ritorno totale della casta sotto il governo di Giorgia Meloni: la blindatura dei parlamentari rispetto alle inchieste dei magistrati. Vietato indagare sui potenti, amici della premier.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha bocciato la richiesta della procura di Roma di acquisire le chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia e deputato di Fratelli d’Italia, Andrea Delmastro Delle Vedove, e il ristoratore Mauro Caroccia, in carcere per intestazione fittizia di beni. Secondo i giudici ha fatto da prestanome del clan Senese.

Dopo il boom dei voli di stato, i maxi-stipendi ai manager pubblici e i doppi incarichi ai compagni di partito non eletti, ecco il privilegio dei privilegi: il divieto di indagine sul politico di turno, grazie al voto dei suoi colleghi e compagni di coalizione.
La richiesta della procura «non soddisfa, nei termini in cui è stata formulata, i requisiti di necessità, determinatezza, selettività e proporzionalità», secondo la relazione della Giunta, firmata da Pietro Pittalis, esponente di Forza Italia, e sostenuta dagli alleati. La decisione è stata assunta per tutelare «l’indipendenza dell’azione parlamentare», stando alla versione della maggioranza. Risultato: autorizzazione negata.
«È uno scudo protettivo riservato esclusivamente ai propri dirigenti di partito», ha detto senza giri di parole il deputato del Pd, Matteo Orfini. «Bell’esempio di impegno antimafia! È un fatto gravissimo», ha aggiunto il senatore dem, Walter Verini. «Una scelta tecnica», l’ha invece definita il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, cercando di minimizzare.

Il segnale di un certo affanno a giustificare lo stop ai pm per un partito che, a piacimento, sventola la bandiera della legalità. E che, giusto lo scorso fine settimana, commemorando la morte di Paolo Borsellino, ha celebrato la lotta alla mafia come pilastro dell’azione di governo.
Bisteccheria d’Italia
La vicenda riguarda uno dei principali scandali degli ultimi tempi: il legame societario nella Cinque forchette srl tra Delmastro, uno dei fedelissimi della premier Meloni, e la figlia appena maggiorenne di un ristoratore, Caroccia, che è appunto risultato legato a una delle organizzazioni criminali più potenti della capitale.
La società è nata per gestire il ristorante Bisteccheria d’Italia, in via Tuscolana a Roma, erede della vecchia attività, Da Baffo, sempre nella stessa zona, nel quartiere Quadraro. In quel locale si era cementata l’amicizia tra il politico Delmastro e l’oste Caroccia.
L’ex sottosegretario si è sempre giustificato, dicendo di aver ceduto le quote (insieme ad altri dirigenti piemontesi di spicco di FdI), appena è venuto a conoscenza della situazione giudiziaria di Caroccia. Una sostanziale ammissione di non aver fatto alcuna verifica preventiva sull’uomo con cui stava entrando in società, attraverso la figlia Miriam.

I magistrati, attraverso le chat con Mauro Caroccia, puntavano a ricostruire i fatti per confermare la versione fornita. Per farlo occorreva, però, il via libera di Montecitorio, visto che Delmastro è deputato.
Un fatto singolare: la destra che continua a riformare il codice penale per inserire nuovi reati o inasprire le pene, quando si tratta di stranieri e immigrati, si scopre garantista sulle inchieste che toccano un proprio dirigente.
Peraltro Delmastro, a causa di questa vicenda, ha rassegnato le dimissioni da sottosegretario a Largo Arenula. A testimonianza di un certo imbarazzo creato al governo.
Secondo Meloni il clamore mediatico sul caso avrebbe inciso sull’esito del voto a favore del No al referendum di marzo.
Esame di fine luglio
L’ultima parola sull’eventuale uso delle chat nell’inchiesta spetta ora all’aula di Montecitorio che dovrà votare, giovedì 30 luglio, la relazione della Giunta. Movimento 5 stelle, Partito democratico e Alleanza verdi-sinistra hanno protestato sia al Senato sia alla Camera, sollevando i cartelli con la scritta «fuori le chat».

Intanto Futuro nazionale di Roberto Vannacci, che in Giunta non ha rappresentanza, ha fatto insoliti esercizi di equilibrismo. Quando «arriverà all’esame dell’aula faremo le nostre valutazioni», ha detto Laura Ravetto. Su questo caso è venuto meno il piglio decisionista.
I gruppi delle opposizioni hanno poi chiesto di anticipare già a questa settimana il voto finale. Vogliono che il governo ci metta la faccia.
«Cosa hanno da nascondere? La smettano di dire che la loro azione politica si ispira alle idee e al pensiero di Borsellino», ha detto il leader dei Cinque stelle, Giuseppe Conte. L’ex presidente del Consiglio ha poi rilanciato: «Il governo si ferma addirittura per proteggere gli amichetti di partito. Non possiamo permettere il Parlamento sia ridotto a Colle Oppio». Da qui la sfida a Meloni: «Rimangiatevi questo voto vergognoso».
Parole simili sono arrivate da Elisabetta Piccolotti, deputata di Avs: «Siamo all’assurdo di un ex sottosegretario che di fatto ostacola il lavoro della magistratura». «Vogliamo sapere», ha aggiunto, «chi ha paura di quelle chat e perché, che cosa contengono, cosa c’è scritto».

Un appello in coro per una maggiore trasparenza di fronte all’ennesima barriera della casta. Risorta negli anni del governo Meloni.
Destra, regalo ai clan: salva Delmastro e così frena i pm sui Senese
La protesta del M5s. “Bisteccheria d’Italia”: la camera nega ai pm i dialoghi coi Caroccia

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – A ridosso della strage di mafia di via D’Amelio la destra con la fiamma citava Paolo Borsellino come ispiratore e nume tutelare. Poi però un mercoledì mattina in Parlamento fa muro assieme agli alleati per schermare un suo parlamentare.
In sintesi , la giunta per le Autorizzazioni della Camera nega alla procura di Roma l’uso delle chat tra Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia e maggiorente di Fratelli d’Italia, e il ristoratore Mauro Caroccia, legato al clan Senese. E i Progressisti insorgono, con in testa i Cinque Stelle. Sono loro in mattinata a occupare i banchi del governo in Senato, mostrando cartelli in cui invocano: “Fuori le chat”. A guidare è il capogruppo Luca Pirondini, che attacca frontalmente Giorgia Meloni: “Quando c’è da fare passerella si batte il petto e si traveste da paladina dell’antimafia, ma appena i giudici chiedono di guardare le chat ordina ai suoi di bloccare tutto”. Il meloniano Roberto Menia non gradisce, e dal suo scranno gli rivolge un labiale inequivocabile: “Ti faccio un c…così”. La tensione è fortissima, tra 5Stelle e i senatori di FdI. E non può stupire, tenendo conto degli scontri a tutto campo che hanno da mesi innanzitutto sul tema della legalità: partendo dalla guerra a Conte in commissione Covid per continuare con il tiro al piccione delle destre in Antimafia contro i 5Stelle Scarpinato e De Raho, fino al blocco totale della Vigilanza Rai, che ha portato alle dimissioni della presidente pentastellata Floridia. Ma è tutto il centrosinistra che assalta la premier e i suoi, urlando contro “lo scudificio”. Così la responsabile Giustizia dem, Debora Serracchiani, chiede: “Se quelle chat non hanno nulla di rilevante, come sostiene lo stesso Delmastro, non si comprende il motivo di questo stop. Meloni aveva detto che non avrebbe coperto più nessuno, e invece assistiamo all’ennesimo scudo per un compagno di partito”. Mentre Elisabetta Piccolotti (Avs) riassume: “Chi vota contro l’accesso alle chat ha paura della verità”.
La scena nel pomeriggio si sposta alla Camera, dove la discussione sul caso arriverà in aula il 30 luglio. Ma il Movimento ha fretta. “Parliamone già domani (oggi, ndr) in aula, non si può perdere un giorno in più” teorizza il capogruppo Riccardo Ricciardi. In tutta questa tempesta, il meloniano Giovanni Donzelli sembra quasi sarcastico: “La decisione della giunta è meramente tecnica, e poi Delmastro non è nemmeno stato indagato per questa vicenda”. Ma la battaglia parlamentare continua, con i 5Stelle che mostrano i loro cartelli anche a Montecitorio, e Conte che sfida Meloni: “Visto che dice di ispirarsi a Borsellino, lo dimostri e si rimangi il no all’uso della chat”.
È l’ennesimo rilancio contro la premier, di cui l’avvocato si considera avversario naturale, anche in prospettiva Politiche. Ma adesso? Ora bisognerà tenere conto anche di come si porrà sulla questione Futuro Nazionale. “Noi in giunta non abbiamo nessuno, ma quando arriverà in aula faremo le nostre valutazioni” rende noto la vannacciana Laura Ravetto. Ribadendo la linea: alzare il prezzo con le destre di governo, sempre.
@lucadecarolis
I destrorsi….predicano bene (???) ma poi nei fatti…..!!! Quando Nordio diceva che “i mafiosi” non parlano al telefono…dai non è difficile fare 2+2……..gia’ in allora……
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