(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Essere amici di un Lavitola non è reato, però è strano
È strano se sei un Ranucci, intendo. 
Che ci fa un uomo tutto d’un pezzo a cena due volte al mese con un uomo tutto d’un prezzo? Un faccendiere che per anni è stato dentro qualsiasi pasticcio in cui ci fossero politici e soldi di mezzo? Il giornalista d’inchiesta è come il poliziotto: a volte deve frequentare anche il lupo cattivo perché chiunque può servirgli da fonte. Ma l’espressione «amico» – anzi, «caro amico» – usata da Ranucci a proposito del possibile mandante dell’attentato alle sue automobili, è una cosa seria. 
Ciascuno di noi ha uno o due amici, al massimo tre. E sono persone simili, o almeno compatibili, che magari usano parole diverse, ma condividono lo stesso alfabeto. Che alfabeto potranno avere in comune Ranucci e Lavitola? Come se Cicerone fosse stato sorpreso a spassarsela con Catilina, Fabrizio Corona a giocare a briscola col Dalai Lama e Vannacci – invece che di Vladimir Putin – fosse un fan di Vladimir Luxuria.

Non dico che non possa succedere, ma sono cose che non ti aspetti, ecco. E che rischiano di confermare l’eterno pregiudizio per cui tutti i Famosi sono legati da un cordino invisibile e fanno parte dello stesso club. Un circoletto esclusivo dove ci si combatte in pubblico e ci si «attovaglia» (copyright Dago) in privato. Sarà pur vero che «la rivoluzione non si può fare perché ci conosciamo tutti» (copyright dubbio, Longanesi o Flaiano). Ma una cosa è conoscerli, un’altra è andarci regolarmente a cena.