Trump incarna l’ultimo paradosso degli Usa, un paese nato dal rifiuto del sovrano. Il caso criptovalute: il tycoon si è arricchito a scapito dei piccoli risparmiatori

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Nessuna nazione moderna ha legato la propria origine al rifiuto della monarchia quanto gli Stati Uniti. La Dichiarazione d’indipendenza è, nella sua parte meno citata, un lungo atto d’accusa contro Giorgio III. Si tratta di un elenco di soprusi teso a dimostrare che il monarca è inadatto a governare un popolo libero. Pochi mesi prima, il pamphlet più infiammabile della rivoluzione, Common Sense di Thomas Paine, aveva demolito il principio ereditario come assurdità logica prima ancora che politica. La natura stessa, scriveva, smentisce il principio di successione, dando spesso all’umanità «un asino al posto di un leone».
L’America emerge dalla convinzione che nessun uomo riceva dalla nascita il diritto di comandare, che non esistano corti, ranghi, aristocrazie, sangue. È il suo mito fondativo e la sua pretesa di eccezione. Eppure, fin dall’inizio, il progetto americano convive con la tentazione inconfessabile di ricreare in altre forme e con altri nomi le strutture da cui si era appena liberato. La storia dei 250 anni che il paese celebra in questi giorni è anche la storia di questa perversione, giunta oggi alla sua manifestazione più esplicita, quella dello pseudo-monarca Donald Trump, che fra archi di trionfo e miliardi incassati attraverso i suoi cortigiani incarna tutto il peggio della tradizione regale.

Aristocrazia rimossa
Già fra i padri fondatori si trovano già i difetti dell’odiata nobiltà del vecchio mondo. I grandi proprietari terrieri della Virginia, come Washington, Jefferson e Madison, erano una specie di gentry inglese fatta di latifondi, servitù, matrimoni strategici e senso del rango. La schiavitù fornisce a questa classe la base materiale che l’aristocrazia europea ricavava dal privilegio feudale. Non a caso il sud schiavista si pensò come civiltà cavalleresca in polemica con il volgare mercantilismo del nord. Jefferson teorizzò la distinzione tra l’«aristocrazia naturale» dei talenti e delle virtù e quella «artificiale» della ricchezza e del sangue, sostenendo che la repubblica avrebbe dovuto selezionare la prima e neutralizzare la seconda.
Anche l’istituzione più originale del nuovo ordine, la presidenza, nasce guardando al trono. Nel 1789 il Senato discusse seriamente come rivolgersi a Washington, e Adams propose “Sua Altezza il Presidente degli Stati Uniti e Protettore delle loro Libertà”. Prevalse il più sobrio “Mr. President”, ma la sostanza sacrale rimase.
La presidenza è il centro di quella che il sociologo Robert Bellah chiamò la religione civile americana, che ha bisogno di un pontefice laico che consacra, perdona, benedice. Il monarca era stato cacciato dalla porta, il suo fantasma democratico è rientrato dalla finestra. Il principio ereditario, formalmente abolito, si è riorganizzato come costume. La politica americana ha prodotto dinastie repubblicane favolose e innumerevoli tribalismi clientelari nelle pieghe della politica locale. Gli Adams, gli Harrison, i Roosevelt, i Kennedy, i Bush e i Clinton sono soltanto gli esempi più noti. Parallelamente è cresciuto il potere dell’uomo al comando.
Franklin Delano Roosevelt infranse la regola non scritta dei due mandati fissata da Washington e nel gennaio 1945 pronunciò il suo quarto discorso inaugurale da presidente in guerra, con poteri economici e militari senza precedenti. Il Congresso corse ai ripari con il ventiduesimo emendamento, ma la traiettoria era segnata. Nel 1973 lo storico Arthur Schlesinger diede il nome di «presidenza imperiale» a questa istituzione repubblicana di autogoverno che ormai era diventata uno smisurato collettore di poteri e funzioni quasi ereditarie.
Del passaggio intergenerazionale del privilegio si sono occupate una serie di istituzioni che sono meritocratiche solo in apparenza: le università d’élite. Harvard, Yale, Princeton e le altre sorelle dell’Ivy League sono da secoli la fucina della classe dirigente, e i meccanismi che le regolano sono orientati più alla difesa del rango che alla selezione del talento. Le famose “legacy admission” riservano corsie preferenziali ai figli degli ex alunni e le generose donazioni agevolano l’accesso. È l’aristocrazia artificiale di Jefferson certificata da un titolo accademico.
E la più potente fra le oligarchie è nata nella California libertaria, dove i signori della tecnologia sono confortati dalle loro voci intellettuali di riferimento, come Curtis Yarvin, sulla necessità di superare la democrazia in favore di una monarchia manageriale. Una delle immagini più potenti di questa fase politica è quella che ritrae la corte della Silicon Valley in prima fila alla cerimonia di insediamento del secondo Trump.

Il re esplicito
Nel racconto della sublimazione monarchica in America, Trump ha soltanto reso sfacciato e pacchiano ciò che era implicito e presentabile. Ha condiviso un’immagine di sé con la corona e la scritta “Long live the king”, rilanciata dagli account ufficiali della Casa Bianca, accarezza l’ipotesi di un terzo mandato e coltiva i figli come eredi politici. Le egomaniacali celebrazioni del 250esimo anniversario dell’indipendenza mostrano tutto questo in modo inequivocabile e domani il presidente farà il comizio finale al Lincoln Memorial.
In questi giorni di ricorrenze si è parlato molto dell’incredibile fortuna, stimata in 2 miliardi di dollari, che il presidente ha incamerato nell’anno e mezzo del suo secondo mandato, impiegando senza vergogna né scrupolo esattamente le tecniche clientelari e cortigiane che erano proprie delle decadenti corone europee che i padri fondatori volevano superare.
Non deve stupire che i 636 milioni di dollari che ha guadagnato con i memecoin siano stati fatti a discapito di piccoli risparmiatori su di giri per l’investimento trumpiano. Il sovrano, insomma, ha accumulato ricchezze personali a spese dei sudditi. E non deve nemmeno stupire che gli accoliti del presidente abbiano registrato in Venezuela il marchio commerciale “Trump Home”, veicolo per nuove imprese estrattive nel regime che ha decapitato e riprogrammato al proprio servizio.
Trump dà il corpo peggiore alla dialettica di repulsione e attrazione per la monarchia che si svolge dall’inizio dell’esperimento americano. L’America che è nata rifiutando il monarca è condannata a tornare sempre a misurarsi con il corpo del re.
a tu che censuri, conti le parole e il loro intimo significato…mentre fuori c’è la terza guerra mondiale, per cortesia, ridicoli fino alla fine: anche no.
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