(ANSA) – La crisi nello Stretto di Hormuz, aggravata dalla guerra tra Iran e Israele e dalle tensioni con gli Stati Uniti, rischia di rafforzare la posizione competitiva della Cina a scapito di molte economie asiatiche.

Questa è la conclusione di un’analisi pubblicata dal think tank statunitense The Asia Group e rilanciata dal New York Times, secondo cui Pechino è riuscita ad attutire gli effetti dell’impennata dei prezzi energetici grazie alle riserve strategiche di petrolio e gas, alla crescente capacità nel settore delle energie pulite e a strumenti di politica industriale come sussidi, controlli alle esportazioni e gestione del cambio.   

Secondo lo studio, l’Asia dipende dallo Stretto di Hormuz per circa l’80% delle importazioni di petrolio e il 90% di quelle di gas naturale. Le interruzioni hanno colpito anche materie prime strategiche come nafta, elio e zolfo, essenziali per chimica, semiconduttori e batterie. Pur restando esposta su questi fronti, la Cina ha limitato l’impatto del rincaro energetico anche riducendo di oltre il 30% su base annua le importazioni di greggio a maggio.   

L’analisi evidenzia invece conseguenze più pesanti per India, Giappone e Sud-Est asiatico, tra aumento dei costi di carburanti e fertilizzanti, tagli alla produzione industriale e nuove pressioni sui bilanci pubblici. Al tempo stesso, la domanda regionale di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici cinesi è in crescita, rafforzando ulteriormente la leadership manifatturiera di Pechino. “E’ difficile non concludere che la Cina sia tra i vincitori di questa crisi”, osserva Kurt Campbell, presidente di The Asia Group ed ex vice segretario di Stato Usa