La Brexit ci ha impoveriti e incattiviti. Lo scrittore britannico: «I politici alimentano le paure invece di disinnescarle. Il pericolo sono i sovranisti e Musk»

Harris: l’umanità ha un impulso fascista, la Brexit ci ha impoveriti e incattiviti

(Caterina Soffici – lastampa.it) – Robert Harris prima di diventare lo scrittore di bestseller storici che conosciamo era un giornalista della Bbc. Saranno queste sue origini che lo fanno accalorare quando parla di attualità. Fatherland, il romanzo distopico dove i nazisti vincono la Seconda guerra mondiale, lo ha lanciato nel 1992. Da allora non ha mai mancato un colpo. Trentaquattro anni di successi editoriali: Enigma, la trilogia di CiceronePompei, Il GhostwriterConclave, solo per citare i più famosi. A suo agio tra fantapolitica, misteri, thriller storici, storie basate su eventi politici reali, parla qui di politica che è già storia o che lo diventerà.

A dieci anni dal referendum sulla Brexit e con Londra che raggiungerà in settimana i 40 gradi, perché la gente ha più paura degli immigrati che del cambiamento climatico?

«Perché gli immigrati sono visibili, il cambiamento climatico finora non lo era. In più i giornali si occupano dei migranti perché di questo parlano i politici. Soprattutto Reform di Nigel Farage e ancora più a destra Restore di Rupert Lowe, che teorizza remigrazione e deportazioni. Soffiano sulla paura e sul risentimento ed è un circolo vizioso. Viviamo tempi terribili».

Sette primi ministri negli ultimi dieci anni e sette nei precedenti 40 anni. Cosa sta succedendo nel Regno Unito?

«Una parola: Brexit. È dove tutto il disastro è iniziato. Tre quarti dei parlamentari non volevano lasciare l’Unione europea e negli anni sono stati costretti a votare provvedimenti in cui non credevano. La destabilizzazione nasce lì. Bank of England aveva avvertito, inascoltata. Uk ha perso l’8 per cento del suo Pil, la gente è più povera e disperata. Starmer è stato l’ultimo che non è riuscito a innalzare i salari e il livello di vita. Anzi ha alzato le tasse sul lavoro. Una discesa costante dallo splendore dell’anno delle Olimpiadi, il 2012».

Brexit è la causa o si potrebbe anche dire che c’erano cause sottostanti che hanno portato a Brexit?

«Capisco il punto e in parte è vero. Ma la politica doveva disinnescare le paure. La prima era che l’Europa avrebbe centralizzato sempre più le decisioni, togliendo potere a Londra. Cosa che non si è verificata, anzi è successo l’opposto. E sull’emigrazione abbiamo chiuso agli studenti, all’idraulico polacco, ai camerieri italiani che comunque erano in Uk non per restare. L’idraulico polacco sta sei mesi e poi torna in Polonia. Li abbiamo rimpiazzati con migranti dalla Nigeria, dall’India e dal Pakistan che vengono per restare e portano le famiglie. Il paradosso di Brexit è che l’immigrazione è aumentata ed è più stabile. I conservatori sono diventati così impopolari, perché i loro elettori si sono sentiti traditi».

Andy Burnham (salvo altri cataclismi) diventerà il prossimo premier grazie al successo travolgente nelle elezioni di Makersfield e il partito laburista pensa che con lui potrà vincere la elezioni del 2029. Lei come la vede?

«Burnham sarà più popolare nel breve periodo perché non è freddo e burocrate come Starmer. Ha empatia con la gente, ma nel lungo periodo avrà gli stessi problemi perché mancano i soldi. Abbiamo un debito pubblico altissimo e pochi margini di manovra. Farà meglio di Starmer, ma non escludo a breve un ottavo premier. Forse anche prima delle prossime elezioni».

I grandi politici sono quelli che vendono sogni, anche in situazioni critiche. Vede qualcuno del genere all’orizzonte?

«I grandi politici sono venditori di sogni ma anche dei bravi nello storytelling. Churchill o Blair avevano una narrativa. Ma non ci sono molti sogni da vendere quando mancano i soldi. All’orizzonte vedo solo grandi problemi per la democrazia, il sistema e le istituzioni sono sotto attacco e la storia ci insegna che in queste situazioni la gente cerca l’uomo forte».

Se dovesse scegliere un leader storico per gestire la situazione attuale?

«Non è possibile fare un parallelo così. Non c’è uno del passato che possa essere trasportato qui ora. Un leader oggi dovrebbe giocare sulla narrativa vincente, dovrebbe dire che bisogna puntare sulla crescita economica, non fare il piagnone come ha fatto Starmer, promettendo lacrime e sangue e lamentandosi solo».

In una narrazione distopica, come quella che lei ha fatto in Fatherland, chi sarebbero oggi i cattivi?

«C’è una sorta di impulso fascista nell’umanità, che ama il controllo autoritario e lo stile law&order e non ama le minoranze e i migranti, le libertà civili. Sicuramente c’è una tendenza di questo tipo in atto. E la minaccia adesso arriva dalla destra e non più dal socialismo o dal comunismo. Anche la Russia è un’autocrazia di destra».

Un cattivo?

«Elon Musk, il primo trilionario della storia, è un problema. Tra social media, IA, data center, satelliti ha una concentrazione di potere e ricchezza come un Paese europeo di media grandezza e la capacità di influenzare fortemente la politica. Questa è la tendenza che vedo, grandi concentrazioni di potere delle Big Tech fuori controllo».

Un bel tema. Ne scriverà nel prossimo libro?

«Potrei. Ma intanto sto finendo il nuovo che uscirà in autunno (in Italia per Mondadori, ndr).

Si dice che il mondo grazie alla tecnologia cambierà di più nei prossimi 20 anni di quanto abbia fatto negli ultimi 300. Ci crede?

«È possibile. Tra AI e Quantum computer i cambiamenti saranno velocissimi e può essere un viaggio affascinante, anche se è difficile predire dove finiremo. La tecnologia può essere una grande opportunità, ma va regolata. Guardi cosa è successo con i social media, da eccezionale strumento di comunicazione si sono rivelati strumenti di odio e di frustrazione. La minaccia che vedo è nell’ordine sociale e nell’instabilità politica. Pensi al figlio di una famiglia della middle class che fa fatica a pagare l’affitto e si sacrifica per dargli laurea e non troverà lavoro. Cosa pensa che farà? È una situazione prerivoluzionaria. La gente scenderà in piazza».