Nel giorno in cui si celebra il ricordo della partita perfetta di Maradona a Messico 86 e mentre stasera vedremo Mbappè e Messi al Mondiale, la Figc “ricomincia” dal boiardo del Coni. Il sistema ha vinto, si riparla di stadi pagati con soldi pubblici e naturalmente la tanto strombazzata rivoluzione non c’è – per dirla con Flaiano – “perché ci conosciamo tutti”

È stata la mano del Gattopardo: il calcio italiano riparte da Malagò, l’eterno ras della politica sportiva

(di Fabrizio d’Esposito – ilfattoquotidiano.it) – Giunti al dodicesimo giorno dei Mondiali americani, il giorno peraltro della seconda apparizione di Messi e Mbappé, il fallimentare sistema del calcio italiano sceglie di perpetuare se stesso con l’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della Figc, al posto del dimissionario Gabriele Gravina. In realtà, l’esito gattopardesco era scontato. Bisognava aspettare oggi per capire quale volto incarnasse la continuità del potere, tra il sessantasettenne Malagò e il suo sfidante quasi settantaseienne Giancarlo Abete, altro dinosauro del football italico e a capo dei dilettanti.

Del resto Malagò era il candidato di Gravina e già in partenza era nota la grottesca linea autoassolutoria del presidente uscente che ha mancato due mondiali, quelli del 2022 e del 2026, mentre il primo fallimento, quello del 2018, fu in carico a Tavecchio buonanima. Gravina, infatti, fino all’ultimo, con una intervistona al Corriere dello Sport, ha scaricato tutte le colpe della sua lunga e disastrosa gestione, la peggiore nella storia del calcio italiano, sulla politica, come la politica avesse scelto, per fare un esempio, il mediocre Rino Gattuso (con annessi Buffon & Bonucci) alla guida di una Nazionale che ha perso la qualificazione ai Mondiali contro la Bosnia-Erzegovina, battuta giovedì scorso dalla Svizzera per quattro a uno. A proposito di politica: l’elezione di Malagò è una sconfitta anche per il ministro dello Sport Andrea Abodi, lasciato da solo nel suo progetto di cambiamento con un altro nome (Adriano Galliani, probabilmente).

Si riparte dunque dal romano Malagò, esponente del piacionismo trasversale buono per tutte le stagioni e che ha radici ormai lontane, quando lui e Luca Cordero di Montezemolo, due giovanetti, scortavano Gianni Agnelli nelle scorribande notturne nei locali della Capitale. In virtù dei suoi meriti olimpici da presidente del Coni, Malagò è stato eletto a uomo della provvidenza, dopo i suoi successi olimpici al Coni, dalla maggioranza del sistema calcio, compreso quell’Aurelio De Laurentiis, il presidente del Napoli, che ieri sulla Gazzetta dello Sport ha detto chiaro e tondo che gli stadi nuovi si devono fare coi soldi pubblici e che per farli bisogna avere un commissario che neutralizzi la burocrazia in toto, senza più permessi e vincoli. Altro che sviluppo manageriale come promesso dallo stesso Malagò, qui si chiede uno statalismo senza se e senza me a beneficio dei privati che gestiscono il calcio.

Ovviamente c’è poi la questione numero uno del fallimento calcistico dell’Italia, cioè la parte tecnica. E l’elezione del piacione numero uno di Roma e dintorni conferma che nel nostro Paese è impossibile fare “la rivoluzione perché ci conosciamo tutti”, come già sentenziato da Ennio Flaiano. Malagò, infatti, è uomo di relazioni e conosce tutti. Lo ha dimostrato nel suo intervento di ieri quando ha dato ragione a tutti quelli che lo avevano preceduto. Ma per fare le riforme bisogna essere antipatici, secondo l’unico uomo vincente dello sport italiano, Andrea Binaghi, presidente della federazione del tennis. L’Italia avrebbe avuto bisogno, nel calcio, di una rivoluzione radicale e sanguinosa, magari con una generazione di quarantenni e cinquantenni, e riscoprendo la sua vocazione atavica che non è quella dell’ossessione tattica, ma quella di coltivare talenti. Al contrario, è facile prevedere che l’amichettismo di Malagò accontenterà tutti e al massimo partorirà un Mancini bis per la Nazionale, tentando infine di mantenere lo status quo del sistema. Ma da appassionati di calcio sarebbe bello essere smentiti, in questo dodicesimo giorno, appunto, in cui da italiani bisognerà accontentarsi delle partite altrui. Sembra il mondo del sottosopra di Stranger Things. Loro Messi e Mbappé, noi Malagò. Senza dimenticare che oggi sono quarant’anni dal destino più grande del calcio che si realizzò all’Azteca di Città del Messico: prima la Mano de D10S e poi il gol più bello di sempre.

Ecco Malagò, il salvatore della patria del pallone: conferma tutti i complici dello sfacelo, riprende il ct che dopo il flop fuggì in Arabia

Consiglio federale immutato, confermati tutti i rappresentanti dell’era Gravina, saldissimi capi e capetti che hanno spadroneggiato negli ultimi 8 anni, perfino l’ex presidente rimarrà in Uefa. E come ct è quasi sicuro il ritorno di Mancini che fallì la seconda delle tre qualificazioni. Perché per ora la “nuova era” parte sotto i peggiori auspici

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(di Lorenzo Vendemiale – ilfattoquotidiano.it) – Mentre negli Stati Uniti le Nazionali del pianeta – comprese CuraçaoUzbekistanGiordania, ecc. – si godono i Mondiali, e nessuno rimpiange la mancanza degli azzurri (ormai pure il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ci percula apertamente), il calcio italiano riparte nell’ordine da: un boiardo di 67 anni, che dopo aver governato per un decennio il Coni e aver lasciato centinaia di milioni di debiti a Milano-Cortina, ora si propone come salvatore della patria pallonara; un consiglio federale immutato, dove sono stati confermati tutti i rappresentanti dell’era Gravina, così come sono saldissimi al loro posto i vari dirigenti, capi e capetti che hanno spadroneggiato negli ultimi 8 anni in Federazione, se non proprio artefici almeno complici dello sfacelo; e, probabilmente, pure il vecchio ct che ha sulla coscienza la seconda delle tre mancate qualificazioni ai Mondiali, oltre al tradimento della fuga in Arabia in piena estate, però in curriculum vanta la tessera del circolo Aniene.

Depurata della retorica, i discorsi di circostanza, gli applausi e le standing ovation che incredibilmente sono state tributate non solo al nuovo presidente ma pure a quello vecchio, come se avesse vinto i Mondiali invece che farsi eliminare dalla Bosnia, l’elezione di Giovanni Malagò alla guida della FederCalcio rappresenta al contempo la causa e la conseguenza di tutti i mali che affliggono il movimento, e che probabilmente non riusciremo mai a risolvere. L’alternativa – capirai – era Giancarlo Abete, 76 anni da compiere ad agosto.

La politica non è certo disinteressata, probabilmente aveva fiutato l’occasione di mettere le mani pure sul pallone, ma il commissariamento proposto dal ministro Abodi era l’unica soluzione per provare a cambiare davvero le cose. Invece il sistema ha fatto di tutto per evitarlo. E ci è riuscito. Malagò stravince alle urne con la benedizione di Gravina, e coi voti del suo sistema di potere e il preciso mandato di tutelare lo status quo. L’assocalciatori di Umberto Calcagno, l’Assoallenatori dell’85enne Renzo Ulivieri, stavolta pure la Serie A sotto la regia del potente Beppe Marotta. Mentre dietro le quinte continua a tessere la sua tela l’avvocato Giancarlo Viglione, azzeccagarbugli tuttofare dell’era Gravina a cui è stato garantito un ruolo centrale anche nel nuovo (si fa per dire) ciclo. Lo prevede l’accordo, così come che Gravina mantenga la vicepresidenza Uefa (e pare pure un ufficio personale in via Allegri). La ciliegina sulla torta sarà il ritorno sulla panchina della nazionale di Roberto Mancini, dato ormai per certo da tutti gli esperti di mercato (anche se Malagò assicura di non aver parlato ancora con nessuno): l’ultimo a cui un nuovo corso avrebbe dovuto pensare, per motivi tecnici e proprio etici.

Poi dobbiamo aspettarci qualche piccola riforma su giovani e campionati (ammesso che si mettano d’accordo). Una donna (si parla di Sara Gama) e magari un calciatore in posizioni apicali, poco più che figurine. Il minimo indispensabile per salvare le apparenze. Cambiare tutto per non cambiare nulla, come si dice in questi casi. Vedremo se l’ex numero uno del Coni col tempo riuscirà ad affrancarsi dal precedente sistema, con cui è dovuto scendere a compromessi per farsi eleggere, o si presterà fino in fondo a quest’operazione di puro maquillage politico. Per ora la nuova era Malagò parte davvero sotto i peggiori auspici. Se il calcio italiano non è cambiato dopo tre mondiali mancati, vuol dire che davvero non cambierà mai.