Meloni preoccupata dopo l’attacco di Trump: “Non credo finisca qui”. No dei ministri al 4 luglio. Lo strappo smaschera la narrazione dell’intesa ritrovata. Sfuma la suggestione di un viaggio a Washington in estate

(Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – BRUXELLES – «Se sono preoccupata? Certo, non credo proprio finisca qui…». Sull’uscio dell’Europa Building, quartier generale del consiglio brussellese, a Giorgia Meloni sfugge questa confidenza, che qualche orecchio riesce a captare, e che racconta bene lo stato d’animo della presidente del Consiglio, nel giorno del grande strappo con il leader Usa. Non solo politico, personale. Impossibile, stavolta, da rammendare. L’intervista mandata in onda da La7 in tarda mattinata, ma registrata giovedì, è il termine di lunghe ore tribolatissime. Già la notte prima, mentre Meloni lascia la cena dei leader Ue, nella sua cerchia si sparge la voce che The Donald abbia di nuovo sparato una delle sue invettive, ma stavolta ferocissima, oltre il confine della derisione. Un sospetto che acquista credibilità nel volgere delle ore, mentre si cerca sottotraccia di capire se esista una registrazione. La conferma finale precede di poco la messa in onda dell’intervista: è tutto vero. L’«implorare» la photo opp, la «pena», «I felt sorry for her».
Quando le agenzie stampa battono i primi take, Meloni è al tavolone del consiglio, indaffarata nella rognosa discussione sul prossimo bilancio comunitario. È lo staff a mostrarle le dichiarazioni. Un paio di minuti e la premier si alza. «Bisogna rispondere». Subito. Non in un punto stampa, che sarebbe possibile solo a vertice concluso, alle 15. La notizia apre già tutti i siti. E all’ora di pranzo ci sono i tiggì. Raggiunta la sala della delegazione italiana, si sente con il fidato Giovanbattista Fazzolari, che le anticipa la teoria dei «deliri». Registra il filmato, mai così ruvido nei confronti del presidente degli Stati Uniti.
Le costa caro. Perché si sfarina la narrazione che aveva sostenuto solo fino a due giorni prima, al G7 di Evian. Non c’è stato nessun chiarimento, il rapporto è tutt’altro che «immutato», come raccontava nell’Alta Savoia. È compromesso, probabilmente per sempre. Anche la storia di quel fugace saluto sul divanetto di Evian si può rileggere alla luce delle ultime sortite di Trump. Il governo italiano ha sperato per tre giorni in un bilaterale, si è dovuto accontentare di un rapidissimo scambio al rush finale del summit, poi diffuso in foto e video dalla comunicazione di palazzo Chigi. I sorrisi e le battute, nelle chiacchiere a margine, erano solo della premier, non del leader Usa, che anzi si diceva «abbandonato» e mostrava il broncio, mentre Meloni insisteva: «Siamo sempre buoni amici». Però, raccontano altre fonti dell’esecutivo, non c’erano stati segnali premonitori di un affondo così sguaiato. In ogni caso, davanti a offese imbarazzanti e «inventate» la premier non aveva altra scelta che reagire. Evocando anche la diversità di trattamento che Trump riserva agli autocrati come Putin rispetto a Merz, Starmer e Macron e da ultima lei.
E adesso? Il governo ha scelto, a differenza degli altri europei insultati, di trasferire dal piano personale a quello politico-diplomatico le conseguenze della frattura. Meloni concorda con Antonio Tajani di annullare la missione a Miami, a cui Confindustria teneva molto. Sfuma pure la suggestione di un viaggio a Washington in estate. I ministri in batteria diserteranno il ricevimento per il 4 luglio, che il 2 sarà ospitato dall’ambasciata Usa a Roma. Non ci sarà Francesco Lollobrigida, ospite l’anno scorso, come Tommaso Foti, Andrea Abodi, il forzista Paolo Zangrillo e molti altri.
Anche lo schema comunicativo di Meloni cambia rapidamente. Stavolta senza sfumature. Trump diventa un bersaglio della propaganda di FdI. L’uomo a cui Meloni non avrebbe disdegnato di assegnare il Nobel, diventa un politico che «ci ha fatto pena» quando voleva «Gaza come un resort di lusso» o stendeva «tappeti rossi per Putin», l’elenco è della giovanile meloniana, Gioventù Nazionale. Vengono citate mosse che la premier, ai tempi, non aveva certo condannato. Ma ora va così. La mossa nell’immediato funziona, almeno sui social: +100mila su Instagram. Le contraddizioni restano. Meloni esce dal Consiglio europeo, a differenza dei colleghi, senza rispondere alle domande dei giornalisti.
Cosa ci direbbe il Compianto Emilio Fede…………su tutta la questione….dall’ inzio…..passando per le ginocchiere……al triste epilogo……??????…..
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… “Che figura di mmm…!!! “
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La dura risposta di Meloni a Trump mi ricorda tanto quel tizio che,dopo averle buscate in un litigio, agli amici ha raccontato :” per fargli male alla fine ho dovuto dargli dei colpi con la faccia sui suoi pugni”.
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Vediamo se dirà a Donald…caro togli le tue basi dall’itagghia e con esse pure le bombe….
Infine dovrebbe dire da oggi chiedo alla russia di entrare in UE e da domani compro gas e petrolio da Putin …. vediamo quindi quale schiena diritta aggia la npostra Gioggia….donna ,cristiana,e madre.
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Ah, i bei tempi dei bacetti di Biden sul capino..
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Giancarlo Selmi
13 h ·
A prescindere dalle mises, che le danno l’aria di un tendaggio con la testa e di quel modo di camminare tutto suo, con i piedi lanciati in avanti come se volesse allungare ogni passo oltre il necessario, la cosa che colpisce davvero guardando i video delle riunioni internazionali a cui partecipa è un’altra: la disperata ostentazione di confidenza, familiarità e convivialità con gli altri presenti. Come se non fosse a un vertice tra capi di Stato e di governo, ma alla cena annuale della quinta B, tra ex compagni di scuola ritrovati. Il G7, nelle sue mani, diventa una pizzeria. I leader mondiali si trasformano in “Gigi”, “Peppino”, “Donato”, gente da ritrovare dopo un anno per ridere delle vecchie bravate, tra pacche sulle spalle, sorrisi forzati e quella continua ricerca di intimità esibita, quasi teatrale. Sempre con accanto l’immancabile Acosta, che ride come se non ci fosse un domani. “So’ tutti amici mia”, sembra ripetere, tra un “disciamo” e l’altro. Ma il punto è che non ce la fa. Non è il suo ambiente, non è il suo codice, non è la sua dimensione. E, soprattutto, non sono affatto tutti amici suoi. Anzi. Questa rincorsa affannosa a dimostrare centralità, importanza, autorevolezza, tre qualità che esistono solo nella propaganda di Bocchino, Belpietro e compagnia cantante, l’ha resa progressivamente ridicola. Siamo a un passo dalla gomitata al vicino con sorrisetto incorporato e il classico: “oh, arriva lei”, seguito dalla risatina di circostanza. Lo sputtanamento da parte di Trump era più che prevedibile: era scritto nell’atteggiamento servile e compiaciuto che Meloni ha sempre tenuto. Quello che invece non era affatto prevedibile è la reazione dei tifosi. Trump, fino a ieri amico fidato, idolo intoccabile dei sovranisti italiani e dei “fozza Gioggia” di ogni ordine e grado, difeso sempre e comunque, anche quando era semplicemente indifendibile, oggi è diventato d’incanto un “bugiardo”, un “egopatico”, il peggio del peggio. In pratica, esattamente ciò che è sempre stato. Anche quando veniva osannato come “amico”. Meloni adesso dice che Trump ha mentito. Fazzolari definisce “deliranti” le sue parole. I tifosi, intanto, si arrampicano sugli specchi con la solita disciplina da curva: “è stato lui a chiedere la foto”, “neanche fosse bello, lei invece è una bellissima donna” due commenti fra tanti, neppure i più ridicoli. Ed ecco il problema vero: adesso Meloni che cosa farà? Ritirerà l’ambasciatore? Dichiarerà guerra all’Impero del Male? Scoprirà improvvisamente che Albanese aveva ragione e che sequestrare Maduro e bombardare l’Iran fosse illegale? Straccerà gli accordi-capestro sui dazi? Smetterà di comprare dagli Stati Uniti GNL a tre volte il prezzo? Bloccherà gli accordi sul riarmo? Smetterà di acquistare armi americane al prezzo di meno sanità, meno scuola, meno futuro per questo Paese? Ammetterà: “scusate, ho sbagliato tutto”? Oppure farà quello che ha sempre fatto e che sa fare meglio: cercare altri posteriori più affidabili, magari più profumati, da leccare con identica dedizione? “La seconda che hai detto”, avrebbe risposto Guzzanti. E difficilmente, stavolta, si sbaglierebbe.
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