(Ugo Boghetta – lafionda.org) – Si discute di un’altra legge elettorale. L’ennesima. Il motivo dichiarato è sempre lo stesso da anni: la governabilità. Questa volta si traduce nel proposito di evitare il “pareggio” che si profilerebbe nelle elezioni del 2027. A prescindere dall’attendibilità dei sondaggi, che sappiamo essere scarsa, quest’ultima giustificazione è esilarante per vari motivi.

Intanto perché la proposta viene avanzata dal governo più longevo della storia della Repubblica. In secondo luogo, è un’ammissione di difficoltà politica. E, da ultimo, è l’esplicitazione dell’intento di manipolare la volontà popolare.

Il fatto è che FdI vuole massimizzare a proprio vantaggio l’attuale predominanza nella coalizione di centrodestra, a prescindere dall’esito elettorale. I nemici, dunque, sono gli amici della Lega e di Forza Italia e i collegi uninominali che, in una coalizione, vanno inevitabilmente concordati in anticipo. Il tema, ovviamente, si ripropone sotto traccia sul versante opposto.

Va inoltre osservato che l’ipotesi del pareggio è evidentemente dovuta a un aumento dei collegi contendibili. Nelle elezioni del 2022, dei 147 collegi uninominali alla Camera il centrodestra ne ha vinti 121 (82%) e dei 76 al Senato ne ha portati a casa 59 (80%). Motivo per cui ha una presenza parlamentare ben superiore ai voti totalizzati.

La proposta, tuttavia, pone varie questioni. Il premio di maggioranza, più o meno ampio, è infatti incostituzionale in quanto contraddice l’articolo 48, che sancisce che il voto è uguale. In altre parole, uno vale uno. Mentre il premio determina un sovradimensionamento della rappresentanza non espresso dai cittadini.

La seconda obiezione è di natura politica. In presenza di un sistema pluripartitico, i meccanismi maggioritari che forzano le alleanze producono inevitabilmente maggioranze spurie. I problemi di governabilità, infatti, sono causati da problemi interni alle singole coalizioni. Spesso, ad esempio, il frequente ricorso al voto di fiducia mira proprio a impedire la differenziazione all’interno della coalizione di governo.

Quello dell’eterogeneità delle coalizioni è un tema assai importante in questa fase. Non molto tempo fa Panebianco, sul Corriere della Sera, lo ha sollevato a proposito delle posizioni dei partiti rispetto alla questione internazionale: atlantismo e unionismo. Ciò riguarda ovviamente M5S e Lega, i quali hanno posizionamenti critici su questi aspetti anche se appartengono a coalizioni opposte. Si veda la guerra in Ucraina. In effetti, il governo più coerente degli ultimi tempi è stato quello giallo-verde.

Infine, le coalizioni e il bipolarismo forzati annichiliscono eventuali proposte politiche critiche e radicali. L’obiettivo delle leggi maggioritarie è infatti quello di «tagliare le ali». Riducendo così il pluralismo e ingabbiando in modo anomalo posizioni diverse in coalizioni spurie, non si fa altro che aumentare l’astensionismo. Il non voto, infatti, si presenta come una scelta politica a tutti gli effetti. Ed è un voto ragionevole, che prende atto della mancanza di vere alternative e della confusione delle coalizioni.

Tutto ciò, peraltro, annichilisce di fatto il ruolo del Parlamento, che invece dovrebbe essere centrale.

La legge elettorale riguarda dunque temi dirimenti: la governabilità da una parte e la rappresentanza coerente dall’altra. A tal proposito va ricordato che il referendum sulle modifiche costituzionali volute da Renzi riguardava proprio la governabilità e la rappresentanza. E i cittadini hanno scelto il secondo aspetto. La democrazia, sul piano elettorale, è infatti misurazione della rappresentanza. Solo dopo si pone il problema di quale sia la maggioranza e il governo migliore e più coerente per rappresentarla e tradurla in governo.

Se il sistema economico, sociale e democratico è oggi in panne, ciò dipende anche da sistemi politici ed elettorali che continuano a produrre mostri.