I social contro Francesco De Gregori e Erri De Luca per le frasi sulla guerra. Si possono criticare, ma è sconcertante chi propone di boicottarli

Erri De Luca, De Gregori e l’arte calpestata

(MAURIZIO DE GIOVANNI – lastampa.it) – Dedico ai social tra i dieci e i venti minuti al giorno. Essendo abbastanza giurassico, mi limito al nativo Facebook con rare incursioni su Instagram, e devo dire che in questi termini quantitativi lo trovo abbastanza divertente, un paio di minuti qui e un paio di minuti là, incluse comunicazione lavorativa, condivisione di eventi e informazioni su partecipazioni radiotelevisive da far girare.

È una pratica che ritengo utile; serve ad annusare l’aria, a capire quali siano gli argomenti di maggior interesse collettivo e anche ad apprezzare il punto di vista di persone che magari non ho mai incontrato ma che ho imparato ad apprezzare in quel mare magno. Ma anche a prendere le distanze da qualcosa, se capita come capita di riconoscere un sentimento morboso di voyeurismo patologico o una precisa volontà di uso di armi di distrazione di massa, incluse famiglie nel bosco o delitti di vent’anni fa riproposti come attuali. Di fronte a questi argomenti per fortuna mi ritraggo, allontanandomi precipitosamente.

Confesso però che negli ultimi giorni sto privandomi anche di questo quarto d’ora di telematico cazzeggio, poiché l’algoritmo ha unilateralmente deciso che il dibattito sulla legittimità dell’impegno politico degli intellettuali debba necessariamente coinvolgermi, e siccome buona parte dell’esplosione aerea delle deiezioni che formano le generali opinioni espresse mi fa abbastanza orrore il mio umore ne uscirebbe troppo lesionato per i miei gusti.

E tuttavia, come sappiamo bene, non basta chiudere un’applicazione sul display per cancellare pensieri e riflessioni derivanti dalla visione di certe argomentazioni. Per cui, com’è naturale, ho la tentazione di dire la mia; non voglio però unirmi alla canea, e preferisco accettare l’ospitalità di queste importanti pagine, aspirando a essere letto fino in fondo e non, come per la maggior parte delle volte avviene sui social, soltanto per il tempo totale di venti secondi e lo spazio di tre righe.

Conoscerete la questione: Erri De Luca, uno dei più amati e giustamente celebrati scrittori di questo paese, ha rilasciato un’intervista a un giornale israeliano ripresa da Il Foglio, nella quale tra le altre cose ha detto che si ritiene sionista e che secondo lui a Gaza non è in corso un genocidio. Successivamente, un po’ sorpreso dalla marea di insulti violentissimi che gli sono pervenuti, ha chiarito che essere sionista significa semplicemente riconoscere l’esistenza e la legittimità dello Stato di Israele, premessa necessaria peraltro per propugnare la teoria dei due popoli e due Stati, e che per genocidio si intende uno sterminio di natura etnica e non territoriale, quindi a Gaza è in corso una strage anche di innocenti, terribile e inaccettabile, ma non tecnicamente un genocidio.

A distanza di poche ore, Francesco De Gregori si è detto imbarazzato dal costante attacco politico di Springsteen a Trump, aggiungendo che secondo lui un artista non dovrebbe fare politica in maniera così esplicita.

Fin qui, a mio modo di vedere, posizioni espresse con precisione e senza insultare nessuno. Io personalmente non ne condivido neanche una virgola, ma credo fortemente che ognuno possa e debba dire quello che pensa, assumendosene ovviamente le conseguenze. Ma il punto è un altro.

Sono cominciati a fiorire, per dir così, sui social ricadute violentissime e immediate non sui due artisti, ma sulla loro produzione. Gente che fotografava cassonetti con dentro volumi e dischi, addirittura falò degli stessi, giuramenti di non leggere e non ascoltare mai più le rispettive produzioni, insulti velenosi e attacchi proditori. Un vero orrore, da lasciare senza fiato.

È una cosa incredibile, che mi lascia sconcertato. Ognuno di voi che leggete queste parole fa, o ha fatto per lungo tempo, un lavoro. Ha prodotto beni o servizi, ha gestito clienti ed è stato cliente a sua volta, utilizzando le prestazioni altrui. Non ricordo un medico la cui abilità chirurgica sia stata valutata sulla base della sua posizione politica, o un ingegnere al quale sia stato smantellato un cantiere perché antigovernativo o filoqualsiasicosa. E non credo che un avvocato o un architetto, come un cuoco o un idraulico, sia stato recensito, consigliato o sconsigliato per quello che diceva nei bar o per strada agli amici sul mondo che gli girava attorno.

Certo, si potrà eccepire che la letteratura, la musica e ogni espressione artistica siano formative del pensiero, educative e quindi potenzialmente antieducative: ma questa posizione porta inevitabilmente alla censura, al pensiero unico e superficiale, alla fine dell’elaborazione personale delle informazioni.

Credo che l’arte, qualsiasi arte, abbia un unico fine: provocare emozioni. Quello che pensa l’artista, le sue opinioni e le sue posizioni politiche, possono indurre alla simpatia o all’antipatia, al fastidio o alla condivisione, ma mi chiedo dove e come possano questi sentimenti personali incidere sul giudizio del cuore quando ci si trova di fronte a un quadro, a una sinfonia o a una poesia.

Provo pena, in generale, quando leggo del boicottaggio di artisti o di sportivi a manifestazioni internazionali di qualsiasi genere solo perché nati in un determinato luogo; gente che si è allenata per una vita con coscienza, che ha studiato e che studia ancora esclusa dal mostrare quello che mirabilmente sa fare solo per una questione di nazionalità.

I governi passano, i regimi passano, le idee cambiano: l’arte e la bellezza rimangono, come i risultati sportivi. Non possono essere cancellati. Non è giusto.

Amo profondamente i romanzi di Erri De Luca, come le canzoni di Springsteen. Con uno non sono d’accordo, con l’altro sì: ma come può questo fare cambiare il mio giudizio estetico? Caravaggio era un assassino, Pirandello aderì convintamente al fascismo, Céline e Pound espressero opinioni a mio (e non solo mio) parere esecrabili, ma hanno scritto mirabilie. Dobbiamo negarne la bellezza per le idee di chi le ha scritte?

Meglio prendersi una vacanza dai social, insomma. Neanche per quel quarto d’ora. Per salvaguardare il cervello, ma anche il fegato.