Quando l’aggettivo “ebreo” non si deve dire.

(Stefano Rossi) – Ieri sera, a Otto e Mezzo, abbiamo assistito all’ennesima inutilità di ascoltare pseudo giornalisti che non informano, non precisano, non spiegano, ma sono lì per se stessi, per limare, ammantare, smussare al solo fine di annacquare l’informazione.
La parola d’ordine è: spegnere l’incendio acceso dai social.
Di turno c’era Beppe Servegnini, quando non è il turno di Paolo Mieli, che ieri, da mattina a sera, era su altri programmi.
Servegnini si è lanciato contro Israele al punto da dover ricordare il “7 Ottobre”, ed ha pure detto, preoccupatissimo, di “rischiare” di passare per un antisemita.
Rassicuriamolo, non c’è pericolo.
Il suo intervento è sempre contro Israele senza mai affrontare il vero problema, quello religioso, di un popolo che è pervaso da una verità per esso inconfutabile: essere il prescelto da Dio.
Mai abbiamo sentito pronunciare la parola “ebreo”, come fosse un tabù pericolosissimo da Servegnini.
E infatti, Anna Foa, ebrea, non ha paura a pronunciare quell’aggettivo ed affrontare il nocciolo del problema ebraico: i coloni, che sono tutti fondamentalisti ebrei.
Il giovane Raffaele Giuliani che, invece, rappresenta i social, tanto vituperati dai giornaloni, ha affrontato il problema con parole adeguate, ricordando il genocidio e lo sterminio del popolo palestinese al punto che, la Gruber si è sentita in dovere di precisare: “Parole molto forti”.
Michele Serra, nel suo ultimo articolo “Nell’elenco degli ingiusti”, scrive: “Quelli come Ben-Gvir, a dispetto della loro prosopopea etnico-religiosa, non appartengono ad alcuna razza o religione … Non diamogli l’illusione di giudicarlo male in quanto israeliano o (come lui vorrebbe) in quanto ebreo. Lo giudichiamo male come essere umano. Punto”.
Ecco un altro esponente di un giornalismo che fugge, nasconde, evita di esporsi in un argomento scomodo ma necessario per capire il problema arabo-israeliano.
Non c’è solo il problema del sionismo, ma anche una cultura che è pregna di un razzismo verso un intero popolo che viene considerato né più né meno come animali da schiacciare come formiche fastidiose.
Ma quel razzismo nasce da una cultura, da una educazione che compare fin dalla giovanissima età.
Negarlo vuol dire negare realtà e storia.
A Otto e Mezzo compare giustamente un esponente del mondo dei social.
Ma il confronto con il giornalismo tradizione è impietoso!
Ero giovane, molto giovane e, avendo assunto per verità gli insegnamenti di religione delle scuole medie nonché del precedente catechismo, mi chiedevo come era possibile che non si ravvedesse nella storia del popolo ebraico e quindi della Bibbia un razzismo che dire evidentemente sarebbe stato un eufemismo . Tuttavia quello che la TV e i giornali erano intrisi giustamente di tutto il sentimento di disgusto ,condanna e ripudio totale per quello che innocenti ebrei avevano dovuto subire ad opera di un’ altra aberrazione : quella hitleriana. Eppure , come si somigliano ! Si potrebbe addirittura sovrapporli e aderirebbero alla perfezione. Ma i nostri conformisti in TV ci raccontano altre storie e temono ritorsioni . Chissà perché.
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E’ un tema che mi incuriosisce ma nessuno tratta perchè scivolosissimo e tabù.
Quel che mi sembra di capire da dilettante è che l’Antico Testamento che conosciamo, raccolta di testi contraddittori e di diversa epoca e provenienza, che facciamo finta di accettare nel cattolicesimo almeno in parte (includendo nella liturgie e preghiere solo pochi passi scelti e decontestualizzati) documenta un passaggio dal politeismo non al monoteismo, bensì ad monolatria nazionalistica intollerante, che infatti si è battuta con i vari Messia/capi ribelli (incluso Gesù) contro il potere imperiale romano e il suo politeismo includente. Ciò è stato causa delle guerre giudaiche e della persecuzione di Nerone contro gli ebrei/gesuani presenti nella Roma in fiamme (ovviamente il cristianesimo centra poco con il Gesù storico, essendo invenzione ancor più contraddittoria dell’ebreo rinnegato e romanizzato Saulo/Paolo, considerato traditore dai gesuani di Gerusalemme).
Invece altra cosa è indagare l’atteggiamento della diaspora ebraica, mossasi anche prima della distruzione di Gerusalemme, nei confronti degli stranieri, che conosciamo solo dalle reazioni che hanno suscitato. Ho l’impressione che i fenici, semiti politeisti nella loro diaspora si siano maggiormente integrati.
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Scriveva Giovanni Garbini, orientalista e semitista illustre:
“Come nella religione, così anche nella storia gli israeliti vollero a un certo punto staccarsi completamente dall’ambiente che li circondava: i legami che li univano agli abitanti della terra di Canaan furono negati e rimossi con una semplice operazione storiografica. ….. Dovere dello storico è prendere atto di questa volontà degli ebrei di considerarsi diversi dati popoli volontà di cui l’Antico Testamento è la proiezione ideologica e il comportamento di larga parte del giudaismo antico moderno il riflesso nella vita pratica.”(da “Gli Ebrei in Palestina : yahvismo e religione fenicia” [article]Actes du colloque de Cortone (24-30 mai 1981)
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