Per l’ex colonnello britannico de Bretton-Gordon gli attacchi di Kyiv mostrano le falle delle difese russe e mettono Mosca sotto pressione. Ma il diplomatico in esilio Bondarev avverte: le élite non possono sfidare Putin e la pace resta lontana. L’analisi e le interviste di Fanpage.it.

(di Riccardo Amati – fanpage.it) – Si chiamano operazioni “Recce Strike”, in gergo militare. Ricognizione e attacco integrato. Usano l’intelligenza artificiale, e hanno riportato la guerra a casa di chi l’ha scatenata. I russi sanno che non stanno vincendo. Parte dell’élite vorrebbe la pace a costo di compromessi. Ma aspettarsi mosse contro Vladimir Putin è irrealistico, dice chi conosce dall’interno il sistema di potere in Russia.

Rappresaglia high-tech
In risposta a tre giorni di attacchi letali su Kyiv – dove sono morte 24 persone – e altre città, tra il 16 e il 17 maggio oltre 600 droni hanno colpito 14 regioni della Russia, nonché la Crimea, il Mar Nero e il Mar d’Azov. Almeno quattro morti, decine di feriti. Presa di mira Mosca. Oltre 400 chilometri dal fronte. Centrata una raffineria. Forse l’unica che finora era stata risparmiata.

A garantire rapidità, precisione e profondità all’operazione, una rete interconnessa di droni da ricognizione, droni kamikaze, droni “madre”, satelliti e sistemi di supporto decisionale fondati sull’intelligenza artificiale. Che crea una mappa condivisa degli obiettivi e delle difese nemiche aggiornata in tempo reale. E può guidare gli ordigni sui bersagli in modo autonomo.

Difese arretrate
“Le operazioni Recce Strike forse non decideranno le sorti della guerra, ma di sicuro stanno permettendo a Kyiv di passare all’iniziativa”, dice a Fanpage.it Hamish de Bretton-Gordon, ex colonnello britannico, tra i più informati commentatori del conflitto ucraino. “Le difese russe non stanno funzionando perché le capacità offensive dell’Ucraina si sono evolute più rapidamente delle capacità difensive della Russia”.

Secondo de Bretton-Gordon, il fatto che Putin temesse per la sicurezza di Mosca durante la parata del Giorno della Vittoria “è la dimostrazione più evidente dell’incapacità di fermare gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo”. Tantomeno nella capitale, “dove è stata concentrata la maggior parte delle difese aeree”. Il Cremlino non può nascondere a un’opinione pubblica sempre più irritata il fallimento

“Sappiamo che la guerra va male”
“Tutti capiscono tutto”, dice a Fanpage.it Irina. “Sappiamo bene che non stiamo vincendo, anche se Putin e la tivù lo ripetono di continuo”. Irina è un’insegnante universitaria in pensione. Vive a Khimki, appena fuori dalla MKAD, la tangenziale della capitale. Il Cremlino dista meno di venti chilometri.

A Khimki si fermò l’avanzata della Wehrmacht nel dicembre del 1941. I droni ucraini domenica scorsa non si sono fermati. Uno ha colpito un palazzo. Altri hanno proseguito fino all’aeroporto di Sheremetyevo, più a nord-ovest. È il più grande di Mosca. Danni limitati. “La gente vuole che la guerra finisca”, spiega Irina. “Non parla perché di queste cose è vietato parlare. Figuriamoci ribellarsi”.

De Bretton-Gordon ritiene che la facilità e la sempre maggiore frequenza con cui Kyiv centra obiettivi strategici in Russia stiano avendo “un enorme impatto” sul regime. In effetti, nell’élite sembra in corso “una lotta tra bulldog sotto un tappeto”, come Winston Churchill definiva gli intrighi interni al Cremlino.

La militarizzatione delle èlite
“Per una parte dell’élite russa, lo stallo sta diventando una crescente fonte di malcontento: la guerra non porta la vittoria sperata, i rapporti con l’Occidente restano tesi, le sanzioni persistono e un’uscita dal conflitto senza gravi costi appare sempre meno probabile”, nota l’ex funzionario del ministero degli Esteri russo Boris Bondarev.

Nei giorni scorsi, Putin ha rimpiazzato i governatori delle oblast di Belgorod e di Bryansk rispettivamente con un generale vicino al capo della Guardia Nazionale Viktor Zolotov – tra i più potenti dei “siloviki” – e con un ex alto funzionario della regione ucraina di Luhansk annessa da Mosca. Alcuni osservatori, tra cui la politologa Ekaterina Schulmann, sostengono che il presidente intende “militarizzare” l’élite.

Guai su tutti i fronti
Le ultime mosse di Putin si possono spiegare almeno in parte con la volontà di bloccare ogni impulso “pacifista” fra le torri del Cremlino. Oltre agli attacchi dei droni, preoccupa il cambiamento della situazione al fronte: da un sostanziale stallo in cui l’iniziativa restava comunque russa, si è passati a progressi costanti degli ucraini nel recuperare territorio.

Secondo i dati e le mappe dell’Institute for the Study of War (ISW), il quadro attuale è quello di micro-avanzate ucraine e forte rallentamento russo. “L’esercito di Mosca è ormai composto quasi interamente da soldati scarsamente addestrati”, sostiene de Bretton-Gordon. “Continua inoltre a perdere circa 1.000 uomini al giorno, dieci volte più dell’Ucraina, riuscendo però a rimpiazzarne solo circa il 30%”.

Tutto questo, mentre l’economia russa entra ufficialmente in fase di contrazione, e le nuove previsioni del governo rivedono al ribasso tutti i principali indicatori. In particolare, la crescita attesa del PIL per il 2026 è stata ridotta dall’1,3% allo 0,4%.

La trappola del potere
Chi afferma che il regime rischia una congiura di palazzo ha ragioni per pensarlo. Eppure con ogni probabilità si sbaglia. “Le élite del Cremlino non hanno modo di rimuovere Putin, anche se lo volessero”, spiega a Fanpage.it Boris Bondarev, alto funzionario del ministero degli Esteri dimessosi perché contrario all’invasione dell’Ucraina. A impedirlo è la stessa struttura del potere in Russia.

Fortemente centralizzato, non dà a potenziali alternative nemmeno la possibilità di nascere. E chi vi è associato dipende in tutto dal presidente e da questa sua guerra. Non solo politicamente ma anche economicamente. Rivoltarsi è di fatto un suicidio. Non necessariamente in senso metaforico.

Il servizio di sicurezza interno, l’FSB è sempre più forte. Controlla e sorveglia tutti. Mina qualsiasi tipo di fiducia reciproca tra chi vorrebbe un cambiamento. Almeno nell’Unione Sovietica esisteva il partito, con un suo sistema di governance collettiva. Nikita Khrushchev fu “dimesso” così. Oggi il partito di governo, Russia Unita “esiste solo come un’estensione dell’autorità personale di Putin”, argomenta il diplomatico russo.

Di fatto, le élite sono intrappolate in un ingranaggio che le danneggia ma da cui non possono uscire.

Pace smentita
Anche chi si aspettasse “aperture” del regime a una pace giusta è molto probabile che si sbagli. Le poche parole di Putin che avevano illuso tanti – noi compresi – sono state forse male interpretate. Certamente subito smentite. Non solo da parole diverse. Ma dal test del missile intercontinentale Sarmat, presunta arma dell’Apocalisse. Dalle esercitazioni delle forze nucleari insieme all’esercito bielorusso. E dalle bombe sull’Ucraina.

Il fatto è che il modello di potere di Putin “richiede un nemico esterno costante”, ha scritto Boris Bondarev su Moscow Times. E neanche sostituire il leader cambierebbe il sistema. Crisi, aggressioni e derive autoritarie si riprodurrebbero.

L’ex funzionario russo spera in una trasformazione interna. Astenendosi da ogni interferenza diretta, l’Occidente dovrebbe impegnarsi a favorirla individuando e sostenendo chi possa aver interesse a cambiare le cose preservando almeno parte della sua posizione e della sua sicurezza.

Serve “una strategia di sconfitta controllata del sistema di Putin”, dice Bondarev. Non un collasso caotico ma un’azione politica che accompagni l’aiuto militare all’Ucraina. Con l’obiettivo di favorire  lo smantellamento graduale di un regime “considerato una minaccia non solo per l’Ucraina e l’Europa, ma per la sicurezza internazionale nel suo complesso e per la stessa Russia”.