Per la prima volta svanisce il mito della forza che ha alimentato l’era sovietica e putiniana

(Domenico Quirico – lastampa.it) – La guerra corrode pazientemente le opere dell’uomo e certe volte, tra quelle cose mezzo digerite, tra quei relitti che hanno perduto l’impronta umana, si stabilisce di colpo un rapporto nuovo, malefico. E se in quel momento qualcuno si trova a passare di là la realtà gli piomba addosso come un fulmine. Una realtà diversa da quella della propaganda: inquietante, un disorientamento totale. Attenzione: non dura mai a lungo, non bisogna fidarsene troppo. Ma contiene certo spiriti sottili di decomposizione.
Parlo della parata per la vittoria del 1945 a Mosca, ieri: la Grande Guerra Patriottica eternamente scritta a caratteri maiuscoli, i suoi ventisette incancellabili milioni di morti. E molti di loro erano ucraini. Apparentemente tutto sembra uguale. Le truppe avanzano a passi pesanti e ritmati, i parà e gli Spetsnaz obelischiformi: sono così ben allineati e compatti che anche se li colpissero, potresti esser certo che resterebbero in piedi sostenendosi l’un con l’altro.
Eppure, eppure manca qualcosa. Non gli ospiti stranieri. Qui sul palco in passato hanno fatto tappa tutti, plaudenti quando Putin era non il nuovo Gengis Khan ma un simpatico fornitore di gas. Dettagli: il Cremlino può accontentarsi di un bielorusso e di un tagico, senza danni.
Contano di più i carri armati i missili i formidabili congegni di guerra meccanici per la prima volta assenti. Scomparse tutte le novità dell’arsenale putiniano, lucide come soprammobili, il carro T-90 i missili iskander i droni. Nulla. Come se la guerra fosse tornata per miracolo a essere soltanto un fatto umano, contassero solo i cuori saldi dei ragazzi che sfilano in uniformi immacolate, e le vittorie fossero un fatto non di mezzi ma di “eroi’’. In fondo di “automi’’ come diceva il barone Alphonse de Custine molto tempo fa dei russi.
Ecco: la giornata più importante dell’anno ha qualcosa di leggermente più rigido del solito, di leggermente più chimico. È troppo silenziosa dentro di sé e non bastano i fragorosi “Urrà” che accompagnano il discorso di Putin e le musiche marziali. Sembra imbalsamata perché non si sfasci. Dopo un attimo che ci si è dentro ti accorgi che è piena di sottintesi. Era forse il fracasso dei grandi dinosauri di acciaio, dei giganteschi bombardieri che sorvolavano la piazza mostrando il ventre lucente che poteva ospitare i congegni della Apocalisse che suggerivano il senso, l’orgoglio, l’arroganza. Teatro, niente altro che teatro, veramente. Ma che teatro. Dei grandi schermi sulla piazza Rossa hanno mostrato in continuazione quelle meraviglie moderne e letali in azione nell’operazione speciale, ma gli organizzatori non hanno previsto che, evocati così, paiono oggetti finti o che appartengono un mondo defunto. Se le sfilate militari diventano museo, allegoria, pura evocazione allora vuol dire che dietro occhieggia funebre il vuoto.
Le parate della vittoria, per chi può vantare vittorie anche se vetuste, funzionano soltanto se la sensazione di potenza è implacabile, presente, reale. Questo è tanto più vero per una autocrazia come la Russia dove da sempre l’uomo non ha nulla a cui legarsi, diritti libertà contropoteri, e non ha altra via d’uscita che identificarsi in valori più locali: Stato, Impero, Potere, Potenza. Che sia lo zar o Stalin, Breznev o Putin, la parata ribadisce più che una antica sanguinosa e gloriosa vittoria la realtà immanente di un potere dal funzionamento carnivoro.
Per questo nel 1941 sulla piazza sfilarono nel gelo le truppe siberiane mentre il cannone tedesco rombava già sulla collina degli inchini: la Russia non si arrende! Marciarono senza fermarsi direttamente sul campo di battaglia.
E poi le immani sfilate della Guerra Fredda, perfino nella epoca delle gerontocrazie stagnanti con sul palco i vassalli non ancora fedifraghi ma i negozi desolatamente vuoti. Eppure gli occidentali, tremebondi, attendevano di veder sfilare davanti al Cremlino le novità che l’arsenale russo metteva in mostra come “memento’’, spremendole dalla miseria del resto. Nell’Urss, che affermava di volere la pace, si parlava continuamente di guerra: le celebrazioni pompose del nove maggio e dell’ottobre, l’evocazione della perfidia tedesca, e per estensione dell’Occidente tutto, ogni 22 giugno, data dell’attacco nazista, il calendario consacrato ogni mese ai difensori della patria all’Armata rossa alle truppe di frontiera alla difesa anti aerea alla marina. Scudo del proletariato mondiale, commandos nella lotta inesausta alla abissale disparità del benessere tra i popoli della terra. Quando ascoltavano una canzone composta verso la fine degli anni sessanta, “dien pobièdy’’, la giornata della vittoria, migliaia di persone scoppiavano a piangere pubblicamente: “Buon giorno mamma/ non siamo tornati tutti/ come sarebbe bello/ correre a piedi nudi nel giardino”.
Per ventisei anni Putin ha atteso ogni anno il nove maggio per ricapitolare tutto questo: la storia russa, la intoccabilità del suo potere personale che richiede complicità e obbedienze ma non la totale resa dell’anima come chi lo ha preceduto, la sua promessa del debutto del Millennio: vi farò diventare di nuovo temuti e potenti.
Nella parata di ieri, che nemmeno la tregua dell’ultima ora voluta da Trump ha salvato dalla molesta suspence dei droni ucraini, pare che quella potenza così evocata e fino a ieri credibile, abbia finito, dopo quattro anni di conflitto vero, per corrompersi: nel contatto con il tempo che passa senza vittoria, con una guerra che sembra diventata abitudine, vecchia fiacca e cattiva. Come se anch’essa chiedesse di essere relegata tra le divinità fuori uso.
dalla poltrona di casa sua con il plaid sulle ginocchia, lo pseudo inviato di guerra, fattosi malauguratamente rapire le uniche due volte, cerca di sbeffeggiare una superpotenza atomica.
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Quirico ha vinto anche lui la guerra come Trump del resto .
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4 aprile 1949: fondazione della Nato
14 maggio 1955: fondazione patto di Varsavia.
Ma l’esperto sei tu, col tuo linguaggio “aderenziale e desemplicizzato” .
Sei anni di paziente attesa per capire se il nazifascismo era stato veramente estirpato.
Siamo finiti a dare miliardi e sostegno a un paese che ha Bandera come eroe nazionale e con Yaroslav Hunka, reduce ss ucraino, omaggiato da Zelenski e parlamento canadese. Fatti due conti su cosa è veramente l’ occidente democratico e se può vantarsi di un qualche primato che lo rende diverso dalle autocrazie: con quelle “buone” facciamo affari d’oro, se sono amiche dei nostri padroni d’oltreoceano; le altre le bombardiamo, aiutiamo a farlo e
oggi abbiamo la seconda carica dello stato col busto del tizio da Predappio in salotto.
È certamente possibile parlare di ciò che accade in casa d’altri, magari essendo credibili.
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