
(di Marcello Veneziani) – Venezia è il posto giusto per celebrare la tragedia e il carnevale, la città più fascinosa e tenebrosa del mondo, che odora di mare e di decadenza, di maschere e di tristezza. Morte a Venezia, se volete andare sull’ovvio letterario-cinematografico, tra Thomas Mann e Luchino Visconti. O variante mortifera, la tragedia di Anonimo Veneziano, nel suo cammino a ritroso dal film di Enrico Maria Salerno al libro di Giuseppe Berto. Ad accompagnare la tragica storia, la musica di Alessandro e Benedetto Marcello. O l’accorato Aznavour di Com’è triste Venezia. Due anni dopo quell’immagine si fece realtà col funerale in gondola di Ezra Pound. Presagi simbolici.
A Venezia sono state combattute nei mesi scorsi due guerre d’indipendenza: una ancora in corso, alla Biennale con Pietrangelo Buttafuoco che nel nome dell’universalità dell’arte come zona franca rispetto ai conflitti, aveva riammesso i russi nel loro padiglione e dunque nella rassegna (salvo poi interdire i premi a Russia e Israele). Una guerra logorante, con il ministro amico che diventa nemico, su mandato del governo amico che diventa nemico, a sua volta su mandato dell’Europa e del suo socio onorario Zelenskij. Alla fine l’autonomia della Biennale è stato l’alibi per condannare senza intervenire, anche se i fondali di Venezia sono ancora agitati pesantemente di pressioni sub lagunari, incursioni sottomarine di ogni tipo. La Biennale è autonoma, non possiamo farci nulla, però magari se Buttafuoco si dimettesse… È autonoma la Biennale ma noi gli togliamo i soldi, dice la coraggiosa UE col consenso della coraggiosa Italia finto-sovranista. Soldi alle armi, basta con l’arte…
È autonomo, non possiamo farci niente, è la stessa parola usata dal governo anche nell’altra guerra d’indipendenza, perduta l’altro giorno, da Beatrice Venezi, nominata col plauso del governo e defenestrata, prima di insediarsi, col plauso del governo. Lo ha deciso il Sovrintendente ma come dice in falsetto il ministro, pure lui è autonomo (tié). Come ricorderete, la Venezi era stata nominata alla guida dell’orchestra della Fenice ed era oggetto di linciaggio da diversi mesi. Non entriamo nel merito della nomina, non abbiamo i titoli per giudicare, dicemmo allora e diciamo ancora; può darsi che il modo di nominarla sia stato scorretto, ma in questo caso a dimettersi avrebbe dovuto essere colui che l’ha malamente nominata, e invece ora è lui stesso, il Sovrintendente, a licenziare la Venezi. Notammo agli inizi solo una cosa: che da giovane promessa di talento, la Venezi diventò di colpo abusiva, incapace, inadeguata dopo si era schierata a favore del governo Meloni, accettando un incarico ministeriale. Ora, come se volesse lei stessa liberarsi dal linciaggio e dalla graticola al suo avvento sul podio, ha svelato il nepotismo degli orchestrali, con i posti che si tramandano di padre in figlio. Guai a dirlo, sei licenziata. Cioè finalmente libera. In effetti, quando la situazione s’incattivì, era difficile trovare una via d’uscita: se ti dimetti dai ragione a loro, se non lo fai ti renderanno la vita impossibile. Meglio sperare in un incidente e poi dire che è impossibile lavorare, mi boicottano, me ne vado. Ma la provvidenziale polemica a distanza ha prevenuto l’agonia, e lei è stata licenziata col plauso dello stesso governo che l’aveva voluta. Si chiude la storia grottesca, tutti felicemente scontenti, giustizia è sfatta.
Resta però di queste due vicende e di una serie di altri fatti e misfatti, nomine e tagli, schermaglie e dimissioni di ministri, giri di sottosegretari, e tante tante polemiche, un solo, preciso responso: l’incompatibilità tra cultura e potere e in particolare tra governo meloniano e cultura. Dove arriva il potere la cultura arretra, perde, si infogna. Dove arriva il potere la qualità, il merito, il talento vengono negati o rinnegati, e così la libertà, la dignità, la coerenza, i valori e i valorosi. Il governo Meloni nella cultura come la fa sbaglia, sbaglia sempre, anche quando non sbaglia (è raro ma succede).
Ma facciamo un passo avanti, lasciamo da parte protagonisti e antagonisti, comparse e registi, figuranti e servi, e addentriamoci nel tema di fondo.
Sul piano politico, imperversa da anni una disarticolata ma persistente egemonia ideologica in molti ambiti culturali, legata a piccole, livorose sette di sinistra: egemonia non di contenuti ma di contenitori, non di idee ma di veti, non di intelligenze ma di satrapie e giannizzeri. E dall’altra parte, assistiamo al fallimento vistoso di una contro-egemonia culturale governativa, che dicono di destra ma che è più corretto ormai definire solo meloniana perché non ci sono connotazioni culturali, ideali di alcun tipo ma solo affiliazioni, calcoli e vincoli tribali. Un fallimento su tutte le ruote: nella scelta degli uomini, nella difesa dei medesimi, nel comportamento di molti dei nominati, nella loro propensione a compiacere gli avversari per garantirsi la sopravvivenza; nell’assenza di strategia, di contenuti e di profilo culturale. Un disastro su tutta la linea. Conoscendo l’ignoranza, l’incompetenza, l’incapacità di sostenere una linea, una nomina, una decorosa coerenza, ripeto il consiglio dato tempo fa: fate come i democristiani, lasciate il campo, non è cosa vostra, occupatevi dei margini, delle bucce, non della polpa, mai dei contenuti e dei criteri di selezione. Non nominate nessuno invano, perché di solito sbagliate, e poi non siete in grado di difenderlo né di adottare una strategia culturale; anzi, i primi a farli pentire di aver accettato e magari richiesto la nomina, sono proprio coloro che li hanno nominati. Il disastro si estende dalla cultura alla comunicazione, include la Rai.
La risacca riporta a riva rottami, detriti, immondizie, arrampicatori. Plebe in alto e plebe in basso, direbbe Zarathustra. La politica ormai da tempo si è separata dalle idee, dalla storia, dal futuro e gestisce solo il presente occupandosi solo della propria durata al potere, perciò farebbe bene a ignorare la cultura, starne alla larga e non sbarcare a Venezia ma fermarsi a Mestre. Cosa dovrebbe fare invece la cultura, cioè gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali, a partire da quelli ancora targati? Starne alla larga pure loro. Se decidi di sporcarti pur di incidere, fare qualcosa, lasciare un segno, stai sicuro che il segno non te lo fanno lasciare, e ti resta solo lo sporco. Allora cosa puoi fare? Metterti all’opera, dimostra lì il tuo talento e la tua voglia operosa, anche perché di quel che fai nel tuo campo ne rispondi solo tu, non puoi accampare pretesti o alibi. Se sei scrittore scrivi, se sei pensatore pensi, se sei artista dipingi, reciti, suoni. Mi rendo conto che è un po’ più difficile per un direttore d’orchestra mettersi in proprio e fare orchestra e coro da solo. Ma in generale realizzate le vostre opere, lasciate stare i posti di comando. E se vi imbattete nel potere? Non fate come Platone, Aristotele, Virgilio, Seneca, non mettetevi al suo servizio. Fate piuttosto come Diogene che davanti ad Alessandro Magno che si parava davanti a lui, chiedendogli cosa potesse fare per lui, rispose semplicemente “Scostati dal sole”. Levati di mezzo per non dire peggio, non farmi ombra, non intrometterti tra me e la luce, lascia che la mia libertà, povera ma ricca, non venga adombrata da te e dal potere. Passate al bosco, come Jünger, navigate in mare, scegliete l’aria aperta, la luce, il mondo, la natura. Il potere non è cosa vostra, e solo in ciò che realizzerete nel vostro campo “si parrà la vostra nobiltate” (si misurerà il vostro talento). Alla larga.
Ma mi faccia il piacere
(Di Marco Travaglio) – Telefono Azzurro. “Il figlio di Minetti immolato nei talk. Picierno: ‘Disumano’. Madia: ‘E i diritti dell’infanzia?’” (Foglio, 1.5). Si va verso l’affidamento dei bambini del bosco a Nicole Minetti.
Calendellum/1. “Con questa legge elettorale dx e sx pareggiano e Azione decide chi governa e con che programma. Basta guardarsi un sondaggio a caso” (Carlo Calenda, leader Azione, X, 2.5). Funziona così: il giorno delle elezioni si va tutti al mare, si risparmiano un sacco di soldi, poi arriva il mitomane.
Calendellum/2. “Botta e risposta Prodi-Calenda. ‘Vai da solo?’. ‘Ho dei valori’” (Corriere della sera, 29.4). Bollati.
Marattellum. “Marattin vs Calenda: ‘Percepiti come un fastidio. Così il Terzo polo non si fa’. Parla il leader Libdem” (Foglio, 1.5). Oh, no, e adesso come facciamo?
Baci della morte. “Vittorio Sgarbi: ‘Alle primarie voterei Salis’” (Corriere della sera, 3.1). “Se il centrosinistra scegliesse una persona… come Silvia Salis, Azione potrebbe iniziare un dialogo col centrosinistra” (Calenda, 29.4). Povera donna, non meritava.
Pornoterrorismo. “Il mistero di Freya, pornostar e sub: ‘Lei tra i sabotatori del Nord Stream’” (Corriere della sera, 28.4). Così l’attentato terroristico dell’Ucraina contro l’Europa che la arma e la finanzia diventa ancora più sexy.
Comma 22. “Caso Minetti, la Pg ha le prove: il bambino c’è ed è anche malato” (Giornale, 30.4). Come se qualcuno avesse mai detto che non c’era ed era sano. Ma soprattutto: se qualcuno avesse detto che il bambino non c’è, come avrebbe potuto sostenere che era sano o malato?
Stampa corazziera/1. “Grazia a Minetti. L’inchiesta del Fatto sembra soltanto un gran calderone di suggestioni” (Ermes Antonucci, Foglio, 28.4). “Un fumettone a puntate fra il thriller sudamericano e il giallo di terza fila” (Salvatore Merlo, ibidem). E allora perché ne parlate tutti i giorni con tre o quattro articoli?
Stampa corazziera/2. “Il caso Minetti s’affloscia. Traballano le accuse. I precedenti choc della madre biologica” (Libero, 1.5). “Il bambino di Minetti. La madre fu arrestata: ‘Criminale pericolosa’” (Domani, 3.5). Invece la Minetti è un bocciuolo di rosa.
Stampa corazziera/3. “Non è vero, assicurano al Colle, che Mattarella abbia scritto a Nordio perché convinto dall’inchiesta del Fatto” (Monica Guerzoni, Corriere della sera, 30.4). Gli sarà apparso in sogno l’Arcangelo Gabriele.
È bello lui. “Odiano la bellezza perché sono brutti. Senz’altro lo sono dentro e forse anche fuori. Fossero carucci, o sapessero godersi la vita, non leggerebbero Travaglio, non guarderebbero Report e lascerebbero in pace Nicole Minetti… Io preferisco ammirare le grazie dell’ex consigliera regionale che è bella a prescindere, e questo conta” (Camillo Langone, Foglio, 30.4). Quindi la grazia è un atto dovuto solo per i belli e le belle. Se Langone un giorno ne avesse bisogno, sarebbe spacciato.
I garantisti. “Garlasco, Andrea Sempio è il solo killer” (Identità, 1.5). “Garlasco, la svolta su Sempio. ‘Ha ucciso Chiara da solo’” (Repubblica, 30.4). “’Sempio ha ucciso da solo’” (Stampa, 30.4). “Stasi è innocente ma deve restare in prigione” (Piero Sansonetti, Unità, 1.5). Ma infatti, fare i processi è solo un inutile spreco di tempo e denaro.
La svolta. “Il post di Sempio: tra i 18 e i 20 anni ero ossessionato per una ragazza” (Corriere della sera, 3.5). Veramente nel post dice “innamorato”. Quindi, calcolando che Chiara Poggi fu uccisa quando Sempio aveva appena compiuto 19 anni, lui amò una morta per un anno. Oltre all’aggravante della crudeltà, si impone quello della necrofilia.
Due pesi e due misure. “Perché la guerra in Ucraina è in una cappa d’indifferenza?” (Luciano Fontana, Corriere della sera, 27.4). Forse parla dei 20 pacchetti di sanzioni alla Russia contro zero a Israele.
Bella svastica. “Il salto di qualità dell’antisemitismo non è compatibile con Bella ciao. E non lo è la cacciata di cittadini con la bandiera dell’Ucraina” (Francesco Merlo, Repubblica, 28.4). “Il prof. Tino Ferrari: ‘Studiate la storia, chi canta Bella ciao oggi lo fa per Kiev’” (Repubblica, 27.4). È proprio l’inno del Battaglione Azov.
Pensatori liberali. “Enrico Costa: ‘Ora va accentuata la linea liberale’” (Verità, 27.4). Ma quella di Marina o quella di Pier Silvio?
Cick to Cick. “Fabrizio Cicchitto pubblica un denso volume con l’ambizione riuscita di aggiungere un ulteriore capitolo alla storia del socialismo italiano… Il suo libro esplora i fatti partendo dai protagonisti: Turati e Matteotti, Anna Kuliscioff, Rosselli e Buozzi, Nenni, Saragat, Lombardi, Pertini e, appunto, Craxi” (Stefano Folli, Robinson-Repubblica, 3.5). S’è scordato giusto il compagno Licio Gelli.
Il titolo della settimana/1. “In due anni 21 miliardi di euro in più sono entrati nelle tasche degli italiani” (Tempo, 1.5). Ec co perché non sappiamo più dove mettere i soldi.
Il titolo della settimana/2. “Ora togliamo all’Anpi il controllo del 25 Aprile” (Fabrizio Cicchitto, tessera P2 n. 2232, Libero, 27.4). Giusto, diamolo alla P2.
Il titolo della settimana/3. “Lucano, decadenza confermata: ‘Faccio più paura da sindaco che da eurodeputato’” (Dubbio, 28.4). Perché fai più danni.
Il titolo della settimana/4. “Quelle chiamate di Trump al Cremlino che portano guai” (Augusto Minzolini, Giornale, 3.5). Ma ci rendiamo conto? Trump che chiama Putin senza neppure chiedere il permesso a Minzolingua? Dove andremo a finire, signora mia.
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