Una misura che ne certificherebbe il fallimento: accompagnare la legislatura fino al 2027 con un esecutivo tecnico o di garanzia, svuotando di fatto la traiettoria politica dell’attuale esecutivo e congelando l’intero impianto di potere costruito attorno alla premier

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Nei corridoi del potere romano, si aggira un’idea che a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni viene registrata con crescente fastidio, anche se nessuno la nomina apertamente: non tanto il rischio delle elezioni anticipate, quanto lo scenario opposto. Quello che in gergo da Transatlantico si definisce, con elegante ipocrisia istituzionale, “governo del presidente” piuttosto che governo di larghe intese, tecnico o che dir si voglia. Una soluzione che non avrebbe nulla di traumatico nella forma, ma politicamente devastante nella sostanza: accompagnare la legislatura fino al 2027 con un esecutivo tecnico o di garanzia, svuotando di fatto la traiettoria politica dell’attuale governo e congelando l’intero impianto di potere costruito attorno a Giorgia Meloni. Insomma, per gli attuali inquilini di Palazzo Chigi sarebbe la certificazione del loro fallimento.
A Palazzo, infatti, il punto non è solo la durata, ma la narrazione. Perché un passaggio di questo tipo verrebbe letto come la certificazione implicita che la fase politica in corso non è riuscita a produrre quella “visione di lungo periodo” evocata a più riprese dal Quirinale e che pure Giorgia Meloni aveva promesso agli elettori quattro anni fa. Le parole pronunciate oggi da Sergio Mattarella, formalmente inserite nel perimetro europeo, vengono infatti lette e rilette nei palazzi con la consueta attenzione maniacale ai “sottotesti”. Il richiamo a evitare politiche di corto respiro e a rafforzare una prospettiva strategica non viene interpretato come un intervento contingente, ma come una linea di metodo. E nelle sale riservate di Montecitorio e Palazzo Chigi il messaggio viene registrato, più che commentato. Non c’è alcun segnale di rottura, né tantomeno di crisi imminente. Ma il clima, secondo fonti parlamentari di prima fascia, si sarebbe fatto più denso. Meno lineare. Più “riflessivo”, per usare un eufemismo da corridoio. In altre parole: il sistema si interroga. E in queste fasi, a Roma, si apre sempre la stessa finestra di possibilità: quella delle soluzioni istituzionali di equilibrio. Un governo tecnico, un governo del presidente, un esecutivo di transizione. Chiamatelo come si vuole, il senso politico resta invariato: congelare il conflitto, stabilizzare il quadro, rimandare il giudizio delle urne.
È proprio questo lo scenario che, nei retroscena più avvertiti, viene percepito come il vero elemento di pressione per Giorgia Meloni. Non la caduta del governo, ma la sua “neutralizzazione politica” fino a fine legislatura. Una sorta di lungo accompagnamento istituzionale che trasformerebbe l’attuale esperienza di governo in una parentesi, più che in una stagione compiuta. Nel centrodestra, ufficialmente, non esiste alcuna crepa. La linea è compatta, almeno nella forma. Ma nei ragionamenti più sotterranei, si percepisce la consapevolezza che la partita non si gioca solo dentro la maggioranza, ma anche nell’equilibrio complessivo del sistema istituzionale. E qui si inserisce la variabile più sensibile: la tenuta interna degli alleati e la capacità del blocco di restare tale in uno scenario non lineare. Perché nei palazzi romani, si sa, la stabilità non è mai una condizione permanente: è una fase. Il resto è il solito gioco di specchi della politica italiana. Giorgia Meloni rivendica la piena legittimità del mandato elettorale e punta a portare la legislatura fino in fondo. Ma tra Montecitorio e il Colle, l’orizzonte che qualcuno inizia a intravedere è più sfumato: non la rottura, ma la diluizione del potere politico in una fase di transizione lunga, silenziosa e istituzionalmente irreversibile. E a Roma le transizioni sono sempre il vero potere.
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