(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il capolavoro strategico dell’Iran è consistito nell’avere rivoluzionato la priorità della scaletta diplomatica. Prima della guerra, il programma nucleare era in cima alla lista. Oggi c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz. Per capire ciò che sta accadendo, occorre capire l’obiettivo dell’Iran. L’Iran vuole tenersi i suoi 440 kg di uranio arricchito al 60% di purezza per tre ragioni.

La prima ragione è che, se riesce a trattenerli, può certificare di avere vinto la guerra con uno scatto fotografico.[…]

La seconda ragione è che l’Iran potrà sopravvivere alla sua distruzione, piuttosto certa, soltanto costruendo la bomba atomica. Se l’Iran si spogliasse del nucleare, rischierebbe di fare la fine della Libia. Gheddafi si fidò dell’Occidente. Si spogliò delle sue armi più letali in cambio della pace, e poi fu trucidato grazie alle bombe della Nato. Una volta privato l’Iran del nucleare, gli Stati Uniti e Israele tornerebbero ad attaccarlo per distruggere il suo programma missilistico, fomentando qualunque tipo di rivolta. Israele non vuole la pace con l’Iran, vuole indebolirlo per tornare ad attaccarlo. La sicurezza internazionale non ha nulla di divertente, ma credere nella voglia di pace d’Israele è esilarante. Israele vuole rubare la terra ai palestinesi per estendere il proprio territorio ed è quello che farebbe anche se Hamas diventasse un’associazione cattolica di volontariato.

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La terza ragione è che il possesso dell’uranio consentirebbe all’Iran di tirare le trattative per le lunghe. Occorre infatti ricordare che Obama e Rohani, per disciplinare una sola questione, l’arricchimento dell’uranio, dovettero produrre un documento di 160 pagine che richiese due anni nella sola fase finale intensa. Intendo dire che, quando i negoziatori si misero a correre, corsero per due anni. E stiamo parlando di una sola questione. Ecco perché Trump, il 28 febbraio 2026, ha tentato il cambio di regime. Se Trump si mettesse intorno a un tavolo con gli iraniani per dirimere tutti gli aspetti tecnici relativi al nucleare, morirebbe prima di vecchiaia o di depressione. Bombardando nuovamente l’Iran, Trump potrebbe soltanto peggiorare la situazione. L’Iran ragiona in questo modo: “L’ultima ora è ora”. Il regime iraniano pensa che rimandare lo scontro finale con gli Stati Uniti ridurrebbe soltanto le sue possibilità di sopravvivere. Per l’Iran lo scontro finale è adesso. L’Iran non vuole rimandare la guerra al prossimo anno perché si troverebbe a combattere in una posizione di debolezza più grande di quella attuale. Ecco perché l’Iran ha avuto il coraggio di non presentarsi al tavolo delle trattative in Pakistan, nonostante la minaccia di Trump di condurre un Olocausto. È il coraggio della disperazione. Ne consegue che l’Iran è pronto a seguire Trump in tutti i giri di escalation. […] Chiamo “giro di escalation” la capacità di uno Stato di innalzare il livello dello scontro militare di un livello ulteriore. Se Trump colpirà le strutture energetiche dell’Iran, l’Iran distruggerà le strutture energetiche dei Paesi del Golfo Persico. Se Trump invaderà l’Iran, l’Iran sparerà contro i soldati americani. Se Trump invaderà l’isola di Kharg, l’Iran chiuderà lo Stretto di Bab el-Mandeb. Trump ha deciso di estendere il cessate il fuoco a tempo indefinito perché sa che tutto quello che può fare è peggiore di quello che ha già fatto. Ne parlerò il 16 maggio al Salone del Libro di Torino, presentando Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali (PaperFirst).