Roma vorrebbe limitare le sanzioni a misure ad personam contro taluni coloni, i più violenti. Una soluzione che non aiuterebbe la Ue a irrobustire una politica estera finora fiacca e inconcludente

(Guido Rampoldi – editorialedomani.it) – Nel vocabolario della destra «dialogo» è diventato l’equivalente di quel che era a sinistra la mitica «soluzione politica»: una parola-passepartout che aiuta a schivare responsabilità e a trarsi d’impaccio, uno vuoto però circonfuso di virtù (chi può opporsi a dialogare e a cercare soluzioni politiche?). Ogni volta che si è affacciata l’opportunità di comminare sanzioni ad Israele, Meloni e Tajani hanno obiettato, col tono grave che si addice agli impegni solenni, «Siamo contrari, crediamo nel dialogo».

Così anche la settimana scorsa, quando Roma e Berlino hanno bocciato la proposta di sospendere l’Accordo di associazione tra Unione europea e Israele (per motivi in parte ragionevoli: sarebbe stata colpita la collaborazione tra università anche in ambiti non militari). Ora però accade che la caduta di Orban apra la possibilità di infliggere ad Israele le punizioni che prima Budapest bloccava.

Il nuovo governo ungherese sta rientrando nella Corte penale internazionale, il baubau della destra israeliana, e per quanto non ostile a Netanyahu ora potrebbe convenire su sanzioni europee, le prime nella storia delle relazioni Ue-Israele. Sarebbero d’accordo anche i governi italiano e tedesco. Che però temono di pregiudicare il “dialogo”. Così escludono il boicottaggio delle merci prodotte nei Territori occupati (lo propone Parigi). Roma vorrebbe limitare le sanzioni a misure ad personam contro taluni coloni, i più violenti. Una soluzione che non aiuterebbe la Ue a irrobustire una politica estera finora fiacca e inconcludente.

Per quanto sinistri siano gli assassini che ogni settimana ammazzano palestinesi nel West Bank sotto gli occhi dell’esercito, nessuno di loro potrà essere pericoloso quanto i ministri che li proteggono. Per esempio quel Bezalel Smotrich che intervistato spiega: dobbiamo annettere il West Bank, è la nostra terra ancestrale: e dobbiamo tenerci i territori che occupiamo in Libano, in Siria, a Gaza, ne va della nostra sicurezza. A Gaza in particolare Smotrich vede solo assassini di ogni età, infanti e adulti: «Due milioni di gente che ci vuole fare del male, bruciare, distruggere, e ammazzare donne, piccini, bambini».

Nel grande scandalo di Gaza il genere di narrazione che ascoltiamo da Smotrich non è una turpitudine minore: se ogni palestinese è un maligno terrorista può essere ammazzato impunemente. Certamente i miliziani di Hamas, come quelli di Hezbollah, praticano il terrorismo (come peraltro l’esercito israeliano). Ma dopo la sentenza della Corte di Giustizia Internazionale che intima a Israele di lasciare Gaza e il West Bank, un palestinese che resiste all’esercito occupante è nel pieno diritto (purchè non commetta crimini di guerra). La legalità internazionale lo considera un patriota, non un terrorista. Terroristi sono i tiratori scelti israeliani che ogni giorno vanno a pesca di nemici nella tonnara di Gaza.

Tuttavia ora si chiede a quel patriota di rinunciare alla resistenza armata e di credere nelle promesse del Board of Peace presieduto d Trump che dovrebbe ricostruire Gaza. Il governo italiano, nel Board in qualità di osservatore, potrebbe farci sapere cosa ha osservato finora. Diremmo questo: immobilità assoluta. La forza di interposizione di 30mila uomini che dovrebbe sovrintendere al disarmo di Hamas e al progressivo ritiro israeliano non si è palesata. Il suo nucleo, ottomila soldati indonesiani, pare scomparso, Giacarta teme di partecipare ad una farsa.

Si eclissano anche i finanziatori. Dei 71 miliardi di dollari necessari alla ricostruzione sono stati versati solo pochi spicci, coinvolte nella guerra dell’Iran le monarchie del Golfo non sono in grado di tener fede alle generose promesse di cinque mesi fa. Israele trattiene senza diritto 6 miliardi di dollari dell’Autorità palestinese; non ha alcuna intenzione di lasciare ai gazawi la possibilità di sfruttare il grande giacimento di gas a pochi chilometri dalla costa; limita l’ingresso di aiuti nella Striscia; boicotta ong e Agenzie Onu che prestano soccorso alla popolazione; maltratta e inquisisce per ore i pochi gazawi che tornano dall’estero; centellina i permessi di curarsi all’estero per le migliaia di feriti; e ovviamente non permette l’ingresso nella Striscia di giornalisti stranieri, affinché non si sappia che ‘cessate-il-fuoco’ e ‘negoziato’ sono solo il pretesto dietro il quale il governo Netanyahu consolida la sua presa sul 60 per cento della Striscia.

Se aggiungiamo la pulizia etnica in corso nel West Bank, la fiducia riposta nel ‘dialogo’ dal governo Meloni suona sempre più come la formula dell’ipocrisia e, inevitabilmente, della complicità.