Fisico teorico, saggista e divulgatore, rilegge la Storia attraverso l’approdo (tragico) della fisica del Novecento alla bomba. E ora? «Stiamo marciando come sonnambuli verso il dirupo nucleare»

Carlo Rovelli: «L’atomica nacque da un malinteso tra scienziati americani e tedeschi. Oggi rischiamo un’altra catastrofe. E l'Italia è parte del problema»

(di Greta Privitera – corriere.it) – Nel finale del suo La cattiva coscienza dei fisici (Solferino), Carlo Rovelli fa una mossa coraggiosa: si volta verso la storia e chiede conto a sé stesso e ai suoi colleghi della responsabilità morale del sapere. La fisica del Novecento ha consegnato all’umanità un «regalo avvelenato», la bomba atomica, e molti scienziati hanno scelto di rinchiudersi nella quiete asettica dei laboratori, come se quell’invenzione apocalittica non riguardasse il mondo reale, non avesse a che fare con la paura e con i morti polverizzati.

La costruzione del progetto Manhattan, racconta il fisico, nasce da un colossale malinteso: il timore che la Germania nazista sia vicina a produrre la bomba spinge gli scienziati americani a convincere Washington della necessità di dotarsi di un’arma simile. Ma è con l’atomica sovietica del 1949 che si entra nell’era della Mad, la Mutua Distruzione Assicurata, un equilibrio precario fondato sulla deterrenza e sulla minaccia della ritorsione immediata. 

Rovelli ricorda però che il mondo è ancora in piedi grazie a un’umanità che ha preferito, più volte, disobbedire alla macchina, come quando l’ammiraglio russo Vasily Arkhipov, durante la crisi dei missili a Cuba, non schiaccia nessun bottone e scongiura un falso allarme. Dice Rovelli: la vera minaccia non è l’altro, ma la paura dell’altro. Lo dice mentre c’è una «nuova» guerra in Medio Oriente in nome di quella bomba da neutralizzare, in nome di quel terrore del nemico da annientare, in una sfida che non è solo militare, ma soprattutto morale.

Perché questo libro oggi?
«La probabilità oggettiva di una completa catastrofe nucleare non è mai stata alta come in questo momento. La politica non ne sta tenendo conto. La fisica ha portato molti doni all’umanità, ma fra questi uno era avvelenato: le bombe atomiche».

È più colpa dei fisici o dei politici, quindi?
«Non serve parlare di colpe nel passato: serve parlare di responsabilità e delle decisioni da prendere in questo momento. Credo che le leadership dei nostri Paesi, che noi abbiamo eletto, tutte prese dai problemi a breve termine, stiano marciando come sonnambuli verso una catastrofe. Ma questa volta la catastrofe è nucleare. È una responsabilità grave. Tutti i cittadini devono contribuire a fermare questo marciare da sonnambuli verso il baratro».

Lei scrive che le decisioni prese sull’atomica sono state spesso frutto di errori di calcolo. Quanto è possibile, anche nell’era dell’Intelligenza artificiale, che un errore di calcolo possa far lanciare una nuova atomica?
«Estremamente possibile. Se c’è una cosa che il passato insegna è che le decisioni dei politici si sono poi rivelate sbagliate. Per questo è essenziale un dibattito pubblico, serio ed esteso, su questioni gravi come gli armamenti, la guerra e le armi atomiche. In Italia non lo stiamo facendo».

Ha visto il film di Kathryn Bigelow, A house of dynamite, su un missile atomico verso gli Stati Uniti?
«Ho preferito non guardarlo. Ma conosco i dati oggettivi. Un’escalation che porta a un conflitto atomico significa che in 15 minuti decine di milioni di persone, tra cui certamente gli abitanti del Nord Italia, dove ci sono basi atomiche, quindi i primi obiettivi, muoiono bruciati vivi. Sono quelli fortunati».

Nel libro afferma che c’è una contraddizione nel fatto che l’Italia non abbia centrali atomiche (per scelta popolare) ma ospiti testate atomiche americane (non dichiarate).
«Che l’Italia abbia le bombe atomiche degli Usa è uno scandalo. Non lo vuole il popolo, siamo nell’illegalità, perché l’Italia aderisce al trattato di non proliferazione come Paese non nucleare, ma questo ci rende il primo obiettivo in caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci. Servono per farci sacrificare per proteggere gli americani».

Cosa succederebbe se l’America uscisse dalla Nato? L’apparato militare e nucleare resterebbe in mano agli Stati Uniti e dislocato nei nostri Paesi, Italia inclusa?
«Certo, mica ce li regalerebbero. Sarebbe ora che ci svincolassimo da questa sudditanza. Ce l’abbiamo perché abbiamo perso la guerra, ma sono passati ottant’anni. È ovvio a tutti in Europa che gli Stati Uniti non fanno i nostri interessi. Non sarebbe il momento di uscire da questo vassallaggio degradante?».

Con chi ci dovremmo alleare?
«Alleiamoci con i Paesi che spingono per la legalità internazionale, per rafforzare le Nazioni Unite e le istituzioni internazionali. I Paesi che spingono per occuparsi di crisi ecologica, ineguaglianze economiche, fame nel mondo, diminuzione della conflittualità, legalità internazionale. Questi Paesi sono tanti e rappresentano la grande maggioranza dei cittadini del mondo. Perché l’Italia non è con loro?».

E se l’arma atomica fosse nata in tempo di pace?
«Sarebbe stato tutto diverso. Gli uomini sanno anche essere ragionevoli. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica nei decenni scorsi hanno negoziato una drastica riduzione bilanciata delle testate nucleari e si sono messi sotto controllo reciproco, in modo da evitare catastrofi. La ricerca connessa alle armi biologiche e a quelle chimiche è sotto stretto controllo internazionale. Se la tecnologia atomica si fosse sviluppata in tempo di pace, forse avremmo potuto egualmente metterla sotto un controllo ragionevole».

Un controllo ragionevole come può diminuire «la paura esagerata e immotivata che sviluppiamo gli uni degli altri»? Smettere di avere paura, scrive, non è impossibile. Ma come?
«L’Europa ha paura della Russia, la Russia ha paura dell’Europa, l’America ha paura della Cina, la Cina ha paura dell’America, Israele ha paura dell’Iran, l’Iran ha paura di Israele, e così via. Ciascuno vede le malefatte del suo nemico, ciascuno si riempie di armi, tutti parlano di guerra. In passato simili periodi hanno sempre portato a grandi guerre catastrofiche. Come tornare indietro? Basta seguire quello che implorano molte persone ragionevoli, dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, al Papa, a molti leader di grandi Paesi. Non purtroppo quelli che abbiamo eletto nelle nostre democrazie. Basta ricominciare a seguire la legalità internazionale. Ricordiamo che siamo stati anche noi italiani i primi a violarla, partecipando per piaggeria a una serie di guerre di aggressione illegali».

Truman era convinto che l’uso manifesto della bomba avrebbe messo il suo Paese nella posizione di diventare la sola potenza nucleare, e in questo modo la sola superpotenza mondiale. Quanto assomiglia questo modo di pensare al modo di pensare di Trump?
«Credo che una parte importante degli Stati Uniti, non solo Trump, sopravvaluti fortemente la propria capacità di dominare il mondo».

Trump, nelle vesti del dottor Stranamore, mette a rischio il mondo. Abbiamo mai raggiunto un livello di pericolosità così alto?
«In realtà Trump sta seguendo la stessa politica internazionale dei suoi predecessori: guerre di aggressione continue contro chiunque non si inchini al dominio americano. La differenza oggi è per noi: prima pensavamo che il potere americano ci proteggesse, ora l’Europa ha capito che l’America domina da sola e ci tratta da sottoposti».

Ma alla fine, incredibilmente, la bomba è stata usata “solo” due volte. Perché?
«Perché i massimi politici sovietici e statunitensi sono stati all’altezza della situazione, nonostante i loro consiglieri abbiano spesso spinto in altre direzioni. I Kennedy e Krusciov hanno avuto il coraggio di fermarsi un passo prima del baratro, durante la crisi di Cuba. Reagan e Gorbaciov, anche grazie alla pressione degli scienziati che mostravano i rischi reali, hanno negoziato trattati di controllo delle armi nucleari che hanno permesso, anche se talvolta per un pelo, di evitare la catastrofe».

Che cosa pensa del conflitto in Iran, nato per un accordo sul nucleare saltato?
«Credo in realtà che sia l’ennesima guerra di dominio scatenata dagli Stati Uniti per attaccare chiunque non si sottometta. Dal dopoguerra, gli Stati Uniti, mai attaccati, hanno preso di mira e bombardato una trentina di Paesi».

Ha senso attaccare l’Iran per impedirgli di avere l’atomica?
«Se l’Iran avesse armi atomiche non le userebbe di certo, perché usarle sarebbe un ovvio suicidio. Se le usasse, sarebbe spazzato via dalle atomiche di altri Paesi. Ma averle rappresenterebbe una garanzia contro attacchi come quello attuale, quindi potrebbe permettersi un po’ di più di non piegare la testa all’impero, e questo gli Stati Uniti non lo digeriscono».

Israele non ha mai confermato di avere la bomba, ma in molti pensano che sia altamente probabile che ce l’abbia. Quanto è pericoloso che il pulsante sia nelle mani di Netanyahu?
«Pochissimo, credo. Non penso proprio che sia così pazzo da usarla. Oltre al fatto che non è ovvio che Israele ce l’abbia, potrebbe anche essere un bluff. Perché mai non dichiararla? Il problema delle armi atomiche non riguarda le piccole potenze, è che le possono usare le grandi potenze. Per le piccole potenze, come Israele o la Corea del Nord, sono solo un’assicurazione sulla vita».

Torniamo al libro: perché la bomba non è stata realizzata in Germania, la nazione scientificamente più avanzata dell’epoca?
«La Germania ha fatto una scelta razionale: non era possibile costruire la bomba prima della fine della guerra in Europa, e quindi era meglio non sprecare risorse».

Perché gli Stati Uniti hanno usato l’atomica in Giappone a guerra praticamente vinta?
«Per evitare una resa negoziata del Giappone, volevano scongiurare che i russi arrivassero a Tokyo prima di loro, e che si imponessero come potenza dominante mondiale nell’immediato dopoguerra».

Alcuni scienziati, tra cui Oppenheimer, ebbero molti dubbi sull’opportunità di costruire la bomba. Avrebbero dovuto fermarsi?
«Penso che se avessero continuato a parlare con i colleghi tedeschi, con cui erano amici, e se molti non fossero caduti nel panico della bomba di Hitler (che era lontanissimo dall’avere), il mondo sarebbe potuto essere migliore. Non lo dico per criticare nessuno di loro, assolutamente. Erano momenti difficili. Lo dico per cercare di evitare di commettere gli stessi errori oggi».

Quanto sono utili ancora i trattati di non proliferazione?
«Tantissimo. Purtroppo gli Stati Uniti e la Russia li stanno tutti abbandonando e questo aumenta il pericolo».

Quanto è diventata instabile oggi la logica della deterrenza, cioè il fragile equilibrio del terrore?
«È completamente instabile per molti motivi. Tra questi il più rilevante è il progresso tecnologico, che sta facendo saltare la deterrenza e apre la porta alla guerra atomica».

Ha senso non dotarsi dell’atomica, quando ce l’hanno americani, francesi, inglesi?
«Non ha senso pensare in termini di paura e di difesa. Ha senso pensare di contribuire a costruire una coalizione globale fra tutti i Paesi della Terra. L’Italia è uno dei dieci Paesi più ricchi del pianeta, perché invece di stare a rimorchio di chi fa le guerre non usa la sua influenza per spingere alla collaborazione globale? Altri lo stanno facendo».

Che tipo di collaborazione immagina? E chi la sta facendo?
«La maggior parte dei Paesi del mondo spinge per rafforzare le Nazioni Unite e la legalità internazionale. Lo dichiarano ovviamente i Paesi deboli, ma anche, insistentemente, Paesi potenti come la Cina».

La Cina, però, non è un Paese democratico.
«L’Italia preferisce accodarsi, per miope convenienza, a un Paese come gli Stati Uniti che non solo pratica ma anche dichiara nei suoi documenti ufficiali di non tollerare la legalità internazionale e le istituzioni sovranazionali».

Nonostante i cupi presagi, nel suo libro c’è speranza e fiducia nell’umanità. Che cosa spera per il futuro?
«Che gli esseri umani riconoscano che abbiamo tutti un destino, interessi e problemi comuni. E che invece di sostenere chi è più potente, pensino a come collaborare. L’Italia sarebbe in condizione di dare il buon esempio e trascinare altri, invece non è parte della soluzione, ma del problema».

CHI E’ 

La carriera
Carlo Rovelli, nato a Verona il 3 maggio 1956 e creatore di una delle principali linee di ricerca in gravità quantistica, è fra i fisici teorici più attenti alle implicazioni filosofiche dell’indagine scientifica. Membro dell’Istituto universitario di Francia e dell’Accademia internazionale di filosofia delle scienze, dirige il gruppo di ricerca in gravità quantistica dell’Università di Aix-Marsiglia

I libri
Il nuovo libro, La cattiva coscienza dei fisici, Solferino, nasce dalla serie di video del Corriere della Sera — da un’idea e con la supervisione del vicedirettore Giampaolo Tucci — che Rovelli ha realizzato sulla storia delle armi atomiche e sull’attualità della minaccia nucleare. Fra i libri precedenti: Sette brevi lezioni di fisica (2014), L’ordine del tempo (2017), Helgoland (2020), Buchi bianchi (2023), Sull’uguaglianza di tutte le cose (2025), tutti Adelphi. Con Solferino ha pubblicato Ci sono luoghi al mondo dove più delle regole è importante la gentilezza (ultima edizione 2020) e Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao (2023)