Il premio di maggioranza in discussione alla Camera ha degli oscuri precedenti storici

(Franco Corleone – lespresso.it) – Giacomo Matteotti fu assassinato il 10 giugno 1924 dopo il discorso in Parlamento di vibrante contestazione dei risultati elettorali condizionati da violenze e brogli, documentati con puntiglio dal leader socialista. Si era votato con la legge Acerbo approvata l’anno prima che prevedeva un enorme premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 25 per cento dei voti. Esattamente i 2/3 dei seggi.

È iniziata la discussione alla Camera dei deputati di una proposta di legge elettorale che prevede al partito o alla coalizione che raggiunga il 40 per cento dei voti un premio di 70 seggi alla Camera e di 35 al Senato. Così per un esercizio di magia una minoranza passerebbe a Montecitorio da 160 a 230 seggi!

Stupisce che non sia ancora esplosa la denuncia e l’indignazione per una operazione contro la Costituzione e la democrazia. Per prendere un esempio di lotta politica in Parlamento e nel Paese è davvero istruttivo approfondire la vicenda della legge “truffa” proposta a ridosso delle elezioni del 1953 da De Gasperi. Nel settembre 1952 su Il Ponte Piero Calamandrei denunciava l’inadempienza della maggioranza democristiana nell’avere disatteso l’approvazione di strumenti di controllo come la Corte costituzionale, l’indipendenza della magistratura, il referendum popolare e invece di usare lo scampolo finale della prima legislatura per una prova di «incoscienza costituzionale»: «Questi cinque mesi che rimangono basteranno appena per fabbricare la nuova legge elettorale che servirà a questa maggioranza per rimanere maggioranza. Rimaner maggioranza: perché qui è, in sostanza, il segreto di questa quinquennale inadempienza costituzionale». Il testo, marchiato come “legge truffa”, prevedeva un premio di governabilità per la coalizione centrista se avesse superato il cinquanta per cento dei voti. Come si vede niente di nuovo sotto il sole.

La motivazione di un premio di seggi consisteva nell’impedire il rischio di una svolta a destra della Democrazia Cristiana ma questa giustificazione fu pagata a caro prezzo dai laici che come La Malfa si esposero su quella linea. Epicarmo Corbino lasciò i liberali, la sinistra uscì dal Psdi e Ferruccio Parri abbandonò il Pri e presentò alle elezioni il Movimento di Unità Popolare che raccolse tante personalità dell’azionismo.

Il fulcro dell’opposizione si concentrò sul pericolo che l’alto premio portasse a un regime con la possibilità di raggiungere i due terzi previsti per modifiche costituzionali senza referendum confermativo e sulla analogia con la legge fascista.

Si rimane sbalorditi a leggere la lezione di diritto costituzionale di Almirante relatore di minoranza e la ridicolizzazione della stabilità di governo in assenza di alcun vincolo per i partiti dopo il voto. Togliatti citò ampiamente la critica di Giovanni Amendola alla legge Acerbo «perché questa riforma elettorale è, essa stessa, la riforma costituzionale» e insistette sulla violazione costituzionale dell’articolo 48 che sancisce l’eguaglianza del voto dei cittadini.

La legge truffa non scattò per cinquantamila voti dopo una mobilitazione popolare enorme. Se il premio è di governabilità, come si sostiene anche oggi, allora vale la sentenza 35 del 2017 della Corte costituzionale che richiede il raggiungimento da parte della lista o della coalizione, almeno del 50 per cento dei voti. Dopo il referendum una prova di colpo di Stato?