Pubblichiamo un paragrafo del nuovo libro del presidente del Movimento 5 stelle in vendita da domani

Il presidente del M5S Giuseppe Conte 

(di Giuseppe Conte – repubblica.it) – A margine del vertice Nato di Londra del dicembre 2019, si svolse un bilaterale con il presidente Trump, organizzato prima che lui ripartisse. Mi feci accompagnare dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini per fare il punto su varie questioni, ma soprattutto portare all’attenzione del presidente Usa un dossier molto delicato per il nostro paese: la situazione in Libia, dove infuriava la guerra civile e il generale Haftar aveva intrapreso un’operazione militare che mirava a conquistare Tripoli e a rovesciare il governo di accordo nazionale. Davanti al disimpegno degli Stati Uniti in quell’area per noi strategica, intendevo ribadire a Donald Trump che era cruciale che il suo paese non trascurasse la reale portata di quanto accadeva in Libia.

(….) La mia insistenza non cadde nel vuoto. I risvolti economici lo interessarono molto: «Mi dicono che il petrolio libico sia di ottima qualità. Che aspettate a sbarcare lì con il vostro esercito? Forza, andate e prendetevelo voi!».

Questo invito spiazzante mi lasciò di sasso. Emergeva la distanza siderale che ci separava sulla concezione del diritto internazionale e sul rapporto tra Stati sovrani. Mi tornò alla mente l’intervento militare in Libia fortemente voluto da Sarkozy nel 2011, che, partendo da un mandato Onu limitato alla protezione della popolazione civile, aveva portato alla caduta del regime di Gheddafi, innescando un’instabilità di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

Risposi molto seriamente: «Noi ci sentiamo vincolati al diritto internazionale, la nostra forza è far dialogare le fazioni in lotta per orientare tutti a una soluzione. Stiamo lavorando per raffreddare lo scontro armato e per avviare un processo di stabilizzazione politica e di pacificazione nazionale. È il modo migliore per respingere l’influenza di potenze straniere e tutelare i nostri interessi strategici in linea con lo sviluppo del fianco sud della Nato. Ma se gli usa non ci aiutano, sarà molto complicato riuscirci». Gli chiesi esplicitamente di riconoscere all’Italia questo ruolo strategico per cercare di pacificare la regione. Lui si rivolse al suo staff, dal ministro della Difesa al consigliere per la Sicurezza nazionale, dicendo loro di provvedere di conseguenza. Usciti dal bilaterale, il ministro Guerini non riusciva a nascondere la sorpresa per la confidenza con cui conversavo con Trump e il tono «diretto» con cui lui trattava le questioni anche più complesse e delicate.

(…) L’esito dell’incontro fu decisamente utile, tanto è vero che, qualche giorno dopo, la stampa riportò alcune dichiarazioni da cui emergeva che l’Italia, con il pieno appoggio degli Stati Uniti, avrebbe svolto un ruolo strategico nel contesto del Mediterraneo e libico in particolare.

(…) Si è molto favoleggiato su questo mio rapporto con Trump. Qualcuno ha voluto malignare immaginando chissà quali concessioni sia costata a me e all’Italia.

(…) La realtà è che durante i miei governi abbiamo avuto eccellenti rapporti con gli Stati Uniti, rispettando la tradizionale alleanza ma senza nessuna subordinazione. La nostra condotta non acquiescente ha prodotto anche qualche tensione. Ad esempio quando, nel marzo 2019, sottoscrivemmo con la Cina il Memorandum of Understanding riguardante la Belt and Road Initiative. Era importante tentare di riequilibrare la nostra bilancia commerciale con una economia in continua crescita e offrire ai nostri imprenditori nuove opportunità di espansione verso l’enorme mercato cinese.

Gli americani non furono contenti. Ci arrivarono alcuni avvertimenti e pressioni diplomatiche. Ma fui molto chiaro: io ero il premier di un paese alleato, non subalterno agli Stati Uniti. Non intendevamo affatto mettere in discussione i nostri storici rapporti con Washington, ma questo non poteva implicare una rinuncia a esplorare nuove opportunità di affari per le nostre imprese né tantomeno a proseguire un partenariato strategico con la Cina impostato sin dal 2014.

Giorgia Meloni ha invece lasciato scadere l’accordo sulla Belt and Road Initiative, senza rinnovarlo. Ha comunicato l’uscita ufficiale a dicembre del 2023, dando un chiaro segnale di compiacenza agli americani. Ma, dopo aver consolidato le proprie credenziali atlantiste, ha compiuto tentativi quasi affannosi per «ricucire» i rapporti diplomatici ed economici con Pechino. Agli inizi di luglio 2024, il ministro delle Imprese Adolfo Urso era in Cina per cercare partnership industriali nell’ambito della mobilità elettrica al fine di realizzare in Italia una piattaforma produttiva utile a contrastare il declino dell’automotive. Un tentativo disperato.

A fine luglio 2024 anche Giorgia Meloni si è precipitata in Cina per provare a rilanciare un piano d’azione per un «Partenariato strategico globale Cina-Italia». Ma neppure i più ardenti apologeti del governo Meloni hanno provato a descrivere questi goffi tentativi come una strategia di successo.

Giuseppe Conte: “Draghi destabilizzava i 5Stelle e Grillo chiamava in sua difesa”

L’ex premier racconta nel suo libro i tentativi dell’ex Bce per farlo fuori e le chiamate mattutine del garante per i suoi no su armi e giustizia: “Fai cadere il governo?”. Poi De Masi svelò tutto e il banchiere lo cercò, ma lui si negò

Giuseppe Conte: “Draghi destabilizzava i 5Stelle e Grillo chiamava in sua difesa”

Pubblichiamo un estratto del libro del presidente del M5s Giuseppe Conte, edito da Marsilio Editori, “Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia”.

(di Giuseppe Conte – ilfattoquotidiano.it) – Con il governo Draghi mi ritrovai nel paradosso di dover essere io – che venivo dal mondo moderato e se vogliamo “ingessato” nelle liturgie del contesto accademico – a mostrare le unghie per proteggere il cambiamento faticosamente avviato dal M5S. Alcuni dei compagni di strada che avevano avuto il merito di dare impulso a quella svolta, la strada – ai miei occhi – la stavano perdendo. In particolare cominciava a manifestarsi quello che si sarebbe rivelato l’errore politico di Grillo nei confronti della comunità del Movimento 5 Stelle: l’idea di costruire un rapporto personale con Mario Draghi avrebbe finito per confliggere con la rappresentanza dell’intera comunità, rischiando di indebolire la nostra azione politica.

È da questa sintonia che nasce l’idea del video su “Draghi grillino” e l’apertura a Roberto Cingolani come ministro del neodicastero della Transizione ecologica (“Io l’elevato, lui il supremo” ebbe a dire Grillo nel marzo 2021 presentando Cingolani ai gruppi parlamentari del Movimento riuniti in assemblea congiunta). I rapporti tra i due sarebbero rimasti cordiali fino al termine di quell’esperienza di governo, al punto da spingere Grillo ad ammettere, durante alcuni suoi recenti spettacoli, di essere stato “lusingato” da Draghi e di esserci cascato (…). Anche in altre occasioni Beppe racconterà di un rapporto molto cordiale con Draghi, che lo chiamava spesso al telefono e lo trattava con molto rispetto (…). Una lusinga che lasciava intravedere la disponibilità di Draghi a incontrarlo a Roma ogni qual volta ce ne fosse bisogno (…).

Di fatto, l’apertura a questa prospettiva di collaborazione veniva utilizzata per tenere sotto scacco politico il Movimento. E qualche riflesso di quelle comunicazioni finiva, inevitabilmente, per raggiungere anche me. Ogni tanto, soprattutto quando erano in discussione in Parlamento provvedimenti legislativi particolarmente delicati ed eravamo impegnati a difendere le posizioni del Movimento, di prima mattina arrivava a svegliarmi una telefonata di Grillo. Accadde ad esempio per la riforma Cartabia, ma anche per il riarmo quando mi incalzava, senza neppure lasciarmi il tempo di ribattere, chiedendomi se avevo l’intenzione di far cadere il governo e se pensavo ancora a Palazzo Chigi.

Ancora assonnato, cercavo di tranquillizzarlo: “Ma no Beppe. Con chi hai parlato? Cosa ti hanno riferito?”. E mi trovavo a dovermi difendere giustificando, punto per punto, i motivi di contrasto al provvedimento di turno. Il canale di comunicazione privilegiato con Beppe Grillo è stato il vero capolavoro di Draghi: per questa via ha prodotto una duplice “disintermediazione”, un’operazione di grande impatto dal punto di vista politico, che gli ha consentito di fatto di sottrarsi al confronto parlamentare e al dialogo coi leader di partito. (…). Nel caso del M5S, l’azione destabilizzante è stata particolarmente incisiva, perché si è esercitata contemporaneamente su due assi portanti: uno dei leader storici, Luigi Di Maio, e Beppe Grillo, il fondatore. A interrompere i rapporti tra il premier e Grillo sarebbe stato un increscioso “incidente” che avrebbe reso di pubblico dominio il tentativo di Draghi di convincere il fondatore del M5S a isolare il sottoscritto e ad appoggiare Di Maio. A rivelare quell’episodio fu il sociologo Domenico De Masi, quando ormai Grillo lo aveva riferito anche ad alcuni parlamentari del Movimento. Da tempo ormai Grillo non si faceva vedere a Roma. Concordammo con lui un incontro assieme ai parlamentari di Camera e Senato. Si fermò un paio di giorni e ne approfittò per vedere De Masi, con cui aveva un ottimo rapporto, nel suo quartier generale: la terrazza dell’hotel Forum (…). I dettagli dell’incontro mi sono stati riferiti concordemente da tutti e tre i presenti: Grillo, De Masi e una terza persona, un testimone affidabile. Quando Beppe ebbe finito di raccontare il tentativo di Draghi di persuaderlo ad appoggiare Di Maio contro di me, De Masi non nascose la sua sorpresa che in un attimo mutò in indignazione verso quella che considerava una pericolosa ingerenza nelle dinamiche democratiche della vita di un partito. Ancora oggi, in quel moto di indignazione leggo tutta l’onestà, la lucidità e la consapevolezza di un intellettuale tutto d’un pezzo. Quella reazione istintiva di De Masi non lasciò indifferente Grillo. (…) Adesso, forse per la prima volta, iniziava a realizzare la gravità del gesto e le conseguenze politiche che rischiava di provocare.

La rivelazione pubblica del sociologo, prima in radio a Un giorno da pecora e poi al Fatto, ebbe un effetto dirompente.

Draghi (…) iniziò a tempestarmi di telefonate. Risentii Grillo, che mi confermò questa versione, e in tutta coscienza ritenni che non avesse alcuna ragione per mentirmi. Mi negai alle telefonate di Draghi. Ero sinceramente deluso e anche infuriato: non potevo credere che fosse arrivato a sostenere così spudoratamente la scissione di Di Maio. Il M5S stava subendo uno scacco che non meritava: era la forza di maggioranza relativa, si sacrificava per sostenere il governo, soffrendo un forte disagio politico con un’emorragia di voti, ma ciò nonostante continuava a collaborare in piena lealtà. E in cambio il presidente del Consiglio provava a spaccare il partito e appoggiava una scissione?

Solo a tarda sera mi resi reperibile. Dall’altro capo della linea, Draghi esordì subito provando a ridimensionare l’accaduto, minimizzando la portata di quel tentativo di estromettermi. “Mi dispiace, Mario, ma io credo a Beppe. Ci sono vari riscontri” fu la mia risposta. Trascorsero ore interminabili prima che Draghi prendesse una posizione pubblica sulla questione. Immagino che, tra una riunione e l’altra, sia stato costretto a ricontrollare tutti i messaggi scambiati con Grillo. Molto più tardi, il giorno dopo, arrivò la smentita del presidente del Consiglio: non aveva mai inteso chiedere la rimozione del presidente del M5S Conte. (…) Questo episodio rivelava un retroscena davvero grave sul piano politico. (…). A colpirmi in modo particolare in quei giorni fu la totale mancanza di attestati di solidarietà da parte di quelli che dovevano essere nostri alleati. (…) La priorità era tutelare il Movimento che tutti avrebbero voluto vedere dissolto. Dovevamo evitare una reazione che l’establishment politico e mediatico avrebbe addebitato a questioni di carattere personale. Lo dissi senza mezzi termini in alcune riunioni interne (…). Eravamo stufi di commentatori e opinionisti che, pur di indebolire ogni iniziativa politica del Movimento, la sminuivano, attribuendo a me la “sindrome di Palazzo Chigi” (…). Rinunciammo dunque a cavalcare quel passo falso. Volevo fosse chiaro che da parte nostra la partita si giocava esclusivamente sul piano politico, per sottoporre a un attento vaglio tutte le misure nell’interesse del paese.