Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ricordando Bossi, ‘l’Umberto’ come tutti lo chiamavano, o il ‘senatur’ perché era entrato in Senato unico rappresentate di un partito misterioso, la Lega Autonomista Lombarda, ha affermato: “Con tutta Forza Italia piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e fondatore della Lega. Grande amico […]

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ricordando Bossi, ‘l’Umberto’ come tutti lo chiamavano, o il ‘senatur’ perché era entrato in Senato unico rappresentate di un partito misterioso, la Lega Autonomista Lombarda, ha affermato: “Con tutta Forza Italia piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e fondatore della Lega. Grande amico di Silvio Berlusconi”. Insomma Tajani ha voluto, sia pur in modo postumo, arruolare Bossi fra i ‘forzisti’, forse l’onorevole Tajani si è dimenticato che fu proprio Bossi a far cadere il primo governo Berlusconi. In un famoso discorso in Parlamento, pronunciato in un perfetto italiano, mentre i vari monsignori e monsignorini a cominciare dal Monsignore ufficiale, don Ernesto Galli della Loggia, lo accusavano di essere ignorante, Bossi lo concludeva così:” Oggi muore la prima Repubblica”. Si illudeva il buon Umberto. Perché la prima Repubblica, sia pur attraverso vari cambiamenti, sarebbe sopravvissuta sub specie Berlusconi e berluscones di vario genere. Se c’erano due persone agli antipodi erano Silvio e Umberto, come ricorda una famosa immagine che li immortala in Sardegna, l’uno in canotta l’altro vestito in modo inappuntabile quanto volgarissimo. Fin dal suo primo apparire, nel 1984, la Lega di Bossi, come ogni altro movimento antipartitocratico, tipo 5Stelle, fu presa di mira dall’establishment. Si ricorderà l’irruzione della sede di via Bellerio, oggi occupata dagli uomini della Lega di Matteo Salvini che con quella di Bossi non c’entra assolutamente nulla, da parte della Digos, fatto unico nella storia repubblicana. Ma il punto più alto, o più basso di questa aggressione lo raggiunse una minacciosa telefonata di Francesco Cossiga, la ‘lepre marzolina’ come lo avevano soprannominato gli inglesi, uno degli uomini più loschi della storia della Repubblica (Gladio docet) a Gianfranco Miglio, grande costituzionalista, primo teorico della Lega, un po’ come più avanti Gianroberto Casaleggio lo sarebbe stato del Movimento di Beppe Grillo. […] Disse Cossiga a Miglio: “Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire.” (Io, Bossi e la Lega, Mondadori, 1994, p. 28). Miglio commentò: “Confesso che la sorpresa provocatami in questa sfuriata mi lasciò senza parola. Cossiga era per me un amico, ma era anche il Presidente della Repubblica! Mi avevano detto che piccoli operatori economici in odore di leghismo avevano ricevuto insistenti ispezioni della Finanza; ma se addirittura il custode della Costituzione era pronto ad avallare atti illeciti a danno di cittadini colpevoli soltanto di avere un’opinione politica diversa da quella dominante, dove andavano a finire le garanzie dello Stato di diritto?”. Questo testo lo si ritrova in un libro pubblicato da Mondadori. Carta scritta, carta canta. Ma Cossiga si guardò bene dallo smentire.

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La Lega di Bossi nasce, come si è detto, nel 1984 prima dell’avvento di Mani Pulite, ma esprime lo stesso disgusto per la partitocrazia. Questo era il clima di quell’indimenticabile stagione. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Vittorio Feltri che all’iniziò parteggiò per la Lega, prima sull’Europeo, poi sull’Indipendente e che deve, almeno in parte, il successo di quei due giornali che diresse, ha voltato, com’è suo costume, gabbana. Gianfranco Funari che con la sua trasmissione televisiva, Aboccaperta su Rai 2, seguitissima, metteva il “potere in mutande”, fu esiliato a Odeon (intervistato in strada da Roberto Poletti, gli disse: “Io mi sento un uomo solo e se penso ad un altro uomo solo penso a Massimo Fini”. Non ci eravamo mai conosciuti di persona). Di Salvadori, primo ispiratore di Bossi, si è persa ogni traccia. Di Pietro, dopo una breve esperienza politica, breve anche perché Berlusconi gli comprava i senatori, si è ritirato nel suo paese natio, Montenero di Bisaccia e ora fa campagna per il Sì. Mario Capanna, già leader maximo del Movimento studentesco, ora fa il contadino. Insomma ho l’impressione, tetra, di essere rimasto il solo testimone attivo in circolazione grazie al fatto che Marco Travaglio mi ha aperto le pagine del Fatto. È un po’ poco, lo ammetto, ma comunque sufficiente per ricacciare in bocca al ministro Tajani le sue stronzate. Bossi disprezzava Berlusconi a tal punto che, da un certo momento in poi, prese a chiamarlo “Berluscaso”, “Berluschi”, “Berluscosa” e “Berluscàz”.