(di Marcello Veneziani) – Umberto Bossi è stato il primo, nuovo leader della seconda repubblica ed era rimasto l’ultimo, vecchio leader della seconda repubblica. Da primizia a reperto. Quando si affermò, agli inizi degli anni novanta, era il capataz ruspante, venuto dal nulla e dalla strada, popolano prima che populista, fuori dalla storia politica del paese e dalle sue ideologie; non proveniva dalla prima repubblica, come tutti gli altri partiti presenti sulla scena ma dal suo collasso. Però alla fine era rimasto l’ultimo superstite di quella stagione politica. Al punto che il partito più giovane della seconda repubblica, diventò col tempo il più vecchio: tutti gli altri nel frattempo avevano cambiato pelle, nome e sostanza. Bossi arrivò prima di Berlusconi sulla scena politica e se n’è andato dopo di lui. Non fu una meteora, come agli inizi della Repubblica fu l’Uomo Qualunque. Ha preceduto Beppe Grillo nella rivolta anticasta. Bossi è stato un vero animale politico, anche se un tempo molti si fermavano alla prima metà della definizione. Così una definizione dispregiativa diventò un complimento. Il suo fiuto animale, il suo spiccato senso della realtà e degli umori popolari, un po’ meno la sua rudimentale mitologia, riuscivano a raggiungere gli istinti e le pulsioni di tanti cittadini. Degli alleati di Berlusconi apparve all’inizio il più inaffidabile ma poi si rivelò il più leale. Non si lasciò mai “colonizzare” dal Cavaliere e tantomeno berlusconizzare, non portò la Lega dentro la Casa berlusconiana, come fece Fini con An; mantenne un’istintiva, fiera, selvaggia autonomia, pur mostrando simpatia umana per il Cavaliere, che trattò da pari, mantenendo fino alla fine un rapporto brusco e affettuoso con lui (i casi della vita: la mamma di Berlusconi si chiamava Bossi). Poi fece molti errori, e qualche grave abuso, degni della prima vituperata repubblica, fino a delineare un partito a conduzione personale se non padronale. Lasciò seri danni alla sua Lega, ma il giudizio politico va espresso nel complesso e nel contesto, paragonandolo ai leader pari grado e a tutto il loro cammino.

Ma non vorrei aggiungere un ennesimo bilancio e ritratto politico di Bossi alla folta galleria di questi giorni, in cui Bossi è stato salutato con l’aureola benevola che si concede ai defunti e la simpatia sopraggiunta dei suoi detrattori di ieri da quando prese le distanze da Salvini. Vorrei piuttosto mettere in luce un aspetto curioso ma essenziale della sua personalità, del suo temperamento, e metterlo in relazione col suo messaggio politico principale, la rivolta del nord. Vorrei cioè addentrarmi nella sua psicologia, nella sua antropologia, quasi sfiorando una specie di fenomenologia di Umberto Bossi, l’orco della Padania.

Bossi è stato indubbiamente un “nordista”, un “secessionista” che ha perseguito per tutta la sua vita politica un progetto di separazione del nord dal Meridione e da Roma ladrona. Eppure, lasciatemi dire, più si mostrava nei tratti e nei modi profondamente settentrionale, padano, valligiano, e più si rivelava caratterialmente italiano e perfettamente analogo, speculare ai vituperati terroni del sud. Prima di lui c’erano stati a sud Ciccio Franco a Reggio Calabria e Angelo Manna a Napoli che avevano cavalcato il ribellismo antistatale e antisistema. Bossi fu un Masaniello del profondo nord ma lui mantenne i piedi per terra, e il suo movimento si radicò.

Come un terrone del sud, Bossi era radicato nella provincia e nel gergo di strada, quello che si dice da bar dello sport. Era un’intelligenza ruspante, incolta ma verace, a tratti barbarica, da contadino inurbato che resta però di scarpa grossa e mente fina, come si suol dire al sud dei contadini e della loro elementare intelligenza. I suoi modi ricordavano i cafoni del sud, la genuina, passionale esuberanza dei meridionali, la sua cavalleria rusticana. Com’era meridionale il suo linguaggio da piazza, la sua storica canottiera, il suo gallismo siculo-terrone di sciupafemmine che con lui diventò celodurismo; il suo provincialismo casereccio, la sua preferenza per i compaesani, la sua diffidenza per i forestieri, prima che per i migranti. E come somigliava nei suoi modi ruspanti e antipolitici al suo cugino di campagna, il terrone Tonino Di Pietro; o al terrunciello immigrato, genere Diego Abbatantuono. Con i meridionali Bossi condivideva il familismo: anche per lui i figli “so’piezz e’core” e così il suo ruolo di patriarca e di mammasantissima a cui baciare le mani: non c’è bisogno di essere mafiosi per essere padrini e Bossi era diventato, dopo il coccolone che lo rese infermo, una specie di don Vito Corleone, ma senza il risvolto criminale, a cui i picciotti leghisti dovevano rendere omaggio e inchinarsi in segno di rispetto e devozione. Bossi, versione nostrana di Boss.

Sposò una donna del sud. Suo figlio il Trota al sud lo avrebbero battezzato a’ Spigola o a’Pezzogna ma avrebbe fatto le stesse cose. Te lo immaginavi che giocava a tresette al bar, come Ciriaco De Mita e Pinuccio Tatarella.

Bossi sapeva essere un po’ levantino e un po’ napoletano nella sua duttilità, nella sua arte politica di arrangiarsi e di tirare sul prezzo, nel suo guizzare da una parte all’altra, come un capitone, un’anguilla, nella sua furbizia popolana. I suoi modi bruschi e rozzi erano, si, profondamente radicati nel suo habitat lombardo, ma dimostravano una cosa: il profondo nord ha tratti comuni col profondo sud, perché un’Italia provinciale, rurale, popolana, gergale, è comune al nord come al sud d’Italia. Com’era meridionale la sua critica un po’ brigantesca all’Unità d’Italia, l’oltraggio al Tricolore e alla patria di lorsignori e la denigrazione del Risorgimento che, come è noto, fu fatto dai padani, lombardi, liguri, veneti e piemontesi, quell’unità d’Italia subìta o comunque non voluta dai terroni, salvo una piccola minoranza emancipata. Com’era meridionale la sua visione di Roma un po’ ladrona un po’ bagascia.

Com’era meridionale perfino la camicia verde dei suoi padani, che ricordava le camicie verdi di Gheddafi, la rivoluzione islamica e la Lega araba, un’altra lega di un altro sud. L’ampolla del Dio Po era la traduzione nordica del sangue di San Gennaro. Ma Bossi era contro Roma e il suo centralismo parassitario, direte voi: è vero, ma Roma non è tutt’uno con il sud, come molti pensano al nord. È una spugna, assorbe meridionali ma resta una spugna, inespugnabile. È altro, sin dai tempi dell’Impero e poi del Papa Re.

Per passare al folclore, da ragazzo Bossi cantava le canzoni di Nicola di Bari, e un po’ somigliava al rustico cantante di Zapponeta, quando cantava “che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va”. Fosse nato a Zapponeta Bossi avrebbe fondato un movimento neoborbonico e sudista ma sarebbe rimasto anche in quel caso perdutamente italiano. Perché l’Italia non è divisa solo tra settentrionali e meridionali ma tra provinciali e metropolitani, tra centralisti e strapaesani, tra gente dell’entroterra e gente di mare, tra popolani e classi agiate, tra ribelli e perbenisti, tra furbi e fessi. L’Italia è il nome d’arte di quella somma, anzi di quel condominio. Non vorrei esagerare ma Bossi è stato un terrone del nord. Detto da un terrone non è un’offesa.