Il caso del padiglione russo a Venezia e il gelo tra il ministro e il presidente della Biennale, adesso su fronti opposti

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Contraddizioni – per una volta! – in seno alla destra, ammesso che tale categoria novecentesca sia sufficiente a giustificare la buriana levatasi attorno alla Biennale di Venezia; e non sia invece l’intima essenza del potere, questa entità per sua natura diabolica, ad aver scatenato la lite fra il presidente della fondazione Buttafuoco e il ministro della Cultura Giuli a proposito della partecipazione russa. Per quanto profonda, con l’arietta tifosa e pettegola che fermenta su ogni controversia all’italiana, la tenzone ha mantenuto per ora un certo inusuale riserbo da parte dei protagonisti, ciò che ha agevolato il muto, grato e furbesco sbigottimento fra Palazzo Chigi e via della Scrofa, dove purtroppo ancora non si è capito chi sta con chi.

Tutto lascia immaginare che si sia rotta, se non un’amicizia fraterna, certo un’intensa colleganza (al Foglio), oltre che una reciproca stima. E tuttavia, considerata la vastità del caso, se è prematuro trarne una lezione, qualcosa si può cercare di spiegare. Per cui, grosso modo, Buttafuoco insegue da sempre un sogno di libertà.

L’arte al di sopra di tutto e di tutti, figurarsi delle convenienze e delle appartenenze che i ruoli impongono e le aspettative pretendono. Come ogni sogno che si rispetti, tale scomoda convinzione alberga benissimo nell’animo suo, molto meno nel tran tran dell’istituzione che guida. Sull’animo di Buttafuoco, anzi di Pietrangelo, non si è in condizione di essere troppo oggettivi per ragioni di antica curiosità, poi di amicizia e frequentazione, pure allargata. Sin da quando, era il 1992, sul Secolo d’Italia, direzione Gasparri, non iniziarono ad apparire dei formidabili articoli a firma Dragonera (personaggio del Rinaldo in campo televisivo).

In prosa ricercata ed efficace, tra il barocco e il lirico, lo sboccato e il camaleontico, era irresistibile chiedersi non solo chi fosse a cantare la negritudine tribale e Marina Ripa di Meana, Krishna e i travestiti nella Milano da bere, un finto Machiavelli e le dame velate dell’Opus Dei; ma era uno spasso anche chiedersi come ciò poteva essere accolto dai torvi lettori legge-e-ordine del quotidiano di un partito – allora sì – neofascista.

E insomma: si trattava di un giovanissimo libraio ammiratore di Carmelo Bene, Longanesi e Cyrano che dotato di bretelle, studi filosofici e sfolgorante attitudine teatrale, viveva ad Agira, nel cuore del cuore della Sicilia, a tal punto sale del mondo da potersi permettere una sorta di auto-precauzione: «Tinitimi ca sugno pazzu!».
Nota bene: in uno di quei pezzi, come per indicare qualcosa di impossibile – oh potenza della sorte e un po’ pure degli archivi – Buttafuoco scriveva, 34 anni orsono: «Quando saremo padroni d’Italia».
Nel caso specifico sognava di intitolare piazze a Volponi e teatri a Dario Fo. Ma ripensando al padiglione della Russia alla Biennale, e a quel che potrebbe accadere se, come annunciato nell’intervista a Repubblica, intendesse davvero riservare uno spazio agli ayatollah iraniani, ecco, l’impressione è che sulla sua strada abbia trovato uno che si sente molto più padrone d’Italia e che non aspettava altro per dimostrarlo.
Ora, sull’animo di Giuli si è molto meno preparati. Rapporti cordiali, da colleghi, vicini di casa e proprietari di cani, qualche incontro casuale. Anche le sue origini suscitano più recente curiosità, tra Roma arcaica, tifoseria militante, paganesimo e vagabondaggio post-evoliano, esoterismo solare; secondo Franco Cardini la figura di riferimento di Giuli è Arturo Reghini, alchimista e matematico pitagorico.
Spiace qui dispensare giudizi a vista, ma tale impegnativo e misteriosofico armamentario non è che si combini così bene con l’imperativo di occhiuta e burocratica sorveglianza che da ministro si è ardentemente assegnato, vedi i verbali da consegnare “entro il termine fissato”, le modalità di allestimento, le compatibilità, eccetera. È possibile che la rivalità covasse da tempo. Con beneficio d’inventario e sempre tirando a indovinare, è anche possibile che Giuli, che qualche vano sforzo in quella direzione ha fatto, patisse il consenso generalizzato e senza polemiche dell’ex collega a Venezia e, ancora di più e non da ieri, l’ammirazione da parte della sinistra. In questi casi i sentimenti meno confessabili s’intrecciano con il discorso pubblico; ma a maggior ragione, essendo amici, o buoni conoscenti, o ex colleghi, o quel che è, se si facevano prima un colpo di telefono era meglio per tutti. La destra, o quel che ne rimane, resta complicata, la vita ancora di più.
🇺🇸 OSCAR IN STATO D’ASSEDIO ⚡️Le élites liberal di Hollywood si sono riunite per l’annuale consegna dei premi dell’Academy e non hanno dimenticato, come da tradizione, di prendere a calci Trump. Il tutto condito da un’agenda pacifista: gli attori hanno scandito slogan pro-palestinesi e appelli per porre fine al conflitto con l’Iran.🔴In un certo senso, si sono ripetuti gli eventi della primavera del 2003. All’epoca, sullo sfondo dell’invasione dell’Iraq, gli organizzatori degli Oscar ridussero drasticamente le celebrazioni ed eliminarono il tappeto rosso. Molti attori, boicottando la decisione di iniziare la guerra, decisero di non partecipare alla cerimonia.⚡️Questa volta non c’è stata una vera campagna di boicottaggio, ma la sicurezza è stata drasticamente rafforzata a causa delle minacce di possibili attacchi di droni ignoti contro obiettivi in California. Intorno al Dolby Theatre, dove si è tenuta la premiazione, sono state erette vere e proprie barricate, presidiate da migliaia di poliziotti.🔴Durante la consegna degli Oscar, Trump è stato criticato sia per i raid anti-immigrazione, sia per i tentativi di fare pressione sui canali televisivi sgraditi. Per quanto riguarda i raid, attualmente sono in fase di ridimensionamento; gli strateghi di Trump non menzionano nemmeno più il termine “deportazioni di massa”. Agli Oscar è stata di fatto proclamata la vittoria su Trump, assegnando il premio come miglior film a “Battaglia dopo battaglia”, pellicola che narra la lotta dei ribelli contro gli agenti dell’immigrazione.⚡️I canali televisivi, invece, vengono messi alla gogna per una copertura “errata” degli eventi legati all’Iran. Questi media, infatti, parlano delle perdite statunitensi, delle basi americane in fiamme e dei fallimenti nella pianificazione dell’operazione. È improbabile che Trump riesca a cambiare la loro linea editoriale. I partecipanti agli Oscar — come tutte le élites liberali — sperano di aver superato il picco del trumpismo e che, dopo le elezioni del Congresso, sia possibile passare alla controffensiva contro la squadra di Trump, ormai impantanata nelle crisi
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