
(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La conversazione tra Glenn e John Mearsheimer ruota attorno a una tesi netta: Washington può ancora infliggere distruzione, ma non sa più come trasformare la forza militare in un risultato politico. Da qui nasce il cuore del ragionamento: una guerra iniziata nella convinzione di imporre una resa rapida si sta convertendo in un conflitto di logoramento in cui l’Iran conserva capacità di risposta, margini di escalation e soprattutto il potere di rendere insostenibile il prezzo della guerra per gli Stati Uniti, per Israele e per l’economia mondiale. Mearsheimer non si limita a dire che la campagna stia andando male; sostiene che, sul piano strategico, il danno è già stato fatto, perché manca una via d’uscita credibile e manca una vittoria decisiva da imporre.
La trappola dell’escalation
Il primo punto della discussione è brutalmente semplice: la guerra non sta andando come Trump sperava, e questo non sorprende, perché Trump era stato avvertito prima di imboccare questa strada. Secondo Mearsheimer, persino in ambienti mediatici americani e israeliani si comincia a riconoscere che l’Iran non sta collassando e non ha alcuna intenzione di arrendersi. Da qui la domanda decisiva: se il tempo gioca a favore di Teheran, perché gli Stati Uniti hanno scelto questa strada? La risposta è che Trump, a giudizio di Mearsheimer, vorrebbe già uscire dal conflitto, ma non sa come farlo, perché nessuno è in grado di raccontare una storia plausibile sulla fine della guerra.
Qui Mearsheimer introduce una distinzione fondamentale. Se gli Stati Uniti avessero ottenuto una vittoria totale, simile a quella contro la Germania nazista o il Giappone imperiale, la guerra sarebbe già finita: il vincitore imporrebbe le condizioni al vinto. Ma non è questo il caso. Non c’è stata alcuna vittoria decisiva. L’Iran mantiene mezzi, volontà e incentivo a proseguire il conflitto trasformandolo in una guerra di logoramento. Il problema per Washington, quindi, non è solo militare ma politico: come convincere l’Iran a fermarsi, se l’Iran sa di poter ancora colpire e se ritiene che fermarsi ora significherebbe solo concedere agli Stati Uniti il tempo per tornare all’attacco tra qualche mese?
Mearsheimer insiste su un altro errore di percezione dell’amministrazione americana: l’idea che americani e israeliani siano gli unici protagonisti del gioco, quelli che decidono quando la guerra comincia, quando finisce e a quali condizioni debba chiudersi. Ma, osserva, il mondo reale non funziona così. Anche gli iraniani hanno voce in capitolo. E proprio da questa sottovalutazione dell’autonomia strategica iraniana nasce la trappola: Washington credeva nella dominanza dell’escalation, cioè nella capacità di controllare tempi, gradini e limiti dell’intensificazione, ma ha scoperto che anche Teheran può salire la scala dell’escalation e farlo in modi estremamente dolorosi.
La vulnerabilità del Golfo
È su questo terreno che la discussione diventa più concreta. Mearsheimer spiega che, se gli Stati Uniti e Israele intensificano i bombardamenti e colpiscono infrastrutture critiche in Iran, l’Iran può rispondere colpendo infrastrutture critiche negli Stati del Golfo e in Israele. E può farlo con relativa facilità, perché dispone di numerosi missili balistici e droni, molti dei quali altamente precisi, e perché opera in un ambiente pieno di obiettivi vulnerabili. La sua non è una minaccia astratta: è una leva materiale, immediata, credibile.
Il passaggio più impressionante riguarda gli Stati del Golfo. Mearsheimer li definisce straordinariamente vulnerabili. Le loro infrastrutture petrolifere sono concentrate in pochi grandi siti, facili da individuare e da colpire. Ma soprattutto esiste un secondo insieme di bersagli ancora più sensibile: gli impianti di desalinizzazione. La discussione entra nel dettaglio e ricorda che Riyadh dipenderebbe per il 90 per cento dell’acqua da un singolo impianto chiave; l’Arabia Saudita nel complesso ricaverebbe circa il 70 per cento della sua acqua dagli impianti di desalinizzazione, il Kuwait il 90 per cento e l’Oman il 76 per cento. In altre parole, colpire quegli impianti significa colpire la sopravvivenza quotidiana di interi paesi. Senza acqua non si vive, e Mearsheimer lo dice nel modo più brutale: si possono devastare questi Stati, si può colpire Abu Dhabi, si può distruggere l’infrastruttura che li tiene in piedi.
Da qui deriva la sua formula più dura: l’Iran dispone, in sostanza, di una capacità di distruzione assicurata nei confronti del Golfo. Non nel senso nucleare classico, ma nel senso di poter arrecare danni così profondi da mettere in crisi l’intera architettura regionale. Per questo Mearsheimer ritiene fallace l’idea americana di dominare l’escalation. Se i siti petroliferi e gli impianti di desalinizzazione del Golfo possono essere distrutti con relativa facilità, non sono gli Stati Uniti a detenere il pieno controllo dell’escalation: anche l’Iran ha una mano forte da giocare, e questa mano tocca il cuore dell’economia mondiale.
Il limite della sola potenza aerea
Un altro asse centrale del ragionamento riguarda la storia della guerra aerea. Mearsheimer si prende il tempo di ricostruire un lungo retroterra teorico. Ricorda che prima della Prima guerra mondiale le guerre non avevano una dimensione aerea autonoma; poi, negli anni Venti e Trenta, si sviluppò l’idea che il bombardamento strategico potesse vincere una guerra da solo, colpendo il territorio nemico, la sua economia, la sua popolazione e le sue forze armate senza bisogno di decisive operazioni terrestri. Ma la storia, dice, ha smentito questa illusione. La Seconda guerra mondiale e tutte le guerre successive hanno mostrato i limiti reali della sola potenza aerea.
La conclusione è inequivocabile: i bombardamenti strategici possono essere molto utili, ma non vincono da soli una guerra contro un avversario formidabile. Mearsheimer ricorda il caso dell’Iraq nel 2003: gli Stati Uniti aprirono con la campagna aerea, con lo “shock and awe”, ma per ottenere il cambio di regime e una vittoria decisiva dovettero comunque impiegare forze terrestri. Nel caso iraniano, invece, non ci sono forze di terra, e Trump non vuole metterle. Dunque tutta la scommessa americana si riduce all’idea che si possa vincere solo con i bombardamenti. Per Mearsheimer questa non è una strategia: è una fantasia.
Il discorso si fa ancora più netto quando Mearsheimer afferma che gli Stati Uniti e Israele potranno certamente infliggere all’Iran una quantità immensa di distruzione, ma ciò non significa che piegheranno il paese. I precedenti storici mostrano che popolazioni e Stati possono sopportare punizioni devastanti e continuare a combattere. Cita la Seconda guerra mondiale, la Corea, il Vietnam. Inoltre, aggiunge, non sarà possibile eliminare tutti i missili balistici e tutti i droni iraniani: Teheran continuerà a lanciare attacchi contro Israele, contro gli Stati del Golfo e contro le risorse militari americane. Dunque la sola potenza aerea non produrrà, salvo miracoli, una vittoria decisiva. E Mearsheimer, esplicitamente, dice di non credere ai miracoli.
Un errore politico prima ancora che militare
La discussione poi si sposta sulle responsabilità della decisione americana. Qui Mearsheimer è molto preciso: l’amministrazione era stata avvertita prima della guerra da almeno due fonti interne di grande peso. La prima era il generale Keane, figura molto vicina a Trump, richiamato dal pensionamento e promosso a capo dei capi di stato maggiore. Keane aveva detto chiaramente al presidente che non esisteva un’opzione militare praticabile. La seconda era il Consiglio nazionale d’intelligence, che aveva prodotto uno studio secondo cui era improbabile ottenere un rapido cambio di regime e una fine veloce del conflitto. Due segnali, dice Mearsheimer, che lampeggiavano davanti al presidente come luci arancioni se non rosse. Trump li ha ignorati.
Non solo. Esisteva già un precedente immediato: la guerra di dodici giorni del giugno precedente tra Israele e Stati Uniti da una parte e Iran dall’altra. In quel caso, ricorda Mearsheimer, furono americani e israeliani a voler chiudere il conflitto, non gli iraniani. La strategia di decapitazione non aveva funzionato allora e non c’era stato alcun dominio dell’escalation. Questo avrebbe dovuto bastare per capire che l’idea era sbagliata. Invece Trump si è lasciato trascinare di nuovo.
Su questo entra in scena Netanyahu. Mearsheimer sostiene che il premier israeliano abbia alimentato l’illusione di una vittoria rapida e quasi magica. Netanyahu avrebbe ripetuto per anni che il regime iraniano era vulnerabile, che bastava colpirlo duramente, mostrare coraggio e perseguire il cambio di regime perché crollasse, lasciando il posto a leader più moderati e sottomessi agli Stati Uniti e a Israele. Ogni presidente prima di Trump, incluso Biden, aveva evitato quella trappola. Trump invece, secondo Mearsheimer, vi è caduto, convinto dalla promessa di una vittoria rapida e decisiva che non si è materializzata.
La critica si allarga poi al modo in cui Trump ragiona. Mearsheimer dice apertamente che il presidente ha nella testa immagini prive di rapporto con la realtà. Porta esempi molto concreti: l’affermazione che l’Iran avrebbe solo armi imprecise, quando invece dispone di missili balistici e droni altamente precisi; la dichiarazione assurda secondo cui l’Iran avrebbe missili Tomahawk; la convinzione di aver cancellato la capacità nucleare iraniana, quando invece, nella discussione, si sostiene che l’uranio arricchito al 60 per cento sarebbe rimasto intatto anche dopo i bombardamenti dei siti nucleari. Tutto questo, per Mearsheimer, mostra un problema più grave della menzogna: la possibilità che Trump creda davvero a cose false.
La credibilità americana e la razionalità dell’avversario
Uno dei passaggi più interessanti della conversazione è quello in cui Glenn introduce il tema della menzogna e della propaganda, richiamando anche il libro di Mearsheimer sulla menzogna nella politica internazionale. Mearsheimer sviluppa qui una tesi controintuitiva: gli Stati mentono meno agli altri Stati di quanto mentano alle proprie opinioni pubbliche, perché la menzogna è efficace solo se chi la ascolta ritiene possibile che tu stia dicendo la verità. Se diventi un bugiardo seriale, la menzogna perde valore come strumento. Ed è per questo, aggiunge, che nelle democrazie liberali si possono vedere più menzogne rivolte al pubblico che nelle autocrazie.
Quando il discorso si concentra su Trump, però, la questione si complica. Mearsheimer dice che in molti casi Trump non mente neppure nel senso classico del termine, perché sembra credere davvero a ciò che dice, anche quando quelle affermazioni hanno poco o nulla a che fare con la realtà. Questo, afferma, è ancora più inquietante. In altri casi mente apertamente, ma le sue menzogne risultano inefficaci proprio perché tutti sanno che mente. Ne deriva un doppio danno: nessun vero vantaggio strategico e, in più, un’erosione della credibilità americana. La discussione cita persino il caso dell’attacco alla scuola femminile in cui sarebbero morte 160 ragazze, alcune tra gli otto e i dieci anni, e il caotico rimpallo di versioni sull’origine dell’attacco, prima attribuito a un missile iraniano e poi associato addirittura a un Tomahawk. Per Glenn e Mearsheimer, episodi del genere spingono la crisi di credibilità degli Stati Uniti a un livello nuovo.
In parallelo, Mearsheimer capovolge la rappresentazione dominante dell’avversario. L’Iran, dice, va considerato razionale e capace di pensiero strategico. Lo stesso vale per la Russia e per Putin, pur senza doverne condividere le scelte. Ridurre questi attori a caricature irrazionali significa costruire piani militari su basi false. E proprio qui, a suo giudizio, l’Occidente mostra la sua debolezza: di fronte a rivali intelligenti e freddi, esibisce una classe politica che troppo spesso non sembra capire le basi della strategia.
Russia, Cina e l’allargamento strategico del conflitto
La parte successiva della discussione allarga lo sguardo. Glenn chiede quale ruolo stiano giocando Russia e Cina e in che modo la guerra contro l’Iran influenzi il fronte ucraino. Mearsheimer risponde che per Mosca questa guerra è una notizia eccellente. Gli Stati Uniti stanno consumando risorse preziose che altrimenti potrebbero essere usate in Europa o comprate dagli europei per l’Ucraina. Sistemi come i Patriot e i THAAD vengono impiegati in Medio Oriente, e parte di essi viene addirittura spostata dall’Asia orientale verso il Golfo, indebolendo così sia il sostegno a Kiev sia la deterrenza verso la Cina.
Anche sul piano economico la Russia, secondo Mearsheimer, trae beneficio dal conflitto. Se il flusso di petrolio e gas dal Golfo si riduce, cresce automaticamente la domanda di petrolio e gas russi. Nella discussione si cita già il caso dell’India, che soffrendo per le interruzioni nel Golfo riceverebbe dagli Stati Uniti maggiore tolleranza per aumentare gli acquisti di greggio russo. Dunque, ciò che doveva danneggiare gli avversari dell’Occidente finisce per rafforzare uno di essi.
Quanto all’assistenza a Teheran, Mearsheimer è prudente ma molto chiaro nella sostanza. Ritiene abbastanza evidente che i russi stiano fornendo intelligence agli iraniani e che questo aiuto renda più efficace la condotta della guerra da parte di Teheran e più difficile la difesa americana e israeliana contro i missili balistici iraniani. Non esclude neppure aiuti energetici o militari più consistenti, così come non esclude un sostegno cinese. L’argomento di fondo è semplice: Russia e Cina hanno un forte interesse a vedere gli Stati Uniti subire una sconfitta umiliante in Medio Oriente. E quando un attore ha un interesse così forte, difficilmente resta fermo a guardare.
L’Europa nella posizione del vassallo
L’ultimo blocco della conversazione è forse il più duro sul piano politico. Glenn chiede come interpretare la posizione europea, il sostegno retorico dell’Unione, il ruolo di Merz, dei britannici, di Macron e le conseguenze economiche per il continente. Mearsheimer risponde che, se la guerra si intensificasse e si realizzassero gli scenari peggiori evocati all’inizio della discussione, per l’Europa le conseguenze economiche sarebbero catastrofiche. Le élite europee lo capiscono benissimo e avrebbero voluto che questa guerra non iniziasse mai, perché non porta alcun beneficio al continente.
Eppure, continua, gli europei fanno come quasi sempre ciò che gli americani vogliono. Non condannano apertamente Stati Uniti e Israele per l’aggressione e per l’assassinio del leader di un paese straniero; si allineano, salvo eccezioni come la Spagna. Il motivo, secondo Mearsheimer, è la paura che gli Stati Uniti riducano la loro presenza militare in Europa o lascino il continente a sé stesso. Per tenere in piedi la NATO e mantenere l’impegno americano, le élite europee scelgono la sottomissione. È una formula che lui rende con un’immagine brutale: “leccare gli stivali” dell’America e, in questo caso, del presidente Trump.
La sua conclusione è che l’Europa non conta quasi nulla nell’equilibrio reale di questa guerra. Forse può aiutare ai margini, ma non può influenzare in modo sostanziale il rapporto di forze tra Iran, Stati Uniti e Israele. Nel frattempo, però, i suoi interessi vengono ignorati. Trump guarda all’Europa con disprezzo, dice Mearsheimer, e non c’è alcuna ragione di pensare che si preoccupi del danno subito dagli europei. Anzi, se quel danno indebolisse élite europee che lui non stima, potrebbe persino considerarlo un fatto positivo.
Mearsheimer spinge poi il ragionamento oltre. Sostiene che sarebbe nell’interesse europeo seguire il modello spagnolo, opporsi con durezza a Washington, diversificare i rapporti con Cina, India, Russia e altri attori e usare questa diversificazione come leva negoziale verso gli Stati Uniti. La sua idea è che una dipendenza asimmetrica distrugga ogni autonomia: se l’Europa dipende quasi totalmente dagli Stati Uniti, mentre per gli Stati Uniti l’Europa non è poi così decisiva, allora Washington avrà sempre il potere di pressione. Per salvare anche il rapporto transatlantico, dice paradossalmente, servirebbe più equilibrio e meno subordinazione. Altrimenti l’Europa continuerà a scegliere il peggio dei due mondi: obbedire agli Stati Uniti e pagarne i costi.
La sconfitta prima della fine
La tesi finale della discussione è dunque limpida. Gli Stati Uniti non hanno perso perché incapaci di bombardare o di distruggere. Hanno perso perché hanno aperto un conflitto senza poter raccontare una fine plausibile, confidando in una vittoria rapida che non c’è stata, ignorando avvertimenti interni, sopravvalutando il potere della sola aviazione, sottovalutando la razionalità dell’avversario e aprendo uno spazio in cui l’Iran può colpire il Golfo, destabilizzare l’energia mondiale, logorare Israele, favorire la Russia, alleggerire la pressione sulla Cina e aggravare la crisi europea. La superiorità militare americana resta enorme, ma non coincide più con una superiorità strategica. Ed è qui, in questo divorzio tra forza e risultato, che Mearsheimer colloca la vera sconfitta: non alla fine della guerra, ma nel momento in cui una grande potenza continua a combattere senza sapere come trasformare la guerra in vittoria.
In quanto a “bugie e falsita’” il contagio trumpiano si annida in modo evidentissimo anche tra i suoi vassalli nella nostra parte di globo terracqueo….e di “politici” alla Sanchez…… nemmeno Diogene con 4 lanternini riuscirebbe a trovarne….
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“Trump guarda all’Europa con disprezzo..”
Perché al momento c’è lui al comando. Il disprezzo viene manifestato da tutti i presidenti americani, sia pur con modalità diverse, perché sanno che le classi dirigenti europee sono talmente assoggettate da preferire gli interessi Usa rispetto a quelli propri.
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L’ intelligenza ha vari modi di esprimersi e vari livelli di potenzialità. Quella di Trump è quella superficiale che si serve di effetti speciali e quindi di menzogna per convincere la folla di stupidaggini e per fare questo (notatelo non è difficile) inverte le parti dando all’ avversario le sue colpe e la posizione in guerra ,cioè se sta perdendo dice che ,non sta vincendo,ma che ha già vinto , dimostrando una certa puerilita’ sconfortante che non è solo nei fatti ma anche nel suo linguaggio infantile . Cosa e chi permette a un individuo del genere di diventare il capo dello stato leader mondiale ? La convinzione che se si è bravi a fare soldi a palate si è altrettanto in gamba a friggere le sorti politiche ed economiche del proprio paese e anche di tutto il resto. No , non è assolutamente così e lo dimostrano le abilità di personaggi nati e cresciuti in ambito opposti a quello del mercante Trump . Chi sono ? Guardatevi attorno . Sono quelli ,paradosso dei paradossi,allevati nei sistemi marxisti: Putin,Xi etc…etc .
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Dirigere non friggere …scusate sto correttore di m…
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Secondo me ci sta molto meglio “friggere”.
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Sproposito di balle e sistema intellettivo superficiale chi è che gli somiglia di più nel nostro paese ? Io un’ idea ce l’ avrei…
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Mearsheimer, Sacks, Lottaz, Diesen e il mitico Dottor Marandi… meno male che abbiamo ancora qualche battitore libero
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