Dopo la «porcata» di Calderoli adesso siamo a quella di Donzelli and co. Nel segreto di conciliaboli notturni la maggioranza confeziona a sua misura una legge elettorale che solo con molto understatement si può definire vergognosa

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – La destra non perde il vizio. Dopo la «porcata» di Roberto Calderoli adesso siamo a quella di Giovanni Donzelli and co. Nel segreto di conciliaboli notturni la maggioranza confeziona a sua misura una legge elettorale che solo con molto understatement si può definire vergognosa.

L’ipotesi di concordare con l’opposizione una norma condivisa che rifletta dei criteri oggettivi – e ce ne sono, se qualcuno avesse la pazienza e il buon senso di leggere qualche testo di politologi illustri – le forze di governo sono andate spedite a cercare di raggranellare qualche seggio in più per la loro maggioranza incerta.

La paura di Giorgia Meloni e alleati è soprattutto quella di dover mettere la faccia di qualche candidato di fronte gli elettori. Poiché di presentabili ce sono decisamente pochini da quelle parti, il primo obiettivo del disegno di legge è quello di evitare un giudizio diretto sul candidato. Per questo sono stati eliminati i collegi uninominali. Inoltre è stato riproposto quell’obbrobrio del premio di maggioranza, una misura che distorce la logica della rappresentanza.

Ad aggravare lo sfregio il bonus che assicura la maggioranza dei seggi scatterebbe qualora una coalizione superi almeno il 40 per cento. In sostanza con il 40 per cento e spiccioli è garantito almeno il 55 per cento dei seggi. Anche un bambino capisce l’enormità dello strafalcione democratico.

La ridefinizione dei collegi

Ma lo sfregio maggiore che viene introdotto riguarda la ridefinizione dei collegi. Un tempo vi erano regole molto precise e una commissione tecnica incaricata di valutare eventuali modifiche nella dimensione e nella configurazione dei collegi.

Quello che emerge mostra ancora una volta la sintonia del nostro governo con l’America trumpiana. Negli Stati Uniti vige, da sempre per la verità, la brutta pratica di ridisegnare i collegi a beneficio del partito che è al potere nello stato (le norme elettorali non sono federali ma statali).

Ed è quello che i repubblicani hanno iniziato a fare in Texas e in altri stati da loro dominati, provocando proteste clamorose come l’abbandono dell’assemblea statale dei congressmen democratici e addirittura loro “emigrazione” in altro stato per evitare la repressione di repubblicani. Poi i democratici della California stanno tendendo la pariglia. Le brutte pratiche allignano facilmente.

Norme ad personam

Da tanti, troppi anni si assiste a questa fiera delle imbecillità elettorali. Non solo siamo il paese che in pochi anni ha cambiato quattro leggi elettorali (di cui una dichiarata parzialmente incostituzionale a posteriori!), laddove in tutti i paesi di democrazia consolidata (fatto salvo il cambio di regime in Francia tra IV e V Repubblica), non si è mai cambiato nulla di sostantivo.

Senza voler poi scomodare la regina delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna che continua da secoli con il suo first-past-the-post: chi arriva primo in un collegio è eletto. Punto e basta. Infine, o per prima cosa, le legge elettorali non si cambiano in base sondaggi. Addirittura c’è chi giustifica il nuovo sistema additando il rischio che le coalizioni abbiano gli stessi voti! Quindi, a ogni tornata elettorale, il governo guarderà i fondi del caffè e sceglierà un nuovo sistema di voto.

Non c’è modo di convincere i legislatori che quello che allontana dalle urne i cittadini è anche l’impressione che le norme siano fatte a uso e consumo di una parte. E di fronte a questa sensazione, monta la tentazione di tirarsi fuori dal gioco.

Alzare la voce

Di fronte a questo ulteriore sfregio speriamo che l’opposizione alzi la voce, contrariamente ai troppi silenzi degli ultimi tempi. Dopo che la destra ha sparato ad alzo zero contro il procuratore generale di Napoli, Nicola Grattieri, per le sue inopportune considerazioni su chi vota Si al referendum, non si è sentito nemmeno un belato da sinistra quando il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha equiparato i sostenitori dal No a sodali di Vladimir Putin. Non è bel viatico per il necessario, indispensabile, duro confronto sulla legge elettorale (per non dire del decreto Sicurezza). La voce va alzata, eccome, quando si maltrattano le regole del gioco.