(Stefano Baudino – lindipendente.online) – La famiglia di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha deciso di citare in giudizio il presidente statunitense Donald Trump e alcuni alti funzionari della amministrazione USA. Al centro del ricorso, che è stato depositato presso il tribunale distrettuale per il distretto di Columbia, ci sono le sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla funzionaria ONU per le sue posizioni a sostegno dell’avvio di procedimenti giudiziari contro i leader israeliani e le aziende coinvolte nel conflitto a Gaza. Secondo i ricorrenti – specificamente il marito di Albanese, Massimiliano Cali, e il figlio minorenne della coppia – i provvedimenti violerebbero infatti il primo, quarto e quinto emendamento della Costituzione americana, configurando un sequestro di beni senza giusto processo.

Il ricorso, come ha raccontato per primo il New York Times, è stato presentato dai familiari della Albanese perché, come hanno chiarito i legali, le regole delle Nazioni Unite impediscono alla relatrice di agire direttamente a titolo personale. Nel ricorso vengono elencate le pesanti conseguenze delle misure adottate da Washington: il blocco dei conti bancari, l’interruzione dei rapporti con diverse università, l’impossibilità di viaggiare negli USA, la perdita dell’accesso all’appartamento che Albanese utilizzava nella capitale americana. Gli avvocati della famiglia della funzionaria ONU contestano la legittimità stessa delle sanzioni, sostenendo che il provvedimento abbia superato il confine dell’uso appropriato di questo strumento. «Le sanzioni, se utilizzate in modo appropriato, sono uno strumento potente per interrompere e indebolire le attività di terroristi, criminali e regimi autoritari – si legge nel ricorso –. Tuttavia, le sanzioni vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce». Formalmente, attraverso il ricorso si chiede dunque ai giudici di dichiarare incostituzionali le misure adottate dall’esecutivo.

Nel frattempo, si attenuano le polemiche che avevano coinvolto Albanese dopo alcune sue dichiarazioni all’emittente Al Jazeera. La Francia, che nelle scorse settimane aveva annunciato l’intenzione di chiedere le sue dimissioni in sede ONU, ha fatto marcia indietro. Durante il consiglio per i diritti umani a Ginevra, Parigi ha scelto di optare per un semplice richiamo formale, rinunciando alla richiesta di rimozione. «Prendo atto che la diplomazia francese ha infine cambiato idea», ha commentato Albanese all’emittente Bfmtv. «Mi sarei aspettata una parola di chiarimento e di scuse, perché mi hanno insultata in modo duro e inaccettabile». Una vicenda che si intreccia con quella giudiziaria americana, mentre la famiglia Albanese attende ora la risposta del tribunale di Washington sulla costituzionalità delle sanzioni.

L’amministrazione di Donald Trump aveva inserito Albanese nella lista dei sanzionati lo scorso anno, accusandola di aver «apertamente sostenuto l’antisemitismo, il terrorismo» e di essersi «impegnata in azioni legali contro la nostra nazione e i nostri interessi, anche contro importanti aziende americane vitali per l’economia mondiale». Le colpe della relatrice ONU? Il fatto di aver dettagliato, nel suo ultimo rapporto redatto per le Nazioni Unite, le complicità di molte imprese e istituzioni – in particolare quelle con sede negli USA– nel progetto israeliano di svuotamento genocida dei territori palestinesi allo scopo di colonizzarli e sfruttarne le risorse. Come abbiamo già illustratol’impatto effettivo delle misure punitive è enorme: Albanese non può recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU a New York per relazionare con chi le ha conferito l’incarico, né può avere un conto in banca negli USA o in Italia. Per via del provvedimento statunitense, la funzionaria non può poi compiere nessuno scambio che abbia un valore economico, nemmeno con un privato – fosse anche solo l’accettazione di un caffè al bar (se a offrirlo fosse un cittadino statunitense, egli rischierebbe 20 anni di carcere e una multa miliardaria).