(di Marcello Veneziani) – Non chiedete agli italiani di scegliere tra i politici e i magistrati, perché li spingete a non andare a votare. So che nessuno esplicita in questo modo brutale la contesa sui referendum del 22 marzo e che ambo le parti dicono agli italiani di votare per se stessi e non pro o contro i giudici, e nemmeno pro o contro i politici. Ma alla fine la contesa rischia di ridursi a quell’assurdo referendum tra due soggetti verso i quali i cittadini nutrono scarsa fiducia e a volte ripugnanza. Sicché la traduzione del quesito è: preferite punire i giudici o il governo?

Fino al ’93-94 un referendum del genere avrebbe portato al trionfo dei magistrati. Era l’epoca non solo di Mani pulite che gli italiani a larga maggioranza sostenevano anche in funzione punitiva verso i partiti e i politici. Ma era l’epoca in cui era ancora vivo il ricordo di Falcone e Borsellino e dei magistrati che avevano perso la vita nella lotta contro la mafia e la criminalità. Adesso, la magistratura è una delle categorie più screditate d’Italia, per proprio demerito prima che per le campagne altrui. Ma i politici, nel frattempo, non sono risaliti nella fiducia degli italiani: certo, ha buoni sondaggi la premier Meloni e pure il presidente Mattarella, ma se il discorso riguarda la categoria dei politici precipita fino a sprofondare in un abbraccio mortale con i giudici. Si salvano le forze dell’ordine ma spesso di loro si dice che hanno le mani legate dal tradimento dei magistrati e dalla pavidità dei politici.

Sul referendum confesso subito: sono tiepidamente propenso al sì, alla separazione delle carriere e a gran parte del resto. Ma l’essere tiepidamente mi mette ulteriormente a disagio davanti alla radicalizzazione di questi giorni, dovuto a un clima che ha coinvolto non solo la Meloni e la classe politica ma anche magistrati che reputo stimabili, come il ministro Carlo Nordio e il procuratore Nicola Gratteri. Clima avvelenato, non c’è dubbio, linguaggi forti, generalizzazioni improprie, comunque lo sconfinamento dei magistrati è un fatto reale e allarmante. Se nella prima repubblica deploravamo la connivenza e il silenzio della magistratura davanti ai misfatti della politica, dopo la stagione di Mani pulite dobbiamo al contrario deplorare il rovinoso protagonismo, le assurde invasioni di campo di singoli esponenti, procure o organi rappresentativi dei magistrati rispetto al potere esecutivo e legislativo ma anche rispetto alla sicurezza e alla vita reale dei cittadini.

Il problema è che le sentenze assurde che spesso ci fanno sobbalzare e indignare non sono in gran parte dei casi il risultato di una decisione collegiale ma di singoli o pochi magistrati, mentre quella assunta da un governo o da una forza parlamentare rappresenta un soggetto plurale che parla e agisce con un’investitura popolare. Però sono specifici interventi di singoli magistrati che fanno giurisprudenza, compiuti da singoli o al più da ristretti team e procure, magari con la copertura poi di organismi associativi. A volte a pronunciarsi sono sezioni della corte dei conti o delle corte di cassazione, a volte sono iniziative di singoli magistrati con un retroterra ideologico e militante ben preciso. A volte si sovrappone alla magistratura interna la corte suprema europea, e il quadro si complica ulteriormente con altri conflitti di competenza. Dunque può succedere che pochi magistrati paralizzino l’azione di un governo, vanifichino il lavoro del parlamento, intervengano in vicende che hanno implicazioni internazionali e largamente popolari. Singole iniziative hanno ricadute generali.

Quel che accade in piccolo nel caso delle Ong e di Carola Rackete, è avvenuto in grande con la corte suprema statunitense che ha bocciato i dazi di Donald Trump. A ulteriore conferma che la questione magistrati non riguarda solo l’Italia e sta investendo o ha investito l’Inghilterra, la Germania, la Francia, la Spagna, solo per citare i maggiori paesi europei. I dazi di Trump sono odiosi e criticabili; ma Trump non sta sconfinando, ingerendosi nella vita e nella legislazione di altri Stati sovrani; sta dicendo – con la brutalità che lo caratterizza – che se volete trattare con gli Stati Uniti queste sono le nostre condizioni. Sta esercitando cioè il potere legittimo e sovrano di un Capo dello Stato nei rapporti con gli altri Paesi. Scelta, ripeto, non condivisibile, prepotente, ma non possono essere i magistrati a impedirla. Al più e al limite possiamo benedire la loro intrusione per frenare una scelta bestiale, ma resta un abuso di potere, non tocca a loro farlo.

Tornando a noi, e all’Italia, bisogna dunque riuscire a essere il più possibile incisivi e il meno possibile offensivi; cioè bisogna badare al risultato e a risanare le anomalie del nostro sistema mediatico-giudiziario-politico, evitando il più possibile le drammatizzazioni e i veleni, le guerre spettacolari, i pronunciamenti da repubblica delle banane. E dire che ne avevamo già fatta di esperienza in questo senso ai tempi di Berlusconi, e avevamo accumulato nausea per quel can-can imbastito tra caccia all’uomo e vittimismi in mondovisione. Ora ci stiamo ricascando e risalgono i toni man mano che ci avviciniamo al referendum. La Meloni teme a intestarsi la battaglia referendaria, memore dei precedenti infausti, come quello di Renzi; ma svolge una guerra parallela, intervenendo su singoli fatti e singoli giudici col chiaro intento di suggerire indirettamente un voto per il si. Mattarella interviene per ristabilire sobrietà e correttezza dei rapporti istituzionali, ed è giusto; ma tempi e luoghi del suo intervento, al Csm e dopo quel che ha detto Nordio, suggeriscono la preferenza per lo schieramento avverso.

Il lato tragico e grottesco di questa polarizzazione continua, a cui naturalmente la sinistra e le opposizioni danno molta miccia, è che la guerra è tra due ma il vincitore designato sembra essere il terzo, ovvero colui che non va a votare e che in pectore è dei tre il soggetto più numeroso. È come combattere una guerra e sapere che oltre il nemico dichiarato c’è un nemico più forte, interno e trasversale: il disertore, l’imboscato, il non votante con cognizione di causa. L’astensionismo è il populismo dei delusi; quando il populismo non ha sbocchi e non ha possibilità di incidere sulla realtà e modificarne gli esiti, e quando la scelta è tra l’arsenico e la cicuta, allora la gente si ritira, non vota, impreca o si deprime, e si occupa d’altro. Il nemico principale del prossimo referendum è proprio quello, e lo è di entrambi gli schieramenti anche se penalizza di più i fautori del si, che restano nonostante tutto in potenziale vantaggio, con la prospettiva di risultare la maggioranza della minoranza di votanti. Ma dietro quel grande numero di persone che non si schiera c’è il duplice rifiuto, verso i magistrati e verso i politici, i primi troppo invasivi e prevaricatori, i secondi troppo evasivi e incapaci. La speranza del voto è affidata così allo spirito punitivo e vendicativo degli italiani contro qualcuno e contro qualcosa. Non è confortante.