(di Marcello Veneziani) – Trovo fuori luogo, fuori tempo, fuori formato la gara che si è aperta ai bordi della politica, nei ritagli oziosi del tran tran politico quotidiano, per accaparrarsi nomi illustri della cultura e della letteratura e intestarsi targhe famose di scrittori e autori del passato. L’ultima in ordine di tempo è stata Elly Schlein che ha rivendicato un inesistente diritto di proprietà della sua area politica su J.R.Tolkien, l’autore del Signore degli anelli che da più di mezzo secolo è rivendicato come l’autore prediletto della nuova destra giovanile e postfascista. Risale all’uscita del libro, pubblicato da Alfredo Cattabiani da Rusconi su consiglio di Elémire Zolla agli inizi degli anni settanta. Ebbe grande successo di pubblico senza connotazioni di parte. Ma diventò subito la bibbia dei ragazzi di destra che volevano liberarsi della storia e della discendenza dal fascismo e cercavano nella fantasy una via d’uscita, poi santificata nei Campi Hobbit degli anni settanta. Una parabola lunga mezzo secolo se si considera Atreju, l’appuntamento annuale della destra meloniana dedicato a lui e a la storia infinita di Michael Ende. Ora, d’improvviso, la leader dei dem non si limita, come sarebbe giusto, a “liberare” Tolkien e gli Hobbit da affiliazioni indebite di partito e a restituirli a tutti i lettori; no, si spinge a chiedere il suo trasloco da Fratelli d’Italia e la galassia destrorsa ai Dem e al mondo della sinistra, sotto l’auspicio di Chiara Valerio e la benedizione postuma di una tolkeniana “spuria” come Michela Murgia. “Riprediamoci Tolkien” ha detto Elly Schlein, ignorando che Tolkien non è mai stato un autore “organico” alla politica e tantomeno alla sinistra e ai dem.

Ma l’appropriazione indebita risponde in realtà ad analoghe operazioni compiute dal versante opposto nei confronti di autori come Antonio Gramsci o Pierpaolo Pasolini, che pure militavano nel Partito comunista. Un conto è riscoprire il nazionalpopolare di Gramsci, la sua centralità della cultura, il suo debito nei confronti di Gentile(e di Sorel), il suo sofferto rapporto con il potere staliniano; un’altra cosa è appropriarsene. La stessa cosa vale per Pasolini, che fu certo autore antimoderno, trasgressivo anche rispetto alla cultura radical-progressista e antifascista, a suo modo religioso e amante della civiltà contadina, dialogante con autori e giovani del versante opposto; ma certo non ascrivibile alla “destra”, a Fratelli d’Italia o al neo-fascismo. Semplificazioni brutali, riduzioni della cultura a una versione calcistica, da figurine Panini e da calcio-mercato. Autori irregolari, solitari, refrattari a ogni allineamento, costretti a indossare la maglia della squadra che decide di appropriarsi delle sue spoglie. In realtà, a destra bisogna distinguere tra i rozzi tentativi di accaparrarsi marchi e autori solitamente attribuiti alla sinistra e i servili tentativi individuali di compiacere l’egemonia culturale della sinistra, come è capitato, ad esempio con certi inconsistenti libretti su Gramsci, utili solo a compiacere e farsi accettare dai poteri culturali dominanti.

Nei confusi e volpini stoccaggi di intellettuali e partiti che si sono fatti nei giorni scorsi, è capitato di vedermi coinvolto sul Corriere della sera in veste di autore di un inesistente “Gramsci e Nietzsche si davano la mano”. In realtà il mio libro è dedicato a Nietzsche e Marx e nulla ha a che vedere con la gara a chi si prende un autore del campo avverso; è un saggio sui due pensatori che più hanno inciso nella nostra epoca, sui loro punti di convergenza e sulla fecondità di un dialogo di confine tra chi la pensa diversamente, se non agli antipodi. Una prospettiva rivolta al pensiero critico e alla civiltà del dialogo, del tutto remota dalla gara patetica di accaparramento e assimilazione di cui si diceva.

Il vero problema è che la politica ha perso da troppi anni ogni respiro culturale e ideale, mantenendo al più un viscido rimasuglio ideologico che copre l’ignoranza abissale dei suoi nuovi esponenti. Di conseguenza, appare fuori luogo ogni rivendicazione di affiliazione d’autori e opere; anche perché una volta che hanno rinnegato le loro case d’origine, incluse le matrici comuniste o fasciste, non ha più senso poi tentare di appropriarsi autori che appartengono a quei mondi da tempo negati. In realtà tutti possono leggere tutto, e ciascuno a livello personale potrà arricchirsi della lezione di un autore, anche distante dai propri orizzonti. Ma un conto è rivendicare e praticare letture diverse, eretiche o trasgressive rispetto al proprio patrimonio ideale e habitat politico, un altro è pretendere di portarseli a casa e vestirli con l’uniforme della propria parrocchietta di partito. Sarebbe una crescita qualitativa se i politici trovassero il tempo e l’ingegno per leggere e per inoltrarsi anche in autori impervi o distanti; allargherebbero i loro orizzonti e le loro curiosità, rivedrebbero i loro pregiudizi, acquisterebbero un’attitudine all’ascolto di pensieri diversi e dunque sarebbero meno tentati dalle censure e dalle chiusure partigiane.

Invece brandirli come cimeli, bottino di guerra, vessilli strappati al nemico, è solo un grezzo rito tribale che non fa crescere né la cultura né le politica e non genera circolazione delle idee; è solo sequestro di persona e cattività in uno spazio chiuso chiamato partito. Perciò insisto su una tesi che espongo ormai da tempo: carriere separate per la cultura e la politica, per carità.