(Stefano Rossi) – Dopo Corrado Formigli, il quale disse che la cultura italiana non esiste perché gli italiani stanno imparando molto dagli immigrati, bisogna annoverare Andrea Scanzi, che posta Rita Rapisardi, de “il Manifesto”, sugli incidenti di Torino.

La giornalista, con il post, vuole spiegare che il video dal quale si vedono i manifestanti di Askatasuna martellare e, quasi linciare, il poliziotto, in realtà non avevano un martello, ma un martelletto.

Poi, che i suoi colleghi lo avevano lasciato solo, e aveva pure il casco slacciato, e che, i manifestanti, urlavano di lasciarlo stare, che potevano bastare le botte.

Secondo la giornalista de il Manifesto, il poliziotto che ha rischiato il linciaggio (questo lo dico io non certo la Rapisardi), si trovava solo perché voleva manganellare un paio di poveri manifestanti.

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega … Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato“.

Cioè, secondo questa giornalista, il video dove in modo palese e incontrovertibile appaiono scalmanati manifestanti aggredire con ferocia il poliziotto, è tagliato ad arte per far vedere solo la furia dei ragazzi in difesa dello sgombero di Askatasuna.

Da che parte stia Rita Rapisardi è chiaro, difatti scrive: “A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero”.

I cattivi sono i poliziotti, i buoni quelli che hanno dato fuoco ad auto, cassonetti, rotto vetrine, bancomat, divento pali stradali, ferito 100, dico, cento agenti delle forze dell’ordine.

Sapete cosa mi ricorda questo articolo?

Pensate un po’, mi ricorda una certa Tiziana Maiolo, sì, quella che ora si trova spesso su Rete4, in difesa del centro destra. Nel 1976, questa Tiziana Maiolo, scriveva per il Manifesto.

Il 15 dicembre 1976, a Milano, la polizia fece una perquisizione in casa di un brigatista rosso, Walter Alasia. Ne scaturì una sparatoria dove morì il vicequestore Vittorio Padovani, il maresciallo di P.S., Sergio Bazzega e lo stesso Walter Alasia.

Sapete cosa scrisse la Maiolo su il Manifesto il giorno dopo?

Il titolo era tutto un programma di disinformazione.

Incalza la nuova strategia della tensione. Tre morti a Milano durante una perquisizione della abitazione di un “brigatista””.

Strategia della tensione era un termine coniato per il terrorismo nero, ma spesso, usato per far passare i terroristi rossi per fascisti.

Poi, brigatista, sempre con le virgolette, come a rimarcare che erano i cattivi poliziotti e magistrati a credere che lo fossero.

Secondo la Maiolo c’erano versioni differenti sullo scontro a fuoco.

Cioè, se ti entra la polizia in casa per una perquisizione e per arrestare una persona, in caso di sparatoria, chi mai avrà sparato per primo? Oltretutto, morirono proprio i due poliziotti entrati in casa per primi. Ma il Manifesto doveva, invece, instillare il dubbio, e doveva far passare per martire un brigatista.

Ecco un passaggio di quel vergognoso articolo: “…una casa del comune abitata prevalentemente da operai e piccoli impiegati…questa volta è stata la polizia a tendere l’agguato con grande dispiegamento di forze…il gruppetto dei “visitatori” è molto ingenuo o molto sicuro di sé, visto che nessuno  dei  funzionari ha il corpo protetto da giubbotti antiproiettili…”.

Notare bene, la polizia non fa il suo lavoro, tende agguati, grande dispiegamento di forze, come a voler dire che stavano occupando militarmente Milano, sono “visitatori”, come a voler canzonarli, e ingenui perché non portavano i giubbotti antiproiettili; ma non c’erano solo pacifici operai?

Ecco, questo è uno delle migliaia di esempi che si potrebbero fare per dimostrare quel tarlo che ancora persiste in certi ambienti e in certe culture.

Poi, Gruber e Giannini si chiedono se la sinistra ha lasciato alla destra l’argomento “sicurezza”.

Qui non basterebbe più un bravo psichiatra, qui ci vuole un esorcista!