(di Marcello Veneziani) – Appena sento la parola Garlasco cambio canale. Per mesi interi la tv si è avvitata su un tema e un delitto e su tutte le sue sfumature, indizi, pieghe, chiacchiere e distinguo, come se fosse la chiave di tutti gli avvenimenti e i misteri, della vita e della morte, della giustizia e della miseria umana.

Naturalmente Garlasco è solo un esempio di cronaca diventata cronica, perché si ripete all’infinito. Lo stesso successe per anni con Avetrana o con Cogne, solo per citare un paio di precedenti geo-maniacali. La tregua di questi ultimi giorni è dovuta all’irrompere di altri tragici fatti di cronaca, come la strage di Crans-Montana. Ci sono paesi, a volte sconosciuti, che nel loro piccolo diventano capitali dell’orrore, macabre località rituali dove si ritiene che il Demonio faccia il sindaco. Ci sono poveri diavoli che vengono elevati a rappresentazione cosmica del Male, e invece sono solo dei poveracci, anche se assassini, meritevoli di carcere e di oblio. A volte compiono quaranta, cinquant’anni alcuni delitti che riaffiorano ciclicamente come se fossero tappe storiche: Emanuela Orlandi o Simonetta Cesaroni, immagini che rivediamo da quando eravamo ragazzi. Si aspettano gli anniversari di certi fatti di cronaca per riparlarne ancora e si pescano per la ricorrenza nuovi particolari per montare il solito teatrino annunciando svolte e colpi di scena nelle indagini. Ci campano programmi tv, si eccitano visibilmente alcuni conduttori o quantomeno fingono per eccitare a loro volta i loro narco-spettatori; arrivano i soliti psico-esperti, sfilano i testimoni e gli avvocati, fanno tappezzeria i guardoni a tempo indeterminato. Ma c’è gente che li vede quei polpettoni riscaldati, che ancora vede e rivede quelle ossessioni monomaniacali di cronaca, che non ha di meglio da fare, da vedere, da sentire che piccole variazioni intorno allo stesso tema? Evidentemente si, altrimenti non si farebbero. Dai, dicono i normalizzatori, succedeva pure con i cantastorie nelle piazze d’una volta, non è una novità, raccontavano sempre gli stessi delitti e la gente accorreva. Sarà. Quei programmi li vede passivamente, assiste come si assiste a una messa, un rito collettivo e consuetudinario, salvo una minoranza più accanita e morbosa; c’è chi ama la ripetizione, dà sicurezza e la sensazione di essere già informati sull’argomento; c’è familiarità con la routine criminale. Eppure ogni giorno la vita sforna nuovi mostri e nuovi delitti, freschi di sangue, ma solo pochissimi diventano saghe, cerimonie rituali, tormentoni, gli altri no, passano inosservati; ce ne sarebbero a centinaia, di cruenti e ben contorti, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta e la varietà fantasiosa delle tipologie criminali. Perché questi corsi intensivi solo su uno, due, tre casi? Cosa li rende Racconto Collettivo, pantomima nazionale, cos’hanno di più e di peggio di tanti altri efferati assassini, a volte spettacolari, con retroscena romanzeschi e intrecci ben più gustosi?

La politica annoia, e vi capisco; ma se il rimedio è Garlasco o roba simile, siete messi male, scendete perfino al di sotto del teatrino politico. Ma tuffatevi in un bel programma storico, per esempio, non dico culturale che è per pochi e neanche ce ne sono; vedete i documentari sugli animali o sui luoghi esotici, a volte persino gli insetti sono più avvincenti del solito copione di cronaca nera. Andate sui film o sullo sport. Meglio sarebbe decidere di spegnere la tv e leggere qualcosa, ascoltare, vedere altro; e quando è possibile uscire, incontrare, visitare qualcuno, ultimare quel lavoretto a lungo rinviato, fare esercizi ginnici, cucire. Giocate col cane, o col gatto. Se tutto questo vi è impossibile, almeno variate il menù, cercate la novità e non ingarlaschitevi pure voi. Altra iattura sono i programmi di cucina che ingrassano le menti senza deliziare i palati; troppi teorici di gastronomia, pochi pratici. Ci sono poi programmi all’insaputa del pubblico che fanno meno ascolti delle pecorelle degli intervalli tv di un tempo, che almeno avevano una funzione rilassante, se non lassativa. Quei programmi sarebbero da studiare per capire il segreto del loro insuccesso. Andrebbero visti per una missione umanitaria, curarsi dei programmi più sfortunati, soccorrere evangelicamente la pecorella smarrita, scappata dai vecchi intervalli…

Vedere la tv per me significa esercitare l’arte rapida dello slalom: cambio canale appena appare quel cerchio di persone intorno ai pacchi che agita le mani e vive una convulsione collettiva; o quando sento la sigla mortifera di alcuni programmi ormai insopportabili per lungodegenza; o quando appaiono quelle facce da divano per spot ripetitivi; autentici stalker del sofà, che andrebbero denunciati per molestie reiterate, come altri onnipresenti spot. Poi ci sono le facce ormai insopportabili da talk show, gli ospiti fissi, le compagnie di giro, sai già sai cosa diranno e come, le conduttrici che portano sempre lì, allo stesso punto, parli dello Yeti o del terremoto nelle Filippine e loro riconducono la colpa a Giorgia Meloni… Ormai non solo le loro labbra sono finte, anche le parole che vi escono non hanno alcuna attinenza con la realtà. Sgomma via…

La tv suscita un virtuoso esercizio di fuga, slalom e zapping continuo; l’unica salvezza è un film, a patto che non ci siano i soliti quattro ingredienti woke – migranti e neri, donne abusate e femministe, omosex e omofobi, e se film storici, i soliti cattivi, i turpi nazifascisti. Dopo alcuni tentativi di fuga, di solito mi arrendo ma non nel senso che accetto quel che passa il pessimo convento ma cambio stanza se sono in compagnia o spengo la tv; passo a leggere, a pensare, ad ascoltare, a fare altro. E sono grato alla tv perché stimola il desiderio di evaderla, aguzza l’ingegno di trovare alternative migliori; più è ripetitiva, molesta, miserabile e più suscita reazioni virtuose e perfino creative, ci rende più laboriosi, mossi dall’ardente desiderio di sfuggire al castigo televisivo. Questa è la vera funzione culturale, catartica, educativa, pedagogica della tv: a vederla ti spinge a fare altro; attiva facoltà altrimenti atrofizzate, ti fa riscoprire relazioni e mansioni altrimenti dimenticate. Naturalmente devi avere dentro di te un residuo spirito critico, una minima capacità reattiva e intellettiva, altrimenti vieni fagocitato o ipnotizzato da qualunque tele-minchiata.

Un tempo la tv era considerata il focolare domestico, oggi più semplicemente è la brace dell’istupidimento collettivo; fa pendant con la padella, che è l’i-pad, o lo smartphone, che si contende con la tv il ruolo di fabbrica per il peggioramento della specie umana. Ma anche quella, a saperla usare, sarebbe perfino preziosa…Un tempo Pasolini esortava a spegnere la tv, ma oggi se lo fai vuol dire che ti consegni definitivamente al concorrente tascabile, all’i-phone. Non suggerisco, perciò, di spegnere nulla ma di “assumere” tutto per poco e ben filtrato, selezionando il menu in una dieta bilanciata, valorizzando le alternative. Parola d’ordine: non Garlasco più.