
(Flavia Perina – lastampa.it) – Si può solo immaginare la fatica di rimettere a sistema, almeno a parole, un Occidente, un’Europa, un’Italia attraversati da conflitti vertiginosi, un Donald Trump partito alla conquista della Groenlandia, un Macron diventato stella dei Volenterosi dell’Unione, una Lega che vuol mettere fiori nei cannoni di Crosetto e della Nato, un’economia ferma allo zero virgola e pure le paure di un referendum che vai a vedere come va a finire. È lo sforzo che ha affrontato Giorgia Meloni nella sua quarta conferenza stampa di inizio d’anno: riannodare filo dopo filo la fune da equilibrista su cui ha camminato finora, trovare il modo di percorrerla fino alle prossime Politiche e al tempo stesso offrirla come cima di sicurezza a un’opinione pubblica spaventata dai cambiamenti del mondo.
Scordarsi la battutista, la provocatrice, quella che non le manda a dire agli avversari. Ne è rimasto appena il lampo nelle risposte più arrabbiate ai giornalisti giudicati ostili. Per il resto, calma e gesso. Le minacce americane alla Danimarca sono solo «metodi molto assertivi per indicare l’importanza strategica dell’area artica». Le sparate di Donald Trump contro il diritto internazionale non sono condivisibili, ma meglio «guardare le luci piuttosto che le ombre». La legge elettorale deve essere condivisa perché conviene pure alle opposizioni. Il referendum sulla riforma del Csm non porterà scossoni, non ci saranno dimissioni se la maggioranza perde né elezioni anticipate se vince. La Presidenza della Repubblica non è nei piani per il futuro, piuttosto «vorrei lavorare pagata per Fiorello», e su tutto il resto – sicurezza, lavoro, salari, casa – ci sono piani, progetti, cambi di passo alle porte.
L’incontro-fiume con la stampa ha fornito comunque risposte su tre elementi centrali dell’identità del centrodestra. Il primo sono i rapporti con il mondo Maga, che fino al settembre scorso, fino all’omicidio di Charlie Kirk e alla sua celebrazione senza precedenti nel Parlamento italiano, sembravano un riferimento di primo piano per la maggioranza, una medaglia da appuntarsi al petto. Quel tipo di emozione è alquanto scemato. Il rapporto con Trump comincia ad essere vissuto come un problema e la premier preferisce semmai esibire la sua capacità di dirgli no quando serve, come è successo con la dichiarazione europea sulla Groenlandia, e richiamarsi al pensiero di Mattarella sulle direttrici di politica estera (assai severo verso certe esondazioni della Casa Bianca contro l’Europa e gli organismi internazionali).
Poi c’è la questione sicurezza, fonte principale delle fortune della destra, alquanto appannata dagli ultimi episodi di cronaca, e anche lì si comincia a intuire la tattica per la prossima campagna elettorale: spostare la responsabilità sulle toghe più che produrre nuovi provvedimenti-choc (al massimo una mini-norma sui coltelli ai minorenni). Si dovrà attribuire ogni disgrazia alla scarsa collaborazione della magistratura, alle scarcerazioni improvvide e a una presunta indifferenza dei giudici alle esigenze “law and order” del Paese che rende «vano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento». Qui la destra punta soprattutto ad arginare il fuoco amico della concorrenza leghista. Ieri Meloni aveva appena finito di parlare che entrambi i capogruppi del Carroccio, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, già la incalzavano: se ha tanto a cuore la questione perché sta riducendo il contingente militare della missione Strade Sicure? Ecco, domande come queste vanno eluse con abilità. E la linea è: abbiamo fatto quel che dovevamo, non è colpa nostra se tanti delinquenti restano a piede libero.
La terza sterzata riguarda un ambito più generale, i toni, i modi, le facce. La campagna elettorale 2027 non potrà essere giocata sulle pulsioni dell’Italia arrabbiata e in cerca di cambiamenti radicali. Presentarsi come fattore di protezione rispetto alle incertezze del mondo e a un’alleanza Pd-M5S presentata come un salto nel buio diventa l’obiettivo. E dunque: farsi campioni di continuità dopo essere stati protagonisti di clamorosi strappi. Rassicurare gli elettori dopo averli galvanizzati, elettrizzati, spinti al conflitto contro un intero sistema politico-culturale. Coltivare l’immagine dei prudenti timonieri dopo aver esaltato l’avventura di un cambio radicale di prospettiva al seguito dei sovranismi internazionali, cercando peraltro di non perdere il consenso di chi ancora ci crede. È questa la nuova fune che Meloni deve intrecciare per arrivare al bis in equilibrio, evitando scivoloni pericolosi per il consenso: ieri ha cominciato a farlo.
Crescita, lavoro, salari, pensioni e piano casa: cosa non torna nel racconto di Meloni sull’economia italiana
La premier in conferenza stampa annuncia che la crescita sarà il “grande focus” del 2026 insieme alla sicurezza e rivendica progressi su lavoro e potere d’acquisto. Ma numeri e stime fotografano un Paese quasi fermo, con stipendi ancora in affanno e consumi deboli
(di Chiara Brusini – ilfattoquotidiano.it) – “Il tema della crescita, insieme a quello della sicurezza, è il mio grande focus di quest’anno”. Parola di Giorgia Meloni, che durante la conferenza stampa di inizio anno ha rivendicato i presunti successi del governo in campo economico e tentato di ridimensionare critiche e dati poco lusinghieri. Ma basta un occhio a numeri e fatti per smentire la narrazione di un’economia che va a gonfie vele.Crescita
La crescita è tra le prime preoccupazioni per il 2026, fa sapere Meloni, che per il passato spera di cavarsela con eventuali revisioni al rialzo dei dati sul pil 2024 e 2025. Peccato che la legge di Bilancio, al netto dei rifinanziamenti arrivati last minute per incentivi e sgravi alle imprese, non preveda nulla per spingere l’economia, tanto che lo stesso governo ha previsto un impatto nullo sul pil. Risultato: per la Ue l’Italia crescerà solo dello 0,8%. Peggio farà solo l’Irlanda, reduce però da un 2025 record (+10,7% causa boom dell’export per anticipare i dazi Usa). L’8 gennaio il Financial Times ha messo il dito nella piaga con un pezzo che sottolineava la “perdita di slancio” del Paese nonostante il traino del Pnrr e la “scarsa propensione o capacità” del governo di varare le riforme necessarie per aumentare la produttività “ma che potrebbero disturbare potenti interessi acquisiti”. La premier si è comunque detta convinta che per uscirne basti continuare a sostenere l’occupazione, abbassare i prezzi dell’energia (sarebbe in arrivo l’annunciato decreto per ridurre gli oneri di sistema in bolletta) e “favorire gli investimenti” con misure come la Zes unica del Mezzogiorno, considerata un “modello”. Non chiaro se, dopo averla allargata a Marche e Umbria, si intenda continuare a risalire lo Stivale.Occupazione
“Per quanto riguarda l’economia reale il dato più significativo è quello dell’occupazione. I dati sono incoraggianti“, sostiene la premier. Ma le ultime stime Istat, diffuse giovedì, dicono altro. Se il tasso di disoccupazione è effettivamente sceso al livello più basso dall’inizio delle serie storiche (5,7%), è solo perché oltre 60mila persone sono passate dalle file degli occupati e dei disoccupati a quelle degli inattivi, vale a dire chi ha smesso di cercare un posto. E quel che è peggio è che a entrare nell’inattività sono stati 33mila giovanissimi (15-24enni) e 46mila lavoratori della fascia centrale (35-49 anni). Oltre a 40mila over 50, la fascia di età che nel confronto anno su anno continua a trainare la crescita occupazionale per il combinato disposto tra invecchiamento della popolazione e effetti della (odiata dalla maggioranza) legge Fornero sui pensionamenti.Salari
Davanti alla domanda sulle retribuzioni reali che restano inferiori dell’8,8% rispetto al 2021 mentre la maggioranza continua a non volere il salario minimo, Meloni ha svicolato dicendo che le serie storiche Istat danno conto dei dati lordi mentre i provvedimenti adottati dal governo “incidono sul netto”. Morale: grazie agli interventi fiscali degli ultimi anni i lavoratori avrebbero ricevuto vantaggi che da quei dati non risultano. Argomento debole se si considera che tra lordo e netto incide il peso del fisco e si leggono i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio: il taglio del cuneo reso strutturale nel 2025 ha compensato il cosiddetto drenaggio fiscale dovuto all’inflazione solo per i redditi fino a 32mila euro. E chi guadagna quelle cifre è stato comunque spesso penalizzato dalla perdita di esenzioni e benefit legati all’Isee, indicatore che non è indicizzato all’aumento dei prezzi. Lascia il tempo che trova anche la rivendicazione che dall’ottobre 2023 gli stipendi “hanno ripreso a crescere più dell’inflazione”. È vero, soprattutto grazie ai rinnovi di diversi contratti nazionali, ma le statistiche flash dell’Istat sul terzo trimestre 2025 parlano di un “indebolimento della dinamica” per effetto del “marcato rallentamento nel settore industriale”.Potere d’acquisto
La leader di FdI ha definito “incoraggianti” anche i dati sul potere di acquisto, che sarebbe cresciuto di “20 miliardi in un anno”. Ma stando ai dati destagionalizzati pubblicati il 7 gennaio, nel periodo luglio-settembre 2025 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici corretto per l’inflazione – che è la definizione di potere d’acquisto – è salito a 305 miliardi dai 296 dello stesso periodo del 2024: fa circa 9 miliardi in più, non 20. E non è rassicurante il fatto che nel frattempo la spesa per consumi sia rimasta debole mentre gli investimenti fissi lordi, che nel caso delle famiglie consistono nell’acquisto e manutenzione della casa, hanno addirittura rallentato (-1,1% anno su anno).Pensioni
“Abbiamo fatto il contrario di quello di cui siamo accusati, cioè aumentare l’età pensionabile“, si è difesa Meloni. “Se non fossimo intervenuti, nel 2027 sarebbe aumentata di tre mesi. Noi abbiamo limitato quella previsione a 1 mese, zero per chi fa lavori usuranti”. Vero. Ma è vero anche che gli altri due mesi scatteranno l’anno dopo. E, per evitare la penalizzazione di chi ha riscattato la laurea, inserita a sorpresa nella prima versione del maxiemendamento governativo alla manovra, il governo ha tagliato per il futuro i fondi che finanziano le uscite dei lavoratori precoci e di chi fa attività pesanti. La maggioranza che voleva “cancellare la Fornero” non ha poi prorogato Quota 103 e Opzione donna e ha cancellato a sorpresa la norma (varata solo un anno prima) che consentiva ai lavoratori nel sistema contributivo di andare in pensione anticipata cumulando i contributi versati all’Inps con quelli destinati ai fondi pensione.L’emergenza casa
“È in dirittura arrivo la presentazione piano casa, un progetto ampio a cui lavoriamo insieme a Salvini con la collaborazione di Foti e dei corpi intermedi”. Quel piano era una “priorità” già lo scorso agosto, quando dal palco del meeting di Rimini Meloni aveva annunciato novità che non sono mai arrivate. Nei fatti manca ancora il Dpcm attuativo e a fine dicembre la Lega ha dovuto dire addio agli 877 milioni aggiuntivi che puntava a stanziare di qui al 2030, in aggiunta ai 660 milioni già previsti dal 2027: in legge di Bilancio sono rimasti solo 100 milioni per quest’anno e altrettanti per il prossimo. Il governo pare voler ovviare puntando su partenariati pubblico-privato, per la gioia di costruttori e fondi.Crisi industriali
Sull’automotive, ha sostenuto Meloni, “i problemi sono figli di scelte che ho contestato a livello Ue e lavoro per correggere”. Nessun mea culpa sugli incentivi finiti a Stellantis anche per auto prodotte all’estero, come ammesso dallo stesso ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso, che fino al 2024 ha creduto al miraggio del milione di auto realizzate in Italia (lo scorso anno sono crollate a poco più di 200mila). Quanto al dossier Ilva, la premier ha garantito che il governo “se ne sta occupando”, c’è una “fase di negoziazione” ma senza “impegni vincolanti” e “nessuna proposta che abbia un intento predatorio e opportunistico potrà essere avallata”. Mai citato il fondo Flacks con cui l’esecutivo sta trattando: specializzato nell’acquisto di società decotte, ha offerto un euro per rilevare l’acciaieria ma è del tutto privo di expertise nel settore e non ha mai gestito investimenti della portata di quelli necessari per il rilancio di quello che era il più grande polo siderurgico d’Europa e ora produce se va bene 3 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno.
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ex provocatrice??? …Ancora oggi è provocatrice contro le sinistre!
Perchè lei è ancora fassista!
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HAHAHAH
calma e gesso
ma se è riuscita a litigare anche nell’UNICA conferenza stampa annuale con un’informazione inginocchiata!!!
aspettarsi qualcosa di diverso da una aderente del MSI. Alleanza Nazionale. FLI eccetera. è come chiedere al diavolo di fare i coperchi
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