
(Massimo Cacciari – lastampa.it) – L’Italia non sarà più il laboratorio politico di cinquant’anni fa, però qualcosa di interessante sta avvenendo tra Alpi e Lilibeo. Si delineano potenzialità e contraddizioni che potrebbero mutare lo stato delle cose. Le recenti elezioni hanno pure dato qualche segnale a proposito. Il primo riguarda l’eccezionale gravità dello stacco tra opinione pubblica e sistema politico.
I cosiddetti partiti fingono di non vederlo, poiché il Dio acceca coloro che vuol perdere, e continuerebbero a raccontare di vincitori e vinti anche laddove andassero a votare solo i candidati e i loro famigli. Ma non potranno durare nella farsa ancora a lungo. In un Paese dove il reddito reale del lavoro dipendente e della grande massa dei pensionati è in caduta da una generazione, dove il lavoro dei giovani continua a essere precario e sottopagato, e a migliaia emigrano, dove anche il sistema dei servizi essenziali, scuola e sanità, si sta rapidamente adeguando al modello americano: li ha chi paga, ebbene in un simile Paese l’insoddisfazione, la frustrazione, il disagio potrebbero in ogni momento assumere una forma assai più dura del non voto. Dipende, è ovvio, se esiste chi sappia dar loro forma e organizzazione politica.
Meloni è forte, ma trina. Questo dice con chiarezza il risultato elettorale. Non si ripeterà con lei il caso Berlusconi. E il risultato nel Veneto rende anche incerto che possa domani rivendicare primati in Lombardia. Meloni ha fatto il pieno che poteva dell’elettorato altrui, ora inizia davvero per lei la faticosa età del necessario compromesso. E le contraddizioni da superare sono stridenti. Con sé stessa anzitutto! Tutta la sua carriera politica e la sua affermazione si sono svolte all’insegna di un’idea di “destra sociale”. Il suo governo si è accreditato sul piano internazionale (e cioè presso le grandi potenze economico-finanziarie) per una politica che contraddice quella idea dai fondamenti, sul piano teorico e pratico.
Quanto potrà avere ancora corso la pura e semplice menzogna che la Meloni di prima è la stessa di ora? Il governo si è pienamente arreso al grande corso del neo-liberismo scatenato, e questo spiega anche perché Tajani regga così imprevedibilmente, saltellando tra i suoi giovani alleati.
Naturalmente, che questa evidente contraddizione, intrinseca alla forza fondamentale di governo e al suo stesso elettorato, si esprima politicamente oppure no dipende dall’azione del cosiddetto “campo largo” e del PD in primis. Se affrontare il nodo di radicali riforme in politica fiscale e ridistributiva resteranno anche per loro un tabu, Meloni potrà vivere tranquilla. Relativamente, tuttavia – poiché si è resa esplicita con queste elezioni la contraddizione di fondo tra Fratelli d’Italia e Lega.
Non si tratta di rivendicare primati su sovranismo, nazionalismo o altro. Questa è tutta fuffa ideologica. La Lega è Nord. Le elezioni dicono in via definitiva che la Lega per sopravvivere e contare deve tornare a essere nordista. Non contano i nomi, Salvini o Zaia, ma lo stato di necessità. Proprio questo pone problemi sempre meno rinviabili a Meloni. Fino a che punto le rivendicazioni della Lega in materia di autonomia regionale, rivendicazioni che sarà impossibile silenziare, e che sono evidentemente tutte pensate in chiave nordista, potranno essere digerite dal suo governo e dal suo elettorato?
Su questo terreno l’iniziativa dell’opposizione avrebbe spazi enormi. Se non si limitasse a essere opposizione. È una linea di radicale e coerente riformismo che essa dovrebbe assumere. Contro lo pseudo-federalismo della Lega e il centralismo statalistico-burocratico che procede per inerzia in Italia, stante l’impotenza riformatrice del ceto politico. Non ha alcun senso contrastare il disegno leghista difendendo l’attuale assetto regionalistico; e così neppure è ragionevole opporsi ai presidenzialismi d’accatto di Meloni sotto la solita bandiera della “Costituzione più bella del mondo”.
Alla Lega va opposta una cultura federalista reale, che comporta Regioni pienamente responsabili per le proprie entrate, una Camera delle Regioni, l’eliminazione dell’attuale Senato. Soltanto su questa base, con Regioni e Parlamento forti, non succubi delle decisioni finali dell’Esecutivo, avrebbe senso in Italia discutere anche di un modello presidenzialistico. Se l’opposizione cessasse di inseguire e costruisse una propria strategia riformatrice, potrebbe far leva sulle contraddizioni che l’attuale governo occulterà con fatica sempre maggiore e rimescolare le carte nella stessa opinione pubblica, anni luce lontana dai vecchi schemi di destra e sinistra.
La vera politica, infine, è sempre stata politica estera. Questa contraddistingue la forza di un Paese. E su questa una strategia riformatrice dovrebbe essere misurata. L’opposizione attuale semplicemente non ne ha. Aspirazioni generiche, richiami a “diritti delle genti” che non si incardinano in alcuna proposta concreta.
Una opposizione di governo dovrebbe ragionare in questo modo: mi siedo al tavolo delle trattative, quale la mia idea per porre fine al conflitto russo-ucraino? Come intenderei sistemare Crimea, Donbass, rapporti Ucraina-Nato? Quale posizione assumo nei confronti di quei leader europei in preda a un delirio russofobico? E sulla tragedia palestinese? Oltre alle ovvie condanne di eccidi di civili e di efferati atti di terrorismo, che si rincorrono gli uni agli altri, rimane o no ferma l’idea che solo la formazione di un autonomo Stato palestinese può aprire alla speranza, peraltro assai debole, di una qualche pace?
Anche qui c’entra l’interesse nazionale, non ideologie di destra o sinistra: la grande maggioranza degli italiani conosce le conseguenze di queste guerre e della impotenza europea anche solo a cooperare per porre a esse termine. Spendere in armi, aggravare il nostro deficit energetico, aumentare la spinta inflattiva, non ha nulla a che vedere con le sofferenze dei popoli che vivono la tragedia della guerra, ma neppure li aiutano, come i fatti clamorosamente dimostrano.
La linea del governo galleggia tra subalternità a Stati Uniti e moderazione in ambito europeo, cioè non ha alcuna linea. E quella dell’opposizione se domani vincesse? Fino a che alla domanda non vi sarà risposta, la Meloni può vivere serena.
TIMOSTENE E LA RIABILITAZIONE DI LICIO GELLI
Nordio e la riabilitazione implicita della P2
Il ministro della giustizia Carlo Alberto Nordio ha dichiarato che, se Licio Gelli «ha detto qualcosa di giusto», non si dovrebbe respingerlo solo perché proviene da lui. Parole pronunciate con calma, senza esitazioni. Parole che però ignorano, o fingono di ignorare, cosa fu davvero la P2 per la storia della Repubblica.
La P2 non fu una loggia massonica come le altre. Fu una struttura clandestina che negli anni Settanta e Ottanta operò fuori dalla legalità con un obiettivo preciso. Costruire un potere parallelo allo Stato e preparare un colpo di Stato strisciante, usando influenze politiche, infiltrazioni nei vertici militari e pressioni sulle istituzioni. Lo accertarono il Parlamento, le indagini giudiziarie e la Commissione d’inchiesta guidata da Tina Anselmi. Il Piano di rinascita democratica era la road map di quel progetto. Prevedeva il controllo dei giornali, la neutralizzazione dei sindacati, la riduzione dell’indipendenza della magistratura, la concentrazione del potere nelle mani di una rete occulta. Tutto documentato. Tutto scritto nero su bianco. Niente teorie complottiste. Solo storia della Repubblica.
Dentro quel disegno la separazione delle carriere non era una riforma neutrale. Era uno strumento per diminuire la capacità della magistratura di resistere a pressioni politiche. Era una leva per rendere più permeabile il sistema giudiziario a chi controllava la loggia. Era parte integrante di un progetto che puntava a cambiare la forma dello Stato senza passare dal voto dei cittadini.
Quando un ministro della giustizia afferma che Gelli potrebbe aver detto qualcosa di giusto, non compie un gesto innocuo. Compie un’operazione simbolica pericolosa. Toglie alla P2 la sua natura di minaccia alla democrazia e la ricolloca tra i possibili riferimenti del dibattito politico. È un modo per suggerire che il progetto eversivo di una loggia segreta possa oggi fornire spunti di riflessione sulle riforme istituzionali. È un modo per alterare la memoria pubblica. È un modo per spostare il confine di ciò che è accettabile.
Non è necessario che un ministro celebri apertamente la P2 per indebolire la cultura costituzionale. Basta che ne legittimi anche un frammento. Basta che presenti come opinione rispettabile ciò che nacque come strumento di un tentativo di sovversione. E questo è esattamente il problema. Perché se diventa normale che un eversore venga trattato come fonte autorevole, allora ciò che ieri era un allarme diventa oggi una proposta. E ciò che ieri era incompatibile con la democrazia diventa un contributo tra gli altri.
Il punto decisivo è questo. Quando il responsabile della giustizia afferma che un uomo che organizzò una struttura segreta pronta a manomettere lo Stato potrebbe avere avuto ragione, la Repubblica non si rafforza. Si espone. Si assottiglia. Perde la memoria di ciò che l’ha protetta.
Indignarsi non è una scelta emotiva. È una forma di vigilanza civile. Perché una democrazia non viene colpita solo dai suoi nemici dichiarati. Viene indebolita soprattutto quando chi la governa accetta di trattare un tentativo di colpo di Stato come una cornice culturale tra le altre. E se questo non inquieta, allora il problema non è più ciò che Nordio ha detto. È ciò che siamo disposti a tollerare in silenzio.
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TIMOSTENE E LA PAURA
Ti abbiamo tradito
Ogni mattina ti svegli e c’è un nuovo nemico. Ieri erano i migranti, oggi sono i giudici, domani chissà. La paura non ti lascia mai in pace. Ti entra in casa attraverso lo schermo, ti aspetta al bar, ti segue al lavoro. Ti dicono che devi difenderti, che sei assediato, che stanno arrivando a prenderti quello che hai. E tu inizi a guardarti intorno come se ogni persona fosse una minaccia. L’obiettivo è preciso: vogliono che tu smetta di vedere nell’altro un alleato. Vogliono che chi condivide la tua stessa fatica diventi per te un rivale, non un compagno. Perché se siete divisi, siete controllabili.
Lo so cosa provi. So che sei stanco. Stanco di sentirti dire che va tutto bene quando il mutuo ti strangola e lo stipendio non basta più. Stanco di portare tuo figlio al pronto soccorso e aspettare otto ore su una sedia di plastica. Stanco di alzarti alle cinque del mattino e tornare la sera senza la forza nemmeno di parlare. Stanco di sentirti invisibile mentre i potenti decidono della tua vita senza guardarti in faccia.
E la sinistra? Dov’era la sinistra quando non ce la facevi più?
Dobbiamo dirtelo con chiarezza: ti abbiamo tradito. Abbiamo parlato di diritti ma non abbiamo visto la tua fatica. Ti abbiamo spiegato il mondo ma non siamo entrati nella tua cucina, dove tu facevi i conti e non tornavano mai. Abbiamo difeso la globalizzazione mentre il tuo stipendio scendeva. Abbiamo accettato la precarietà come inevitabile mentre tu perdevi la certezza del futuro. Abbiamo pensato che bastasse parlare di valori mentre a te serviva un lavoro degno, una casa accessibile, una sanità che funzionasse.
E il punto non è solo che abbiamo sbagliato. Il punto è che abbiamo smesso di guardarti negli occhi. Ci siamo persi nei palazzi, nelle stanze dove si parla di numeri e non di persone. Abbiamo dimenticato che dietro ogni statistica c’è una vita, un volto, una storia. La tua.
Hai smesso di votare non perché sei diventato cinico, ma perché ti abbiamo deluso. Perché la tua storia non entrava più in nessun nostro discorso. Perché ci siamo dimenticati da che parte stare.
Ma oggi ti chiediamo di darci un’altra possibilità. Non perché lo meritiamo, ma perché insieme possiamo ancora cambiare le cose. Perché senza di te, senza la tua voce, senza la tua rabbia trasformata in forza, questo paese affonda.
Però ascoltami bene. Questa rabbia che senti, questa solitudine, questa sensazione di essere solo contro tutto, non nasce dal caso. È un progetto preciso. Vogliono che tu creda di essere solo. Vogliono che tu pensi che l’unico modo per salvarti sia alzare muri, chiudere porte, difenderti da chi è debole come te.
Guarda chi ti ha davvero tolto qualcosa. Non è il migrante che raccoglie pomodori per tre euro l’ora. Sono quelli che hanno smantellato la sanità pubblica per fare spazio alle cliniche private. Sono quelli che hanno reso il lavoro precario per aumentare i profitti. Sono quelli che hanno trasformato la casa da diritto in merce speculativa. Sono quelli che hanno tagliato le tasse ai ricchi mentre tagliavano i servizi a te. Sono quelli che possiedono più di quanto tu guadagnerai in dieci vite e ti dicono che il problema è chi ha ancora meno di te.
Loro vogliono che tu trasformi la paura in odio verso il basso. Noi ti chiediamo di trasformarla in giustizia verso l’alto.
Perché tu non sei solo. Siamo milioni a svegliarci stanchi, a fare fatica, a non farcela. Milioni che lavorano onestamente e non arrivano a fine mese. Milioni che vorrebbero curare i propri genitori anziani senza dover scegliere tra la dignità e il conto in banca. Milioni che sognano un futuro per i propri figli e vedono solo porte che si chiudono.
E se fossimo noi, tutti insieme, a costruire una società diversa?
Non un’utopia lontana. Una società concreta, che si può toccare, in cui si può vivere.
Comincia dalla tua vita quotidiana, da quello che tocchi ogni giorno. Perché la politica non abita nei palazzi del potere, abita nella tua cucina quando fai i conti, nel corridoio dell’ospedale quando aspetti, nel momento in cui abbracci tuo figlio e vorresti avere più tempo. La società che sogniamo nasce esattamente lì, nel punto più ordinario della tua esistenza. E da lì può cambiare tutto.
Una società dove il lavoro è dignitoso e ti permette di fare progetti. Dove il contratto ti protegge davvero, dove i diritti non sono sulla carta ma nella realtà. Dove lo stipendio minimo garantisce una vita decente. Dove chi lavora può permettersi di vivere, non solo di sopravvivere. Dove torni a casa la sera e hai ancora energie per abbracciare chi ami, per giocare con tuo figlio, per leggere un libro, per esistere oltre la fatica.
Una società dove la salute non dipende dal portafoglio. Dove la sanità pubblica funziona perché ci investiamo risorse vere. Dove se ti ammali vieni curato, punto. Dove non devi aspettare mesi per una visita mentre chi paga va avanti. Dove l’anziano non è costretto a scegliere tra le medicine e la spesa. Dove la prevenzione esiste, dove i medici hanno tempo per ascoltarti, dove gli ospedali hanno personale sufficiente per curarti con umanità. Dove il pubblico e il privato convivono ma il primo garantisce a tutti l’accesso universale alle cure.
Una società dove la casa è un diritto accessibile, non solo un investimento per chi ha già capitali. Dove i giovani possono andare a vivere da soli senza vendersi l’anima. Dove le famiglie non spendono metà dello stipendio in affitto. Dove lo Stato costruisce edilizia sociale di qualità, dove i Comuni regolano il mercato per evitare speculazioni, dove nessuno dorme per strada in un paese che ha migliaia di case vuote.
E poi sale verso le istituzioni che costruiscono questa vita.
Una società dove la scuola è davvero pubblica, di qualità, per tutti. Dove non separa i figli dei ricchi dai figli di chi fa fatica, ma li mette insieme a imparare, crescere, diventare cittadini. Dove ogni bambino ha gli stessi strumenti, gli stessi insegnanti preparati e ben pagati, le stesse possibilità. Dove tuo figlio può studiare quello che lo appassiona senza che tu debba ipotecare il futuro. Dove l’università è accessibile a tutti i talenti, non solo a chi può permetterselo.
Una società dove il sistema fiscale è davvero progressivo. Dove chi guadagna di più contribuisce di più, proporzionalmente. Dove i miliardari non pagano meno di te in percentuale. Dove le grandi aziende non portano i profitti nei paradisi fiscali mentre tu paghi fino all’ultimo centesimo. Dove l’evasione fiscale è combattuta seriamente perché è un furto alla comunità. Dove le tasse che paghi tornano in servizi che funzionano.
Una società dove la politica torna nelle tue mani. Dove le lobby sono regolate e trasparenti. Dove il Parlamento rappresenta davvero il popolo, non solo i grandi interessi economici. Dove la corruzione è perseguita senza sconti. Dove se una legge ti danneggia puoi farla cambiare. Dove la democrazia non è votare una volta ogni cinque anni e poi subire, ma partecipare, controllare, influenzare.
E infine si apre verso il futuro, verso il mondo che lasciamo.
Una società dove l’ambiente non è un lusso ma la condizione della tua sopravvivenza e della prosperità futura. Dove l’aria che respiri non ti avvelena. Dove i fiumi sono puliti. Dove le industrie rispettano limiti stringenti e chi inquina paga davvero. Dove la transizione ecologica crea lavoro di qualità nella green economy invece di distruggere occupazione. Dove innovazione e sostenibilità vanno insieme, dove il mercato viene orientato verso il futuro attraverso incentivi intelligenti e regole chiare.
Una società dove chi arriva da lontano in cerca di salvezza viene accolto con umanità, processato in tempi giusti secondo regole europee condivise, integrato se ha diritto di restare, rimpatriato se non ce l’ha, ma sempre trattato come essere umano. Dove non si creano campi di detenzione ai confini. Dove si capisce che nessuno lascia la propria terra per capriccio, e che la vera soluzione non è respingere chi scappa ma investire in cooperazione internazionale per cambiare le condizioni che lo fanno scappare.
Una società dove le donne non devono più avere paura. Dove possono camminare di sera senza guardarsi alle spalle. Dove sul lavoro guadagnano quanto gli uomini a parità di ruolo. Dove la maternità non è una condanna professionale ma un valore sociale riconosciuto. Dove dire no è un diritto rispettato sempre. Dove il corpo non viene mercificato, controllato, giudicato. Dove essere donna non è un rischio ma una condizione di libertà piena.
Una società dove ami chi vuoi senza doverti nascondere, senza dover giustificare, senza dover combattere per diritti che dovrebbero essere ovvi.
Questa non è fantascienza. Questa società esiste già in altri luoghi. Esiste nei paesi del Nord Europa, dove hanno capito che uno stato sociale forte non è nemico del mercato ma sua precondizione. Dove hanno investito nell’istruzione pubblica e nella ricerca e sono diventati i paesi più innovativi del mondo. Dove hanno protetto i lavoratori e le loro economie sono più produttive delle nostre. Dove hanno costruito welfare universale e sono i paesi con la qualità della vita più alta al mondo.
Non si tratta di copiare un modello, ma di adattare una direzione. Di capire che la giustizia sociale e l’efficienza economica non sono nemiche, e che possiamo costruire la nostra versione di questa società, radicata nella nostra storia, nella nostra cultura, nelle nostre specificità.
E può esistere anche qui. Dipende da noi. Da te, da me, da tutti noi.
Ma per costruirla dobbiamo fare scelte chiare.
Dobbiamo investire massicciamente nella sanità pubblica, assumere medici e infermieri, ridurre le liste d’attesa, modernizzare gli ospedali. Dobbiamo rendere il fisco davvero progressivo, chiudendo le scappatoie che permettono ai più ricchi di pagare meno. Dobbiamo introdurre un salario minimo dignitoso per legge, perché nessuno che lavora deve essere povero. Dobbiamo regolare il mercato del lavoro per limitare la precarietà selvaggia, garantendo diritti veri. Dobbiamo costruire edilizia sociale di qualità e regolare gli affitti per renderli sostenibili.
Dobbiamo investire nella scuola e nell’università pubblica come se fossero la cosa più importante, perché lo sono. Dobbiamo finanziare la ricerca, l’innovazione, la cultura. Dobbiamo orientare il mercato verso la sostenibilità ambientale attraverso regole chiare e incentivi intelligenti. Dobbiamo combattere l’evasione fiscale con controlli efficaci e pene certe. Dobbiamo riformare la giustizia perché sia più veloce ed efficiente. Dobbiamo investire in infrastrutture sociali, trasporti pubblici, connettività digitale.
Dobbiamo avere il coraggio di dire no. No al dumping fiscale che favorisce i più ricchi. No allo sfruttamento dei lavoratori. No alla speculazione selvaggia sulle case. No al degrado dei servizi pubblici. No a chi inquina senza pagare le conseguenze. No alla corruzione e all’illegalità. No a chi usa la tua paura per toglierti diritti.
E dobbiamo avere il coraggio di dire sì. Sì a una società più equa. Sì alla solidarietà che non cancella il merito ma lo rende accessibile a tutti. Sì all’idea che libertà e giustizia sociale non sono nemiche ma si rafforzano a vicenda. Sì al futuro, invece che alla nostalgia di un passato che non tornerà mai. Sì a un’economia di mercato regolata che serva le persone, non che le divori.
La dignità non si negozia. Il futuro non è proprietà di chi ha più soldi. La speranza non è ingenuità, è l’unica cosa che può salvarci.
E tu hai il potere di far ripartire tutto. Hai un voto. Hai una voce. Hai la possibilità di alzarti e dire basta. Hai la forza di unirti ad altri e costruire dal basso quello che non arriva dall’alto.
Non ti sto chiedendo di credermi sulla parola. Ti sto chiedendo di guardare dentro di te e vedere se c’è ancora un pezzo, anche piccolo, che crede che le cose possano andare diversamente. Quel pezzo è tutto. Quello è il punto da cui ricominciare.
La sinistra può rinascere solo se tu rinasci. Se torni a credere che la politica non è uno spettacolo lontano ma uno strumento che ti appartiene. Se torni a sentire che la comunità non è una trappola ma un rifugio. Se torni a votare non per paura di qualcuno, ma per costruire qualcosa insieme.
E quando tu scegli di alzarti, non fai solo un gesto simbolico. Generi qualcosa. Perché la comunità non esiste prima della tua azione, nasce dalla tua azione. Ogni voto, ogni partecipazione, ogni momento in cui scegli di non restare solo crea il tessuto che tiene insieme tutti gli altri. Sei il primo filo di una rete che si espande. Il tuo gesto personale è l’origine della rinascita collettiva.
Questo è il momento. Adesso. Non domani, non quando sarà tutto più chiaro. Adesso che è ancora possibile scegliere. Adesso che possiamo ancora decidere che tipo di paese vogliamo essere.
Alzati. Organizzati. Partecipa. Pretendi. Vota.
Non sei solo. Siamo qui. E insieme possiamo costruire quella società che ci hanno detto essere impossibile solo perché minaccia i loro privilegi.
Il mondo che desideri esiste già nella tua testa. Adesso dobbiamo farlo esistere fuori. E tra cent’anni, quando qualcuno racconterà la storia di come questo paese ha ritrovato se stesso, il primo capitolo inizierà con te, con questo momento, con la scelta che fai oggi. Tu sei il primo mattone del mondo nuovo.
Comincia oggi.
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