Il vecchio ordine è quasi del tutto scomparso, ma un nuovo ordine non si è affermato. Non è neppure alle viste. Tutti i “sovranismi”, nessuno escluso, da un lato, cercano accordi e favoritismi personalizzati. Dall’altro, si oppongono a prospettive più ampie di collaborazione che potrebbero condurre a nuovi equilibri internazionali

(Gianfranco Pasquino – editorialedomani.it) – L’ordine politico internazionale liberale è venuto meno da più di un decennio. Era definito liberale in quanto basato sul riconoscimento, la protezione e la promozione dell’autonomia degli Stati e dei diritti e delle libertà dei cittadini. Soltanto parzialmente e non dappertutto riuscì a conseguire questi obiettivi. Pertanto è giustamente criticabile.
Però, in qualche modo garantì che le due superpotenze Usa e Urss non si facessero la guerra e che, seppure grazie all’equilibrio detto “del terrore” poiché motivato dall’imperativo di evitare un devastante conflitto nucleare, sul continente europeo si avessero decenni di pace. Altrove, certo non mancarono i conflitti armati, alcuni, quelli relativi alla decolonizzazione, tanto inevitabili quanto complessivamente positivi.
Con il crollo dell’Urss prima, che per qualche tempo lasciò gli Usa, come scrisse acutamente Samuel Huntington, superpotenza “solitaria”, e con la lenta, ma inarrestabile, crescita della Cina, il vecchio ordine è quasi del tutto scomparso, ma un nuovo ordine non si è affermato. Non è neppure alle viste. Nell’interregno, vale l’affilata, troppo spesso dimenticata, visione di Antonio Gramsci: proliferano i germi della degenerazione, «nascono i mostri».
Nessuno sembra sapere dire quanto sia diffusa la consapevolezza della pericolosità dell’interregno. In misure e con modalità diverse, tre protagonisti: Russia, Usa e Cina, stanno cercando di trarre il massimo vantaggio dalla situazione esistente. Per dirla con Fukuyama, le liberal-democrazie, che erano riuscite a porre fine vittoriosamente alla storia della Guerra fredda e del conflitto, non soltanto ideologico, con il comunismo, sono chiamate a combattere una nuova guerra, quella della costruzione di un nuovo ordine internazionale. Ed è tutta un’altra storia.
C’è chi, come Putin, vorrebbe tornare al passato, ma neppure un’improbabile vittoria in Ucraina glielo consentirebbe poiché il costo di quella guerra è la sua ormai evidente pesante dipendenza dalla Cina.
C’è chi, come Trump, si gioca tutto il potere tentando di restituire la grandezza per gli Usa a costo di distruggere con i dazi da lui tesso imposti uno dei pilastri dell’ordine mondiale che fu: il commercio regolamentato. Non a caso la libertà di circolazione dei beni e dei servizi, delle persone e delle idee è considerata uno dei grandi successi dell’Unione europea.
C’è chi, last but not least, come la neopremier giapponese, la conservatrice Sanae Takaichi, annuncia dopo l’incontro con Trump che la via da seguire sono gli accordi bilaterali. Alla faccia dell’appartenenza del Giappone all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (Asean).
C’è anche chi, come il presidente argentino Milei, accolto di recente con grande empatia dal capo del governo italiano, si fa comprare come un vassallo la vittoria nelle elezioni di metà mandato, accettando il ricatto di un cospicuo prestito elargito da Trump. Ubi sovranista maior sovranista minor cessat.
Tutti i “sovranismi”, nessuno escluso, da un lato, cercano accordi e favoritismi personalizzati; dall’altro, si oppongono a prospettive più ampie di collaborazione che potrebbero condurre ad un nuovo ordine internazionale.
Da questo punto di vista, l’incontro fra sorrisi e ammiccamenti di Giorgia Meloni con il filoputiniano Viktor Orbán è stato assolutamente deplorevole. Ha segnalato affinità che non possono avere spazio in una Unione europea che voglia essere protagonista nella costruzione del prossimo, necessario, ordine politico internazionale. All’uopo, non è plausibile stare con Trump, che vuole indebolire l’Ue, e neppure, come rivendica Meloni, stare con l’Occidente e rappresentarlo.
Mai semplice (sic) dato geografico, oggi più che mai, l’Occidente, luogo di valori, diritti, libertà, va (ri)costruito nell’ottica non del sovranismo intimamente egoistico, ma in quella di un internazionalismo aperto. C’è davvero molto da fare con amici e alleati affidabili.
L’Argentina deve essersi votata al suicidio.
No dico, non è possibile prendere sul serio Elvis Milei, quello con i cani fantasma e la motosega.
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“Elvis”!?!? 😃😆
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😆🤣😂😆🤣😂😆🤣😂
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Il Liberismo economico/ finanziario ( produco dove voglio, vendo dove voglio, pago le tasse dove voglio, non mi importa di interessi comuni, di democrazia partecipativa, di ambiente, di crescita culturale, mi occupo solo di guadagno immediato – anche unicamente speculativo – di denaro ) è una cosa fallita ma che non vuole cedere alla realtà. Quest’ultima impone dazi, svalutazione monetaria, autarchia per far fronte alla bancarotta statale di alcuni grandissimi Paesi. L’inevitabile dirigismo economico che ne deriva non è compatibile né con il Liberalismo politico che abbiamo sperimentato, né con il liberismo sopradescritto. Né, tantomeno, con gli interessi transnazionali della Spectre che sembra governarci.
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