
(di Alessio Mannino – mowmag.com) – Siamo andati a vedere il film russo “Il testimone”, prodotto su commissione del governo di Putin. Diffuso in Italia da due freelance italiani, circola nonostante i Comuni abbiano sistematicamente negato l’uso di sale pubbliche in quanto “opera di propaganda putiniana”. E in effetti è così: il lungometraggio è la versione cinematografica, piuttosto mediocre, della tesi del Cremlino sull’invasione scatenata per liberare l’Ucraina dai nazisti (simboleggiati dal Battaglione Azov, vero protagonista della pellicola). La logica di fondo è semplice: i “buoni” diventano “cattivi” e i “cattivi” diventano “buoni”. Ma così non si esce dalle semplificazioni e dagli stereotipi. E la vittima resta la stessa: la verità
Come ogni sporca guerra che si rispetti, in parallelo al fronte in Ucraina si combatte una battaglia in cui le armi sono le idee e le immagini: il conflitto fra opposte propagande. Da una parte l’Occidente, dall’altra la Russia. Ciascuna delle due giustifica l’operato dei rispettivi governi costruendo una propria narrazione degli avvenimenti, delle loro cause e delle ragioni politiche che li hanno generati. È sempre stato così, perché l’uomo ha bisogno di credere in una versione dei fatti che renda accettabile, se non addirittura onorevole, morire immolati sul campo, centrati da una bomba o assassinati dal nemico. Sull’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, dopo otto anni di scontro interno fra Kiev e le regioni russofile del Donbass, qui da noi in Italia si è potuto vedere di tanto in tanto, a spot, secondo l’agenda filtrata dai nostri media, al massimo qualche scampolo di talk russo, oltre ovviamente a resoconti dei discorsi di Vladimir Putin e a spezzoni video tratti da qualche profilo social di questo o di quel personaggio (celebri, ad esempio, quelli dell’ex comandante della Brigata Wagner, Yevgeny Prigozhin). Fisiologico sia così: nella logica di contrapposizione, il materiale proveniente dall’altro lato della barricata è utilizzato, con l’abituale taglia e cuci, per sostenere le proprie tesi. Lo fanno loro, lo facciamo noi.
Non era mai accaduto, però, che si potesse vedere integralmente un’opera propagandistica commissionata e finanziata dal governo di Mosca per supportare l’elemento più ideologico dell’invasione: la de-nazificazione dell’Ucraina. “Il testimone” (in originale, “Svidetel”) è il film russo che nel nostro Paese in questi mesi ha avuto vita travagliata, con i Comuni che hanno sistematicamente negato l’ospitalità in sale di proprietà pubblica con l’esplicita motivazione che non si dà spazio alla propaganda avversaria. Pare che esista una chiara indicazione in questo senso da parte del Ministero dell’Interno. Diffuso su iniziativa dei giornalisti freelance Vincenzo Lorusso (Comitato Donbass Italia) e Andrea Lucidi, entrambi apertamente – e legittimamente – schierati, finora è stato comunque proiettato cinquantacinque volte, per lo più in location di fortuna. Chi scrive l’ha guardato, ad esempio, nella sede del sindacato Cub di Vicenza, dopo che anche dei privati, per l’esattezza i Missionari Saveriani del posto, per evitare l’accusa di putinismo avevano ritirato la disponibilità a tre giorni dalla serata, fissata nella loro sede un mese prima.

La pellicola, diretta da David Dadunashvili su soggetto scritto da Sergej Volkov, dura 2 ore e 8 minuti. Il protagonista, ispirato palesemente all’Adrien Brody de “Il Pianista” di Roman Polanski, è un violinista belga, Daniel Cohen. Benché non si faccia mai riferimento alla sua identità d’origine, il solo nome rivela che si tratta di un ebreo. Arrivato secondo in un festival internazionale in Russia nonostante la sua indiscussa bravura, viene invitato a suonare in una festa privata a Kiev da un ricco oligarca ucraino, che gli fa dono di un Nicola Amati, violino che vale ben 2 milioni di dollari che lo accompagnerà nella disavventura che vivrà di lì a poche ore. Quella sera stessa, infatti, l’artista si ritroverà nel bel mezzo dei bombardamenti che annunciano l’inizio della guerra, il 24 febbraio 2022. Mentre il riccone scappa in Israele, lui e la sua manager Brigitte vivono l’inferno di una capitale che piomba immediatamente nel caos, con distribuzione di armi ai civili e bande di armati in divisa che spadroneggiano e saccheggiano. La manager, che rivendica di essere “europea” e perciò teoricamente alleata, finisce stuprata e uccisa. Cohen, invece, riesce a salire su un treno verso Leopoli, nell’ovest, per unirsi ai profughi e raggiungere il confine. Ma viene intercettato da un altro gruppo in uniforme, che di notte fa scendere tutti dai vagoni in qualche disperso punto della campagna, per lasciare a terra i sospetti e taglieggiare una madre che paga per non far arruolare a forza il figlio ancora ragazzino.
Poi, individuato un capannello attorno a un fuoco, stermina i presenti senza pietà. Tutti tranne il nostro violinista, che se la cava fuggendo, per cadere però nelle mani del vero protagonista dell’opera, che non è un individuo ma è collettivo: il Battaglione Azov. La famigerata formazione paramilitare di neonazisti ha un distaccamento in un villaggio le cui donne sono trattate da schiave sessuali, dato che i mariti se la sono svignata all’estero (rifacendosi, gli egoisti, una vita in Europa, come racconta una di loro, con cui Cohen fa conoscenza familiarizzando con il figlio, Misha, che ha la stessa età e lo stesso giocattolo, un orsacchiotto, del suo bambino). Mentre Cohen lungo tutta la vicenda subisce quasi sempre passivamente gli eventi, a prendersi la scena è il comandante del raggruppamento azoviano, il colonnello Panchak. Già comparso all’inizio come assistente dell’oligarca appassionato di musica, adesso veste la mimetica con la runa sulla spalla, dipinto come uno “psicopatico” (viene definito proprio così), ossia come il classico nazista invasato, che fra citazioni e santini di Hitler, gode nell’umiliare l’ostaggio, minacciando di accopparlo se non avesse suonato qualcosa di gradito ai suoi soldati.

Il non-happy end è composto di due parti. Nella prima, avviene la strage dei civili del paesino, assiepati con l’inganno dagli Azov fuggitivi nella stazione ferroviaria locale. Si evince chiaramente che i missili che seminano la distruzione vengono premeditatamente lanciati dagli stessi ucraini per usare i morti come arma d’accusa verso i russi, che stanno per arrivare. Cohen sopravvive. La seconda parte vede finalmente il musicista tornare in Belgio, dove viene chiamato come testimone in una trasmissione televisiva il cui assunto è precostituito: quel crimine di guerra è colpa della Russia. Il volto scioccato, stranito, stravolto di Cohen, catapultato in uno studio dove lo sovrastano inquietanti schermi che rimandano al Grande Fratello orwelliano, testimonia invece che la vittima, in Occidente, è la verità. Quella che al contrario, per gli autori del film, si può letteralmente leggere nell’ultimo fotogramma: un testo bianco su campo nero in cui si specifica che Kramatorsk, Bucha, Mariupol e gli altri massacri compiuti in questi due anni sono stati “commessi dal regime di Kiev” per “denigrare i russi”. Assieme ai simboli del governo e del ministero della Cultura con cui si apre il film, è il sigillo del suo intento scopertamente “didattico”.
Cerchiamo di tirare le somme. Non c’è bisogno di essere dei critici cinematografici per concludere che “Il testimone” non è quel che si dice un capolavoro. Potremmo dire che corrisponde alla media di tanti lungometraggi più da tv che da cinema, senza particolari pretese artistiche. La trama segue lo scontato plot dell’odissea di un innocente in uno scenario bellico, anche se parliamo non di un uomo qualunque ma di chi, essendo artista e per giunta di vaglia, ha una sensibilità in più. Ci aspetteremmo che l’attore, Karen Badalov, che pure ha un volto non privo di espressività, ci ammaliasse come il succitato Brody di Polanski. Invece la sua interpretazione è abbastanza piatta, come piatte, e soprattutto prevedibili nella loro gratuita efferatezza, sono le scene dello scantinato delle torture degli Azov, del ragazzo freddato perché disertore (“voglio tornare dalla mamma”) e, su tutto, l’esibizione caricaturale del colonnello hitleriano. E qui, quanto meno, un po’ di tensione si avverte. Ma di spunti originali, non c’è traccia. Del resto lo stesso violino, come strumento, non rappresenta chissà quale colpo di genio: richiama quelli che si udivano nei campi di concentramento delle SS. Il soldato dell’esercito russo che appare alla fine per soccorrere Cohen, scatta con gesto diremmo amorevole, mentre i maschi ucraini o sono soldataglia predona e nostalgica del Terzo Reich (ma sono tutti nazisti, in Ucraina? suvvia…), o più semplicemente non esistono, così da farli sembrare codardi (eccezion fatta per il prete del villaggio). Perfino l’orsacchiotto del bimbo Misha, falcidiato nel bombardamento finale, non può non far pensare all’animale totem della nazione russa.
In sintesi, quel che abbiamo visto è un movie didascalico, che ci fornisce sì, per citare Lucidi, “una prospettiva diversa” sulla guerra in corso; ma una prospettiva che si riduce a una visione di parte, con stereotipi e semplificazioni evidenti. Talmente evidenti, e addirittura pacchiane, nella lezioncina in chiusura in cui la versione occidentale è rovesciata per sostituirle quella russa, da creare un “effetto pravda” che toglie al tutto credibilità. Dividere la realtà in bianco e nero, buoni tutti da una parte contro cattivi tutti dall’altra, è sempre indice di manipolazione. Chiunque siano i manipolatori: i russi che parlano ipocritamente di “operazione speciale”, o certi nostri agitprop senza pudore nel tentare di far passare l’Azov per un circolo di lettori di Kant. Se un pregio dovessimo trovarlo, in questo proibitissimo filmetto, è questo: a differenza di altri a cui siamo abituati noi, film magari tecnicamente anche migliori ma che spacciano propaganda un tanto al chilo (“La vita è bella”, ma pure lo stesso “Oppenheimer”), almeno “Il testimone” non occulta la sua faziosità. Te la sbatte in faccia. A suo modo, è più onesto. E rende perciò la censura dei vari sindaci, ringhiosamente invocata dai comitati filo-ucraini, non solo illegittima ma soprattutto offensiva. Per l’intelligenza media, s’intende.
capisco che andare contro la narrazione che elogia criminali stupratori omicidi dei soldati del battaglione azov non è il massimo per i servi euroatlantisti
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E già! Propaganda di qua e propaganda di là, la censura va giù dura ed in cul alla Verità…è così che la va, qua e là, su e giù, avanti tutta ai quaquaraquà.
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“…..Lo fanno loro, lo facciamo noi….”
E qui si può chiudere l’articolo. Anche perché se “loro” non possono farlo qui, vuole dire che qui siamo in dittatura. E infatti lo siamo, viste le difficoltà nel poter sentire l’altra “campana”.
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E’ solo un film, di cosa hanno paura questi ridicoli, con tanto di Bandera e bandierine d’ORDINANZA?
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Di scadente e mediocre c’è una sola cosa: la propaganda ottusa e criminogena dei conformisti meanstream. Non servirà a nulla scrivere di crimini non commessi dai russi ma dai loro oppositori amanti di Hitler e della sua ideologia,se la realtà racconta diverse storie a chi vive lì le conosce direttamente e ha pagato sulla propria pelle gli avvenimenti. Chi è l’ autore della recensione? Mentana o Vespa ? chi prometteva la capitolazione di Putin e di tutta la Russia in due settimane di nostre sanzioni? Chi sosteneva che l’armata rossa era una armata rotta ? chi ,mentre faceva saltare per aria i gasdotti sottomarini accusava la Russia di averlo fatto? chi attentava al filosofo russo amico di Putin facendo saltare per aria sua figlia? chi continua a colpire l la centrale atomica controllata dai russi e sostiene che siano i russi a farlo ? Chi ha fatto esplodere un intero tir d’ esplosivo sul viadotto che congiunge la Crimea alla federazione russa accusando Putin dell’ attentato terroristico ? E Maidan ? E il colpo distato del 2014 ? E la guerra civile in Donbass ?
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La propaganda ottusa e criminogena dei conformisti meanstream? Tafazziani all’opera. Nonostante tutte le sberle che la realtà ha loro rifilato, insistono.
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Tanto per capire chi sia questo mediocre giornalista dal nome Mannino scrive anche su Giornanale : https://www.ilgiornale.it/autore/alessio-mannino-166116.html
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Questo Alessio Mannino scrive e scrive ma non ne azzecca una neanche se scende il padreterno a dargli una mano. Va bene che scrive su IL GIORNALE, ma tutto dovrebbe avere un limite. E bene ha fatto fabfourr ad indicare il link che riporta gli articoli di questo triste rappresentante della pseudo informazione italiana. Senza avremmo dovuto fare il giro dei cassonetti dell’immondizia per trovarli. Opera difficile. Più facile sarebbe stato andarli a cercare nel letamaio.
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Ho visto anch’io il film
L’articolo è abbastanza onesto, ma non del tutto.
Il film racconta una vicenda umana di fantasia (come di fantasia era la storia narrata nel “La vita è bella”‘di Benigni che ha preso perfino un Oscar), che vuol sicuramente mettere un luce il degrado bestiale in cui affonda certo nazionalismo invasato dei nemici di russi e russofoni in questa guerra in Ucraina.
Ma, almeno, ha il merito di farci conoscere la cosiddetta “altra campana” che nel “democratico” Occidente è stata completamente censurata e oscurata.
Va bene che l’autore dell’articolo prende le distanze anche da “certi nostri agitprop senza pudore nel tentare di far passare l’Azov per un circolo di lettori di Kant”, ma chiedo: che ne sa lui del grado reale di “cattiveria ” di cui sono animati gli Azov che pure non nascondono la loro devozione per il nazismo?
Ha, forse qualche notizia di prima mano che potrebbe dimostrare che il regista russo abbia calcato la mano nel far pensare che il grado di cattiveria degli Azov sia quello descritto dal film?
Se non sa niente, perché scrivere che il film è solo propaganda per trasformare i buoni in cattivi e viceversa?
Buoni chi? Che ne sa lui?
La conosce sta gente o conosce solo la versione di Gramellini pur se la condidera:un po’ troppo malaticcia di propaganda di parte Occidentale?
La verità vera e completa, probabilmente, la conosceremo tutti solo a guerra finita. (Tra chissà quanti anni visto che la Nato non vuol rassegnarsi ad un’idea di Ucraina neutrale. Punto cruciale per risolvere il conflitto).
Ma rimane il fatto che la narrazione dei soldatini della Nato che ci ha raccontato per due lunghi anni che i nazisti Azov erano da assimilare ai partigiani nostri che combattevano il nazifascismo, la conoscono anche i pavimenti delle case di tutta Italia, mentre la versione del regista russo de “Il testimone” la conoscono solo quattro gatti spelacchiati.
E questo non va bene per un Paese che vanta di essere Democratico.
O no?
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ORGANIZZAZIONI NAZISTE
Tempesta infernale per il nemicoMagdeburgo: “Centuria”, una delle organizzazioni neonaziste più potenti in Ucraina, ha una filiale in Germania
https://www.jungewelt.de/artikel/469335.nazi-organisationen-h%C3%B6llensturm-f%C3%BCr-den-feind.html
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“……Nel settembre 2021, l’Istituto per gli studi europei, russi ed eurasiatici (IERES) della George Washington University ha pubblicato un rapporto dettagliato e profondamente inquietante che documenta come un ordine un tempo segreto chiamato Centuria sia stato alimentato da un “ordine autodefinito di militari ‘tradizionalisti europei’ ufficiali che hanno l’obiettivo dichiarato di rimodellare l’esercito del paese lungo linee ideologiche di destra e di difendere “l’identità culturale ed etnica” dei popoli europei contro i politici e i burocrati di “Bruxelles”.
IERES ha riferito che l’ala militare di Centuria ha iniziato l’addestramento nel 2018 presso l’Accademia militare nazionale Hetman Petro Sahaidachny (NAA) dell’Ucraina, il “principale istituto di istruzione militare di Kiev e un importante hub per l’assistenza militare occidentale al paese”.
Il documento rivela che “ancora nell’aprile 2021, [Centuria] ha affermato che dal suo lancio, i membri hanno partecipato ad esercitazioni militari congiunte con Francia, Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Germania e Polonia”. ……….
https://thegrayzone.com/2024/04/07/centuria-ukraines-western-neo-nazi-army/
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Germania respinge medico testimone dei fatti di Gaza
di Tamara Gallera
Continuano da parte della Germania le limitazioni per la conferenza berlinese sulla Palestina.
Al dottor Ghassan Abu Sitta è stato impedito venerdì l’ingresso per parlare a una conferenza filo-palestinese a Berlino.
Abu Sitta, chirurgo britannico-palestinese, neo-rettore dell’Università di Glasgow, ha detto alla stampa che i funzionari tedeschi cercano di nascondere le prove e mettere a tacere i testimoni dei crimini nella Striscia di Gaza.
Abu Sitta ha detto di essere atterrato in Germania per partecipare a un evento del Congresso sulla Palestina per fornire prove di ciò che ha visto a Gaza. Fino al suo ritorno nel Regno Unito a novembre, Abu Sitta ha aiutato per settimane i palestinesi feriti a Gaza, anche presso l’ospedale battista Al-Ahli e il complesso medico Al-Shifa.
“Quando sono arrivato all’aeroporto di Berlino, sono stato fermato. Sono stato portato giù per essere interrogato per tre ore e mezza. Poi mi è stato detto che non mi sarebbe stato permesso di entrare in territorio tedesco per il resto di aprile”, ha detto.
Il chirurgo di guerra ha osservato che gli è stato anche detto di non tentare di tenere un discorso via video dall’estero o di inviare un discorso video registrato alla conferenza. “Mi hanno chiesto chi ero, cosa avevo fatto a Gaza. E mi hanno chiesto se avevo ricevuto un invito e se erano previste marce o sarebbe stato solo un discorso”, ha detto Abu Sitta.
“La ragione che hanno fornito è davvero un motivo ridicolo. Hanno detto che non possono garantire la sicurezza delle persone che partecipano alla conferenza, ed è per questo che stanno annullando la conferenza”. Tuttavia, per Abu Sitta, il motivo è ben diverso da quello che gli è stato detto. Ha detto: “La ragione di ciò è che vogliono mettere a tacere le voci palestinesi”.
“La ragione di ciò è che ciò che il Nicaragua sta dicendo davanti alla Corte internazionale di giustizia, cioè che la Germania è complice dei crimini di genocidio di Israele, è vero”. La Germania sta anche affrontando accuse legali da parte del Nicaragua presso la massima corte delle Nazioni Unite secondo cui sta “facilitando la commissione del genocidio” contro i palestinesi con il suo sostegno militare e politico a Israele.
“Questo è ciò che fanno i complici in un crimine. Cercano di nascondere le prove e di mettere a tacere i testimoni ed è quello che la Germania sta cercando di fare”, ha aggiunto Abu Sitta.
Alla domanda se l’ambasciata britannica a Berlino o il ministro degli Esteri britannico lo abbiano contattato dopo che gli è stato negato l’ingresso, ha detto di essere stato contattato tramite il suo avvocato da un membro del parlamento che rappresenta il suo collegio elettorale. “Affronteremo la questione sia legalmente che diplomaticamente con il governo tedesco”, ha aggiunto Abu Sitta.
La polizia di Berlino ha disperso il Congresso sulla Palestina a Berlino, meno di due ore dopo l’inizio dell’evento venerdì. Decine di agenti di polizia hanno fatto irruzione durante la riunione, interrompendo la trasmissione in diretta e l’elettricità nella sala. Un funzionario di polizia ha ordinato ai 250 partecipanti di lasciare la sala, suscitando forti grida di protesta da parte della folla.
http://www.osservatoriosullalegalita.org/24/acom/04/13tamaragaza.htm
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Tutto ridicolo. Sia le organizzazioni naziste che gli sproloqui di questo Abu Sitta. Tracia, leggi e proponi qualcosa di più interessante se puoi.
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Sarà tutto ridicolo, ma se a Berlino, con il pregresso storico vissuto dalla Germania, non tanto tempo fa, si impedisce un Congresso sulla Palestina ed in Italia si impedisce al libro “ Dalla stessa parte mi troverai” di Valentina Mira, di partecipare al Premio Strega, i segnali di un certo clima sono talmente evidenti che risulta ridicolmente sciocco ignorarli……Io sinceramente sono più preoccupata di certi comportamenti illiberali, comunque sotto traccia, che della palese repressione del dissenso con mezzi e strumenti diciamo poco educati, che una qualche reazione alla fine la suscitano, mentre con la logica della rana bollita, si centrano due obiettivi, la rana muore senza alcuna reazione……questo silenzio, immobilismo, estraneità ed indifferenza, come se tutti fossero caduti nel sonno della ragione, e’ ancora più allarmante e non lascia presagire nulla di buono! La sottovalutazione dei rischi, generalmente porta a sciagure…..
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Se qualcuno è sconfinato nel ridicolo è proprio Loguasto. Con il suo commento non ha fatto altro che sottolineare i suoi incontrovertibili limiti. Peraltro le cancellerie Europee, non solo la Germania come sostiene il dottor Ghassan Abu Sitta, si stanno coprendo di vergogna nel sostenere e tentare di nascondere le efferatezze dello sterminio perpetrato a Gaza. Verrà il giorno che la storia giudicherà senza mezzi termini Netanyahu e i suoi compagni di merende per i loro orrendi misfatti. Il tempo è galantuomo.
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X Loguasto: ma non ci riesci proprio a dire una cosa che non sia un esempio della tua totale idiozia, vero?
A parte questo: che vuol dire ‘non si facilita la propaganda nemica’?
Significa che siamo in guerra contro la Russia? E quando l’abbiamo dichiarata, di grazia?
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“Tracia, leggi e proponi qualcosa di più interessante se puoi”
Jawohl !
Questo va bene?
Nancy Fraser ebrea, filosofa statunitense
COLPEVOLE DI SOLIDARIETA’
Nancy Fraser avrebbe dovuto tenere la cattedra Albertus Magnus all’Università di Colonia. Ma il rettore dell’università ha ritirato l’invito: la filosofa femminista è accusata di aver firmato un appello pro-Palestina
La rinomata filosofa Nancy Fraser avrebbe dovuto tenere la cattedra Albertus Magnus all’Università di Colonia il prossimo maggio. Alla fine della scorsa settimana, però, il suo invito è stato ritirato dal rettore dell’università, Joybrato Mukherjee, per aver firmato una lettera di solidarietà pro-Palestina lo scorso autunno. In questa intervista, Fraser parla per la prima volta di quel che è successo.
https://jacobinitalia.it/colpevole-di-solidarieta/
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Germania, vietato parlare di Palestina: bloccato l’ingresso di Varoufakis
15 Aprile 2024 – 11:13
Il ministero dell’Interno tedesco ha emesso un divieto di ingresso nel Paese contro l’ex Ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, in quello che è stato condannato come un attacco alla libertà di parola e un eccesso autoritario del governo. Varoufakis avrebbe dovuto parlare al Congresso della Palestina a Berlino. Le autorità tedesche hanno esteso il divieto anche alla partecipazione digitale, impedendogli di partecipare tramite collegamento o una registrazione video, mentre la polizia tedesca ha represso l’evento e alla fine lo ha annullato. Varoufakis ha pubblicato online il suo discorso in cui si batte per i diritti umani universali in Palestina.
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