Nel Donbass c’è una guerra infinita

(ALFREDO BOSCO – ilmillimetro.it) – A Kramatorsk, in un chioschetto per hot dog che lavora dalla mattina fino al coprifuoco, tantissimi sono i clienti che pazientemente aspettano il loro turno. Sono quasi tutti soldati, gli altri civili spesso sono reporter stranieri tornati da una qualsiasi giornata lavorativa. Questa scena è ormai la vita quotidiana nella regione del Donbass nell’est Ucraina, e non bisognerebbe sorprendersi. Nel 2014 l’Ucraina ha attraversato il suo anno più difficile dall’indipendenza dall’Unione Sovietica, fino al tragico 24 febbraio 2022. Quell’anno, oltre a Maidan e il referendum non riconosciuto in Crimea, un altro fenomeno si dimostrerà una ferita aperta: l’indipendenza delle repubbliche separatiste in Donbass. Il territorio orientale ucraino era da sempre un importante motore economico per l’Ucraina, basta volgere lo sguardo verso le attività economiche di Akhmetov, il potente oligarca padrone della squadra di calcio dello Shakhtar ed ex reuccio di Donetsk: miniere di carbone e acciaierie. Ai tempi dell’Unione Sovietica il Donbass era considerato affettuosamente: “Il cuore dell’Unione Sovietica” nei manifesti di propaganda, questo perché il carbone usato in tutto il blocco veniva principalmente da lì. Non a caso la figura di Stakhanov si crea tra queste miniere, e l’eroe del lavoro diventa il simbolo e l’orgoglio di una popolazione che ritrova nel mestiere del minatore i propri simboli e le proprie tradizioni. Nonostante l’indipendenza, le nuove generazioni di ucraini che abitavano qui ad oriente parlavano e tutt’ora parlano russo, una questione che non è mai stata ritenuta una minaccia per nessun governo di Kyiv, fino a quando non è salito al potere Poroshenko, che con i moti di indipendentismo sostenuti da Madre Russia per destabilizzare il paese, ha invece iniziato una campagna di ritrovato orgoglio ucraino che ha diviso nettamente l’ovest con l’est.

Nel Donbass c’è una guerra infinita – Un’escalation continua

La storia diventa brutalmente semplice, nelle regioni di Donetsk e Luhansk, quelli che erano movimenti indipendentisti locali, dove al massimo una ventina di persone si ritrovavano in piazza, divennero veri e propri battaglioni ribelli, con i fili che erano però tirati dalla mano di Putin, capace nel 2014 di far capire a Kyiv che non esiste un Ucraina senza il suo benestare. Lo pensava allora come si ostina a pensarlo adesso. Scoppia il conflitto, e da queste parti ancora sono vive le immagini di Sloviansk, prima occupata dai separatisti filorussi, poi ripresa col sangue dal governo ucraino. Come ancora è indelebile la data del 2 maggio 2014, quando nella casa dei sindacati di Odessa morirono bruciate vive 42 persone, molte di loro manifestanti filo russi. Il Donbass era a tutti gli effetti una guerra civile, mai riconosciuta ufficialmente, anzi si parlava di “crisi russo-ucraina”, e se adesso il governo di Mosca per non cadere nelle trappole diplomatiche internazionali faziosamente dichiara questa guerra “un’operazione speciale”, prima il governo di Poroshenko preferì adottare il termine operazione ATO (Anti Terrorism Operation).

Nel Donbass c'è una guerra infinita
Foto di Alfredo Bosco

Il 5 settembre del 2014 viene raggiunto l’accordo tramite il protocollo di Minsk di un cessate il fuoco bilaterale che non verrà praticamente mai rispettato, bisogna solo ricordare la battaglia dell’aeroporto di Donetsk dove il comandante Givi del battaglione “Somali” distruggerà ogni forza ucraina presente in zona e tutte le linee di trincee da Luhansk fino a Mariupol saranno battaglie di logoramento dove moriranno moltissimi uomini sul fronte ma anche civili. Questo violento conflitto sarà quindi acceso fino alla battaglia di Debaltseve nel 2015, dove le forze separatiste sostenute tatticamente dai russi riescono a vincere contro l’allora disorganizzato esercito ucraino. Sarà la fine dell’escalation di violenza, ma anche l’inizio per il governo di Poroshenko per iniziare quella fondamentale riforma militare che permetterà al paese di adesso di resistere e mostrarsi preparato contro le forze russe. Poroshenko però alle nuove elezioni perderà contro Zelensky, spinto dal populismo anti-establishment, e il suo nome tra Sloviasnk fino a Bakhmut non sarà più ben accolto dai soldati ucraini perché secondo loro: “potevamo finire la guerra prima, riprenderci questi territori e non trovarci adesso a difenderci dai russi.”

Nel Donbass c’è una guerra infinita – Un conflitto (anche) mediatico

Passano gli anni e questi territori ritrovano puntualmente spazio editoriale in inverno quando il governo di Mosca decide di mettere pressioni ai paesi europei per la distribuzione del gas. Ma intanto quello che viene ignorato è che questo cuscinetto di terra tra ovest ed est è brace pronta ad ardere di nuovo. Chiunque abbia seguito la questione del Donbass sapeva che Mariupol sarebbe stata fondamentale per le mire di Putin, quel collegamento che unisce la Crimea fino a Rostov è da sempre obiettivo suo e i separatisti nella loro giovanissima vita avevano creato l’idea di “Novorossia”, un territorio che da Odessa abbracciava tutta la costa a sud risalendo proprio fino al Donbass. I reporter sul campo che hanno lavorato negli anni in questi territori non erano sorpresi di dover andare a MykolaivKherson o Melitopol, solo la politica in occidente aveva ignorato la questione, gravemente, perché c’era un protocollo firmato, un successo della politica estera europea e si è pensato che come sempre in Ucraina tutto andrà per il meglio nell’equilibrio tra le richieste di Mosca e quelle occidentali.

Nel Donbass c'è una guerra infinita
Foto di Alfredo Bosco

Invece, agli inizi del 2023, la città di Bakhmut nel Donbass è probabilmente oggi il posto più pericoloso del mondo e migliaia di cittadini vivono nella paura perché a due chilometri dal centro la guerra travolge le vite di tutti. L’intera Ucraina non è un luogo sicuro, perché se ad est ci sono i fronti che si spostano, si stravolgono e l’artiglieria martella sulla popolazione civile oltre che sui soldati, il resto del paese vive sotto la minaccia di raid missilistici, con continui blackout perché la rete elettrica è stata colpita ovunque e il coprifuoco ricorda a tutti che non è tempo di pace, nonostante le luci calde del periodo natalizio. In questi giorni la Wagner, il corpo di mercenari russi, ha mandato al massacro molti dei suoi uomini prendendo la città di Soledar, e ora punta proprio a Bakhmut che potrebbe cadere se non arrivano quegli aiuti militari richiesti a gran voce dal presidente Zelensky. In otto anni quindi il Donbass è collassato economicamente, le aree industriali di tutte le città vengono colpite, la maggior parte delle fabbriche sono chiuse e quando sono operative si parla di un 20% della produzione.

Nel Donbass c’è una guerra infinita – Si combatte da anni

Qui la guerra quindi non è iniziata l’anno scorso e si può vedere andando nella città di Avdiivka, dove nell’area est era stato persino allestito un piccolo museo di guerra in una vecchia trincea ucraina per parlare di un conflitto passato, ma da mesi i motori dei carri armati sono accesi e i mortai colpiscono i civili che per anni hanno abitato negli scantinati. La maggior parte degli ucraini ha imparato a vivere in queste condizioni e stare senza luce, ma da queste parti invece era ed è la vita di tutti i giorni. Proprio in estate la cittadina di Pesky, un fortino ucraino a ridosso dell’aeroporto di Donetsk, è stata presa dalle forze russe; lì per anni si erano create trincee e postazioni, labirinti di fango e legna che per chilometri si diramavano sul territorio, perché il nemico era proprio a poche centinaia di metri sempre pronto a minacciare un’avanzata. Tra il 2016 fino allo scoppio della guerra molti soldati ucraini che stanziavano qui, vivevano il “deserto dei tartari”. Ora invece i boati dell’artiglieria riecheggiano per centinaia di chilometri e sono migliaia i morti. Questa guerra inganna i migliori esperti militari ospiti in tv, come ingannò in passato i generali tedeschi che pensavano di espandersi facilmente grazie alla forza dei loro panzer, perché questo territorio collinare va combattuto ogni metro, dove si avanza e si scava, si viene bombardati, poi si resiste e si avanza di nuovo se ci sono ancora uomini e mezzi. Al centro di questa catastrofe ogni città è tra le due linee di tiro con gli abitanti che si stringono negli scantinati chiedendo pace. Nel Donbass prima si scavava per estrarre carbone, adesso per ripararsi e proteggersi dai colpi di mortaio.

16 replies

  1. Ancora pompano propaganda eh! Giornalisti schifosi.
    Il fatto che il direttore della CIA vada a Kiev a dire a Zalewski cosa fare è segno che l’Ucraina è indipendente vero?
    Pagliacci.
    Intanto si parla di mobilitazioni parziali in Italia e nel resto d’Europa, roba da matti!
    Mandateci i giornalisti italiani a fare la guerra per gli USA e la NATO!

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  2. Diventa tutto “drammaticamente semplice” quando non ci si vuole capire niente. Tutta l’Ucraina a sud e a est di Kiev è prevalentemente russofona. Non solo il Donbass o la Crimea. È un retaggio ancora dell’epoca zarista, che impediva ai locali non solo di scrivere, ma anche di esprimersi nella propria lingua. Infatti il poeta nazionale Taras Shevchenko morì al confino in Siberia perché osava scrivere in ucraino (poi i russi hanno la faccia di tolla di parlare di “cancel culture”). L’Unione Sovietica, che per molti aspetti fu la continuazione dell’Impero zarista sotto il paravento di un’altra ideologia, limitava fortemente l’uso delle lingue locali con la scusa che fossero vettore di nazionalismi “borghesi” o di“deviazionismi”, puntando decisamente sull’etnia dominante, la russa, ritenuta politicamente più affidabile (anche perché numericamente preponderante). Un altro fattore era la religione. In base a entrambi pretesti molte popolazioni vennero deportate da Stalin a partire dagli anni ‘30. Ad esempio, fino alle deportazioni staliniane degli anni ‘30 la Crimea era stata maggioritariamente tatara, cioè abitata da una popolazione turcofona, prevalentemente (ma non esclusivamente) musulmana che venne spedita in Siberia e Asia centrale. Ma vi erano pure russi, ucraini nonché minoranze greche, italiane e tedesche che vennero annientate. Questo magnifico mosaico interetnico fu cancellato e rimpiazzato dall’emigrazione russa o russofona (un lituano o un kazako che vivevano al di fuori della propria repubblica d’origine non aveva diritto a preservare le proprie tradizioni singolarmente o collettivamente e veniva assimilato all’etnia dominante). È così che la Crimea è diventata una regione “storicamente” russa. Ma in realtà lo è stata solo negli ultimi 85 anni, che’ la cessione da parte di Krushev della regione alla repubblica sovietica d’Ucraina non produsse ulteriori modificazioni gli equilibri etnici. In epoca zarista la Crimea costituiva il governatorato autonomo della Tauride, e successivamente fu una delle repubbliche fondatrici dell’Unione sovietica, al pari della Russia stessa o del Turkestan, per poi venire declassata a “repubblica autonoma” (assimilabile alle nostre regioni a statuto speciale) prima della Repubblica sovietica russa e poi di quella ucraina. Nel Donbass la cospicua presenza russa, che fino al 2014 non si era mai tradotta in maggioranza demografica, era dovuta all’immigrazione di manodopera nel periodo sovietico. Sono quindi russofoni gli ucraini del sud e dell’est, cioè quelli che per più tempo sono stati sotto il tallone di entità statuali russe. Mentre la parte occidentale della nazione fu a lungo soggetta agli Asburgo, che ne coltivarono le specificità etnoculturali in funzione anti-polacca in Galizia o antimagiara nei comitati transcarpatici e antiromena in Bucovina, in una logica di divide et impera. Ma, come dovrebbe aver capito chiunque discetti della guerra in Ucraina dal febbraio ‘22 a oggi, omofonia (cioè il parlare la stessa lingua) non è necessariamente sinonimo di russofilia. L’esempio migliore in tal senso è proprio Poroshenko, che è ipernazionalista pur essendo di cultura russofona e provenendo proprio dal Donbass. Ed è vero il contrario di quanto afferma l’articolista. Fino al 2014 esistevano due Ucraine che pur rispettandosi guardavano in direzioni diametralmente opposte: quella da Leopoli a Kiev verso l’Occidente, l’altra verso Mosca. Votavano pure in maniera differente: l’una massicciamente per partiti filo-occidentali, l’altra per quelli filo-russi (pur se con notevoli distinzioni generazionali: gli anziani erano più filo-russi, i giovani meno). Questo fino al 2014. Tra i tanti “successi” che Putin può vantare vi è proprio quello di aver compattato la nazione ucraina contro la Russia come mai prima.

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    • Sei ridicolo. A quei tempi, dello zar di Russia e di di Taras Schevchenko, gli americani cancellavano dalla faccia della terra le tribù indiane.
      Faccia di bronzo!

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      • Allora le foibe? Se crede le spiegherò come i russi siano stati decisamente più clementi con gli yakuti i koriaki o i chukchi rispetto agli yankee coi pellirossa, ma nella fattispecie non c’entra un cacchio. Perché oltre a mettere assieme cose mele con pere, scade nel personale, lei e il tizio che svacca poco sotto? Ho commesso errori che lei è in grado di contestare? Se sì lo faccia, altrimenti ringrazi per la lezione.

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      • Dai Etaro,
        Ora facci una lezione dettagliata degli ultimi 300 anni di storia del suolo italico elencando uno per uno i popoli che sono stati assimilati alla cultura dominante reprimendo lingua e tradizioni e che, domani potrebbero scatenare, in quanto storicamente repressi, una guerra simile a quella degli ucraini (facciamo finta che la Nato non c’entri nulla) contro la Russia.

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      • Con le motivazioni che ha dato Fuffaro E.Taro i meridionali dovrebbero riprendere le armi e rifondare il Regno delle due Sicilie. Dopotutto, i piemontesi non sono stati più simpatici dei russi, mi pare.

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      • @Mister Taro

        Cosa c’entra la Russia imperiale con la Russia moderna? Ah! Vuoi parlare di cultura della cancellazione? OK, ti ho fatto l’esempio delle tribù indiane.
        Più cancellate di quelle, si muore!

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    • ETaro, il commento FUFFA più sofisticato della giornata è senz’altro di tua scrittura.

      Sempre che lo abbia scritto tu.

      E quanto vale lo dimostri nell’ultima riga.

      ‘compattato la nazione ucraina’. Infatti il Donbass e la Crimea sono ben dentro la Russia adesso.

      Ma cosa si fa pur di apparire iDIOti, vero Fuffaro?

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      • Mai idiota quanto uno che viene qua a ricordarci che Stalin cambiò la demografia della Crimea per farci capire qualcosa del conflitto attuale.

        Che facciamo, Fuffaro, rimettiamo i tatari in Crimea e i russi li rimandiamo in Siberia?

        La faccia di tolla non ti manca, c’é caso che potresti ipotizzarlo.

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      • Oltre che sincero, lei è un generoso: si è dato dell’idiota, a buon diritto. Non occorreva quest’ulteriore saggio, che conferma anche quanto lei sia ignorante. Non le riesce proprio di provare un po’ di pietà verso sé stesso? Almeno dorma, la notte, così eviterà di aggiungere ulteriori figure di palta a quelle diurne e serotine.

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  3. “”Questa guerra inganna i migliori esperti militari ospiti in tv, come ingannò in passato i generali tedeschi che pensavano di espandersi facilmente grazie alla forza dei loro panzer,”””
    Forse perché trovarono chi, i panzer, li usava meglio .

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  4. La vergogna dell’invio delle armi in Ucraina. Un miliardo di euro in strumenti di morte mentre Zelensky si arricchisce (A. Puccio)
    Di redazione -23/01/2023

    “Intanto, mentre tanti cittadini ucraini muoiono sul fronte di guerra, i principali politici del paese centro europeo aumentano notevolmente il loro patrimonio personale.
    I politici della corte di Zelensky, secondo i dati pubblicati dalla rivista Forbest, nell’ultimo anno, che coincide proprio con lo scoppio del conflitto, hanno aumentato infatti notevolmente i loro patrimoni personali.
    In cima alla lista dei beneficiari del conflitto troviamo il Presidente Zelensky che in un anno ha aumentato il suo patrimonio personale del 130 per cento, passando da 650 milioni di dollari a ben 1,5 miliardi di dollari. Baciati dalla fortuna anche il ministro della difesa Aleksej Reznikov,il consigliere di Zelenskii Podoliak ed il capo della politica estera Dimitri Kuleba che hanno rispettivamente patrimoni personali di un miliardo di dollari.

    Sotto il miliardo di dollari di patrimonio personale troviamo il sindaco di Kiev Vitali Klitcho che è passato da 150.000 dollari a 800.000 dollari: un bell’exploit non c’è che dire. Intanto l’occidente continua a finanziare con fondi gettati a pioggia, senza alcun controllo, l’economia del paese o. meglio direi, le tasche dei soliti furbetti. Capite adesso perché zelensky ed i suoi soci non vogliono che la guerra abbia fine.”
    Andrea Puccio – http://www.occhisulmondo.info

    Le armi che i paesi NATO inviano all’Ucraina e finiscono sul “dark web” (A. Puccio)
    https://www.farodiroma.it/le-armi-che-i-paesi-nato-inviano-allucraina-e-finiscono-sul-dark-web/

    Una lista delle teste cadute tra ieri e oggi:

    Vyacheslav Shapovalov – Vice Ministro della Difesa dell’Ucraina;
    Ivan Lukeria – Vice Ministro delle Comunità e dello Sviluppo Territoriale dell’Ucraina;
    Vyacheslav Negodu – Vice Ministro dello Sviluppo delle Comunità e dei Territori dell’Ucraina;
    Vitaly Muzychenko – Vice ministro delle Politiche sociali dell’Ucraina.
    Valentin Reznichenko – capo dell’OVA di Dnepropetrovsk;
    Oleksandr Starukh – capo dell’OVA di Zaporozhye;
    Aleksey Kuleba – responsabile dell’OVA di Kiev;
    Dmitry Zhivitsky – capo dell’OVA di Sumy;
    Yaroslav Yanushevich è il capo dell’OVA di Kherson.

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