La sanità è “cosa loro”

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Non è mica vero che abbiamo a che fare con un cento dirigente inconcludente, inetto e inefficace. Basta guardare alla determinazione e alla potenza distruttiva con la quale è stato portato in porto il processo di demolizione della sanità pubblica ben prima dell’epocale evento pandemico, grazie alla umiliazione in termini di riconoscimento e remunerazione del personale, ai tagli impressi ai finanziamenti e per contro invece le risorse offerte generosamente al settore privato beneficato da disposizioni di carattere fiscale (esenzione dell’Iva estesa alle strutture private, incentivi concessi dallo Stato alle assicurazioni calcolati nell’ordine di 6 miliardi) oltre che da prodighi stanziamenti.

Non c’è regione che non abbia approfittato dell’ampia delega ricevuta per stringere alleanze e non temporanee associazioni d’impresa con l’impero dell’assistenza e della cura private, come è accaduto nel Lazio dove ancora una volta è stato concesso a fare da padrone a Antonio Angelucci, deputato della Lega, ex portantino del San Camillo diventato tycoon, alla guida del gruppo San Raffaele, uno dei colossi del settore e attivo anche nell’immobiliare e nell’editoria. È proprio lui che grazie ai prodighi uffici del presidente ha potuto giovarsi a fine anno di una strenna celata nelle disposizioni collegate alla legge di stabilità regionale 2022, nel cui contesto una manina benevola, in una notte di novembre, ha inserito una disposizione che consente alle strutture che avevano perso l’accreditamento (come è avvenuto nel caso della Rsa di Rocca di Papa di proprietà di Angelucci, dove vennero registrati 168 casi di contagio e 43 decessi) durante l’emergenza Covid, di ottenerne il ripristino con i conseguenti benefici.

Il processo in corso verrà ulteriormente accelerato: un fantasma si aggira da anni per l’Italia, distopia contro utopia, involuzione contro rivoluzione. E in questo secolo ha percorso una traiettoria inversa rispetto al canone tradizionale, è iniziata come farsa (ve li ricordate gli sciagurati con l’elmo sulle sacre rive del Po o i Serenissimi a scalar el campanil?) e adesso invece si traduce in tragedia, proponendo autonomie e secessioni mirate a incrementare disuguaglianze, a riempire le greppie di chi già ha sottratto il giusto e i diritti conquistati a chi paga, contribuisce e non riceve nulla in cambio.

Chi voglia l’autonomia differenziata lo si capisce facilmente: si tratta delle regioni della pingue Padania, il nostro “florido” Nord che ancora più docilmente vuole arrendersi ai fasti delle privatizzazioni di assistenza, istruzione e servizi, grazie alla concessione della loro gestione ad esclusivo vantaggio dei propri ceti abbienti con lo stravolgimento dei principi fondamentali di uguaglianza tra i cittadini presenti nella carta costituzionale. La devoluzione delle 23 materie potenzialmente attribuibili alle Regioni a statuto ordinario che intendono avviare un processo di autonomia differenziata è oggetto di una trattativa privata tra Governo e singola Regione così come si configurava nel 2018 quando il Governo Gentiloni e poi la Gelmini nel 2021 (le bastava un parere non vincolante nella Bicameralina!) si prestarono di buon grado a appagare gli appetiti di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

Eppure sono state sotto gli occhi di tutti le miserabili prestazioni offerte durante l’emergenza sanitaria, che emergenza lo è stata davvero a prescindere dalla qualità della peste che circolava e si rafforzava su un humus propizio: condizioni sociali e climatiche, riduzione degli investimenti, personale demoralizzato e insufficiente, mancanza di una linea di comando dallo Stato centrale agli Enti Locali, occupazione di prevenzione, diagnostica, oltre che ricerca e sperimentazione da parte del mercato. Cui oggi si aggiungono a “emergenza” svalutata dal clima di guerra e dagli abusi alcolici, da nuove minacce denunciate dagli addetti ai lavori: numero chiuso alla facoltà di Medicina, la carenza sempre più accentuata di personale, la chiusura di buona parte dei presidi sanitari per cui alcuni malati sono costretti a fare anche 100 km per trovare un pronto soccorso, le lunghe liste d’attesa, il rinnovo del contratto e gli stipendi dei medici del SSN che continuano a essere tra i più bassi in Europa, la loro fuga verso posizioni più redditizie, legittimate da moventi di carattere “morale”: in Veneto 7 ginecologi su 10 non praticano interruzioni di gravidanza.

Nel caso aveste dei dubbi basta guardare ai programmi elettorali dei candidati alle prossime scadenze, primi tra tutti quelli della Lombardia. Quello di Fontana punta su una forma domestica di privatizzazione grazie all’attuazione di “un sistema sociosanitario sempre più vicino al cittadino: la casa diventa il luogo di cura e assistenza domiciliare, da cui eventualmente indirizzare il paziente alle strutture della sanità territoriale e ospedaliere con il potenziamento della domiciliarizzazione dei servizi integrati e presa in carico complessiva non soltanto degli aspetti sanitari, ma anche dei sostegni di natura sociale”, tutto questo grazie all’irrinunciabile “implementazione” della digitalizzazione dell’intero sistema. Mentre sul fronte del privato, dovrà essere garantita “la libera di scelta individuale anche mediante la collaborazione pubblico-privato per diminuire le liste d’attesa”.

One Health è lo slogan/Moratti per rendere la sanità più tecnologica e digitale, migliorare il processo di cura e assistenza dei pazienti, riducendo le lunghe attese, le ospedalizzazioni ed ottimizzando i costi complessivi, “nella consapevolezza della stretta correlazione tra salute dell’uomo, dell’ambiente e degli animali”. Anche per lei è la casa il “prima luogo di cura e telemedicina…. grazie all’adozione di forme di incentivazione, anche di natura straordinaria, a favore di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta con l’obiettivo di promuovere la copertura degli ambiti carenti”, otre che all’incentivazione dell’inserimento delle figure dell’infermiere e del personale amministrativo negli studi dei medici di base”.

È cosa c’è di più egualitario dell’iniquità e dell’ingiustizia in forma bipartisan? Majorino, candidato centro sinistra e 5stelle si trastulla con i propositi di avviare dei negoziati tra pubblico e privato per ridestinare al primo il 50% delle risorse stanziate a beneficio del settore privato, in modo, sarà la Regione a stabilire le priorità, da “definire annualmente quali e quante prestazioni sanitarie servono al sistema regionale per dare le adeguate risposte di salute ai cittadini lombardi”.

Vi fiderete di loro? Di Zingaretti, del Veneto dove una delibera della Regione Veneto stabilisce che non siano più i medici di medicina generale a scegliere la classe di priorità della prestazione richiesta per il paziente, ma un sistema basato su un algoritmo abilitato a stabilire i tempi di attesa, degli aspiranti governatori con potere assoluto sulla nostra salute, siete convinti che ormai l’unica soluzione sia affidarsi al mercato, incarnato da quel Welfare aziendale cui da anni lavorano i sindacati convertitisi in consulenti di fondi e agenti assicurativi?

3 replies

  1. Infatti anche al Don Uva di Foggia sappiamo cosa è successo ,ma si tratta di istituzione Privata…..”sanità Privata” accreditata: cioè ognio prestazione pagata dallo stato.-… VERGHOPGNA!
    A QUANOO LA PRIVATIZZAZIONE DEI PRONTI SOCCORSO?

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    • Dimenticavo che per accreditare una struttura sanitaria occorre il controllo del SSN! Buona notteeee, visto che chi comanda nella sanità sono i politici non i medici!

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