In Ucraina è tempo dei carri armati

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – Rassegniamoci. Forse non c’è più nulla da fare. Pacifisti, uomini di buona volontà, aspiranti mediatori, nostalgici immarcescibili dei miracoli della diplomazia: la polvere della guerra vi avvolge. Ora siamo giunti al tempo dei carri armati: T55, 70, 80, 90, Leopard uno due e tre, Challenger, forse toccherà anche alla fuoriserie americana, l’Abrams… siamo solo all’inizio. Sfogliate sveltamente il catalogo dei corazzati, gli ammazzasette della comunicazione guerrafondaia, i piazzisti di cannoni non stanno più nella pelle, già pregustano scenari apocalittici e redditizi popolati di mostri di ferro. Nel frattempo in Donbass, a Soledar, a Bakhmut, si massacra con la baionetta, quasi a mani nude. Ma la guerra sta per cambiare, mette i cingoli, fa stantuffare i cilindri. Sui seni delle colline ucraine dove l’erba ora è nitida e fredda, indurita dall’inverno, scocca il tempo del cigolio delle blindature, dello stridore dei cingoli, dell’alto ronzio dei motori. Una battaglia di carri è un feroce scontro meccanico e industriale, inumato perché l’uomo, invano, si occulta nel mobile luccicare di acciaio e nel bagliore di corazze.

Stanno arrivando i tank. Zelensky li vuole per completare la vittoria che crede possibile e ricacciare l’aggressore russo nelle steppe da cui è uscito un anno fa ruggendo. Kursk in fondo non è lontana, vi avvampò nella seconda guerra mondiale la più grande battaglia di carri armati della storia, ancora la studiano nelle accademie militari per decifrarne i segreti. Vinsero i russi. I Lepoard allora avevano sulle fiancate le croci del Terzo Reich. L’industria della morte è inesauribile nell’inventare congegni per uccidere, sui nomi la fantasia fa difetto, come si vede.

La penosa radiografia di questa catastrofe che con meticolosa premeditazione Putin ha messo in atto, il progredire della metastasi della guerra, la leggiamo nell’elenco cronologico delle armi impiegate, e in quelle fornite dall’Occidente. Dieci mesi fa qualche ingenuo si attardava a discutere se la mitragliatrice fosse un’arma difensiva e quale calibro di cannone fosse sufficiente per aiutare l’Ucraina solo a difendersi. Modeste ipocrisie, grotteschi distinguo. Quando il meccanismo si avvia non c’è più limite, si alimenta e si giustifica da solo. Munizioni, contraerea, obici campali che sparano a trecento chilometri, missili antinave e antitutto, blindati… l’utilitaria dei mezzi corazzati, la loro premessa.

Intanto i furbi, i bellicisti hanno svuotato gli arsenali di tutti i rimasugli ereditati dai vecchi soci dell’Unione Sovietica arruolati nell’alleanza del Nord. Ora è venuto il momento di passare a mezzi made in Nato, le catene di montaggio belliche sono pronte a girare per produrre nuovi e più preziosi modelli. Innovazione e produzione, profitto: funziona così anche nell’industria dell’uccidere, anzi della sicurezza. Ciò che atterrisce è il prevalere ormai automatico, indiscusso del nudo cinismo della forza. Chi crede nella pace, nonostante tutto, ricorda quelle famiglie contadine che un tempo conservavano a tavola un posto di un morto. La pace è come quel defunto, fissata nella sospensione del ritorno, eterna assente, miracolo sempre in ritardo. Non si cerca più di nascondere i passaggi più brutali e pericolosi, le forniture di strumenti bellici più sofisticati e in grado di alimentare e allargare il massacro non si preparano più nelle segrete degli omissis come nei primi tempi, ma alla luce del sole. Si sbandierano come medaglie politiche, cannoni e carri armati sono eccellenze produttive. Zelensky non chiede più, esige. Come rimproverare all’aggredito di chiedere armi? Ma gli alleati?

Anche questa volta inglesi e polacchi precedono tutti: gli inglesi forniranno i loro Challenge, i polacchi vogliono imbottire Zelensky dei loro Leopard, ma come al solito la Germania che deve dare la licenza alla esportazione nicchia, consente poi smentisce. Perfino i minuscoli danesi che di Leopard ne hanno un bruscolo sono disposti a restare, momentaneamente, senza corazza. E poi ci sono i finlandesi, fornitori entusiasti: non hanno perso tempo a passare dalla neutralità alla prima linea dei guerrafondai. Alle forniture ormai mancano solo i cacciabombardieri. Estremo perizoma del pudore bellicista. Pazienza. Sta per venire il loro turno.

5 replies

  1. Solito articolo di Quirico poco documentato.
    Per chi volesse approfondire la situazione delle forniture occidentali e dei problemi a esse collegati , ecco un articolo dell’ottimo Gianandrea Gaiani di Analisi Difesa.

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    Il dibattito in Occidente sulle forniture di armi pesanti all’Ucraina sta divenendo sempre più frenetico e a tratti persino surreale. Da un lato contribuisce la serrata pressione di Kiev i cui leader hanno da tempo ben compreso come esercitare pressioni sugli alleati per ottenere armi e denaro paventando disastri militari, promettendo controffensive vittoriose o preannunciando ulteriori mobilitazioni di centinaia di migliaia di soldati russi.

    Come è avvento negli ultimi giorni con l’annuncio da parte degli ucraini dell’imminente richiamo in servizio da parte di Mosca di altri 500 mila riservisti russi. Affermazione smentita dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.

    Come ha osservato il generale Marco Bertolini all’agenzia di stampa Adnkronos, “l’affermazione dell’intelligence di Kiev sul reclutamento di altri 500mila uomini da parte di Mosca lascia un po’ il tempo che trova. Potrebbe avere alle spalle esigenze ucraine di carattere generale: forse per sollecitare un maggiore impegno, un maggior coinvolgimento da parte dell’Occidente che come sappiamo invece è in difficoltà. Stanno emergendo le carenze di mezzi negli eserciti occidentali, soprattutto europei, a fronte delle richieste ucraine. – ha aggiunto Bertolini – L’annuncio potrebbe essere quindi un ‘captatio benevolentiae’ nei confronti degli occidentali per chiedere qualcosa di più. Allo stesso tempo potrebbe essere un modo per mettere le mani avanti, perché la situazione da un punto di vista tattico, nel settore orientale, non sta andando molto bene per gli ucraini.

    Nella zona di Bakhmut i russi stanno ottenendo progressi territoriali in aree strategicamente molto importanti, per le quali, per altro, i russi non stanno ancora utilizzando le riserve che avevano già mobilitato, i 300mila uomini. Lo stanno facendo con le forze che avevano in precedenza e con la Wagner. Tuttavia, l’annuncio potrebbe anche essere un modo per mettere le mani avanti sulle difficoltà che probabilmente potrebbe avere l’Ucraina da un punto di vista tattico di qui a breve nel settore orientale”.

    Ministri e leader politici in Europa parlano di forniture di veicoli corazzati da combattimento e ora anche di Main Battle Tank come se si trattasse di dotare di nuove auto o furgoni il parco vetture di un’azienda

    Scettico anche per il generale Giorgio Battisti secondo il quale “per poter richiamare in servizio 500mila uomini serve un’organizzazione di grande capacità. Già per reclutare i precedenti 300mila uomini sono state messe in difficoltà le organizzazioni russe dedicate a questo servizio: la chiamata, la struttura dove accoglierli, e poi bisogna vestirli ed equipaggiarli e soprattutto addestrarli e per fare in modo che siano pronti al campo di battaglia servono diversi mesi. I nostri soldati, prima di essere impiegati devono addestrarsi per circa un anno in previsione di situazioni conflittuali come l’Afghanistan ad esempio. C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare, per addestrarli e poi guidarli in combattimento servono dei comandanti preparati, che conoscano il territorio e l’avversario, altrimenti non si fa che aumentare il numero delle perdite. – ha aggiunto Battisti –

    E’ di qualche giorno fa la notizia che fino ad ora sono morti in combattimento circa 800 tra tenenti e capitani russi, tra i più capaci a guidare i soldati in operazioni. Per questo credo che l’annuncio da parte dell’intelligence di Kiev voglia essere un input maggiore lanciato ai paesi occidentali affinché si affrettino a fornire gli equipaggiamenti promessi, come Germania, Stati Uniti e Francia, e anche per spingere altri paesi, come l’Italia, a fornire armamenti occidentali tecnologicamente più avanzati”.

    Le valutazioni dei due esperti generali italiani, entrambi apprezzati opinionisti anche sulle pagine di Analisi Difesa, sembrano confermate dalle dichiarazioni il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba.

    “L’Ucraina è grata ai partner per i loro aiuti militari, ma dobbiamo essere onesti gli uni con gli altri: nessuno avrà fatto abbastanza finché gli stivali russi rimarranno sul suolo ucraino. Armare il nostro Paese per la vittoria è la via più breve per ripristinare la pace e la sicurezza in Europa e oltre”.

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    Del resto Kiev fa leva sul fatto anche sugli aspetti emotivi ma l’impressione è che per molti ministri e leader europei il tema dell’invio di armi e soprattutto di sistemi complessi come veicoli corazzati da combattimento, missili da difesa aerea e ora anche “Main battle tank” venga affrontato come se si trattasse di rinnovare una flotta aziendale con auto e furgoni di diverso modello.

    Con scarsa consapevolezza di quali tempi, investimenti e preparazione richieda l’ingresso in servizio di un nuovo mezzo o sistema d’arma in una forza armata (la guerra accelera necessariamente i tempi ma solo fino a un certo punto), specie in una struttura militare che schiera una così vasta gamma di armi, veicoli ed equipaggiamenti di diversa origine e caratteristiche da rendere impossibile ogni ipotesi di standardizzazione.

    Il 9 gennaio Marcus Faber, deputato del Partito liberaldemocratico (FDP) ha sostenuto che la Germania deve fornire anche carri armati Leopard all’Ucraina. Intervistato dal quotidiano “Rheinische Post”, Faber ha dichiarato che “carri armati moderni sono uno degli argomenti più convincenti per le truppe d’invasione russe affinché avviino il loro ritorno a casa”. Inoltre, su Twitter, l’esponente della FDP ha scritto che 180 carri armati Leopard 1 “attendono i permessi di esportazione” dell’esecutivo federale presso i depositi dell’industria della difesa tedesca.

    Ipotizzare che 180 carri Leopard 1 (A5), radiati dai ranghi della Bundeswehr 20 anni or sono, possano indurre i russi a darsela a gambe e fuggire dall’Ucraina offre uno spaccato della consapevolezza con cui gran parte della classe politica tedesca (e non solo tedesca) sta affrontando il tema della guerra e delle forniture all’Ucraina.

    Resta inoltre incompreso ai più il tema dell’addestramento e della logistica. Chi garantirà il supporto a una brigata corazzata ucraina dotata di Leopard 1?

    Ipotizzare che possano farlo gli ucraini dopo un addestramento di poche settimane è pura fantascienza mentre appare difficile credere che Berlino autorizzerà contractors tedeschi a lavorare in prima linea per garantire la massima efficienza ai Leopard 1 che rappresenterebbero il sesto tipo di carro armato in dotazione all’esercito di Kiev che ha impiegato finora solo tank di tipo russo/sovietico.

    Il 9 gennaio, in un’intervista all’emittente ARD, il vice cancelliere Robert Habeck aveva dichiarato che il governo non esclude in futuro di inviare i più moderni carri Leopard 2. Poche ore dopo il portavoce del ministero della Difesa tedesco, Anne Collatz, ha escluso al momento che la Germania possa inviare carri armati Leopard 2 all’Ucraina dopo i 40 cingolati da combattimento Marder promessi entro marzo.

    Il vece premier “non esclude che in futuro…” e la portavoce ministeriale “esclude che al momento ….”. I sintomi di un’evidente confusione ci sono tutti, aggravata dal fatto che i sofisticati Leopard 2 richiederebbero un lungo addestramento per preparare equipaggi e tecnici addetti alle manutenzioni ucraini a gestire il mezzo e le sue dotazioni.

    Inoltre, se si ipotizzasse di fornire a Kiev vecchi Leopard 2 A4/A5 recuperati dai magazzini occorrerebbero mesi per verificarne le condizioni (gli A4 spagnoli non vennero considerati recuperabili) e poterli rimettere in condizioni operative mentre l’ipotesi di prelevarli dalle dotazioni organiche dell’Esercito tedesco incontrerebbe fortissime resistenze da parte dei vertici militari a Berlino.

    Comprensibilmente, tenuto conto che l’intera flotta di Leopard 2A7 in dotazione alle forze tedesche assomma a 266 tank (meno della metà operativi) destinati a salire a 328 entro il 2025: si tratta della forza di carri più rilevante dell’intera Europa se escludiamo l’Esercito Polacco.

    Dei 2.125 Leopard 2 prodotti tra il 1977 e il 1992, la gran parte sono stati venduti all’estero dopo la fine della Guerra Fredda e la riunificazione tedesca. Oggi fornire Leopard 2 all’Ucraina significherebbe ridurre ulteriormente la già limitata componente carri delle forze tedesche senza nessuna garanzia che gli ucraini saranno in grado di gestire un mezzo così complesso sul campo di battaglia come nelle necessarie manutenzioni.

    Il 9 gennaio Sky News ha riferito che il Regno Unito sta valutando la possibilità di fornire, per la prima volta, all’Ucraina carri armati britannici per combattere le forze russe. Discussioni in tal senso sarebbero in corso “da alcune settimane”, incentrate sulla consegna di un certo numero di carri armati Challenger 2 dell’esercito britannico alle forze armate ucraine, ha affermato una fonte anonima citata dall’emittente televisiva.

    Ieri il portavoce del primo ministro Rishi Sunak, ha precisato che il governo non ha ancora preso una decisione definitiva sulla possibile fornitura di carri armati Challenger 2 all’Ucraina. “Non abbiamo preso alcuna decisione definitiva sulla fornitura di carri armati in questa fase… Fino a quando non saranno prese decisioni su questo genere di cose, non commenteremo le speculazioni su quale ulteriore equipaggiamento possa o meno essere inviato”.

    Meglio ricordare che dei 386 Challenger 2 prodotti il British Army tra il 1993 e il 2002, ne restano in servizio 227 dei quali 148 destinati a venire ammodernati allo standard Challenger 3 entro il 2030.

    Ne risulterebbero quindi almeno una settantina destinati alla riserva o alla possibile cessione ma dalle indiscrezioni sembra che Londra stia valutando di cederne agli ucraini solo 10 esemplari , destinati quindi a venire inseriti in un battaglione equipaggiato anche con carri di tipo diverso. Facile immaginare che tra tempi di addestramento, difficoltà logistiche e numeri limitati la carriera dei Challenger 2 sui campi di battaglia ucraini potrebbe rivelarsi molto breve.

    Parlando ai giornalisti con conferenza stampa, il 9 gennaio al Cremlino, il portavoce Dmitry Peskov ha sottolineato che le forniture all’Ucraina di carri armati e altre armi, annunciate da diversi Paesi occidentali, non farebbero altro che “prolungare le sofferenze degli ucraini” e non “cambierebbero gli equilibri”.

    In realtà solo gli Stati Uniti sarebbero oggi in grado di riequipaggiare interamente e in modo organico e strutturato le forze corazzate e meccanizzate ucraine utilizzando le ingenti quantità di carri M1A1/2 Abrams (2.650 in servizio e 3.500 in riserva) e veicoli da combattimento M2A2 Bradley (4.500 più altri 1.700 in riserva) di cui l’US Army dispone.

    Un’operazione che in ogni caso richiederebbe lunghissimi tempi logistici e addestrativi (forse non compatibili con i possibili sviluppi del conflitto) oltre a costi considerevoli ma che ridurrebbe sensibilmente le scorte dell’US Army (non solo quelle dei mezzi corazzati ma anche delle armi, munizioni, motori e ricambi) ed innalzerebbe ulteriormente la tensione tra Mosca e Washington.

    Foto: Ministero Difesa Ucraino, US Army, Rheinmetall e KMW”””

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  2. Quirico è solo un ex inviato al fronte, come lo furono la Gruber e persino la Maggioni. Solo che lui ha il quid del rapimento per cui è stato promosso sul campo ad esperto di guerra. Il fatto che in realtà non ne sappia una mazza è evidente, ma quello è un problema del suo direttore che continua a lasciargli spazio. Non credo, anzi meglio dire spero, che ci sia qualcuno che prenda sul serio i suoi “reportage” scritti dal salotto di casa

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