Riccardo Molinari: “E’ stata dilapidata la credibilità della Lega”

(lospiffero.com) – “Dobbiamo fare la Lega Nord 5.0”. Quando, verso fine cena, Massimo Giordano ex sindaco di Novara e assessore nella giunta di Roberto Cota, prossimo segretario del partito nella provincia più lombarda del Piemonte, chiosa i ragionamenti della sera con quello che potrebbe essere il titolo di un manifesto politico, si premura anche di evitare che quel ritorno alla specifica nordista suoni come un ossimoro nella proiezione verso il futuro.

Certo, “la risposta” alla crisi che travaglia da tempo il partito di Matteo Salvini “non può essere la nostalgia canaglia”. Se è un ritorno al futuro la strada per uscire dalle secche, al di sotto del 10 per cento negli ultimi sondaggi e da un ruolo ormai sempre meno riconosciuto dallo storico bacino elettorale, allora c’è da mettere insieme valori fondativi e identitari, tenendoli stretti insieme.

E stretti, insieme, erano molti dirigenti e militanti alcuni giorni fa alla tradizionale cena di Natale dove la sensazione di stare nella parte del tacchino con Giorgia Meloni chef è stata difficile da scacciare. Innominato nel precedente convivio vercellese dal segretario regionale, il Capitano stavolta Riccardo Molinari lo evoca, eccome.

Ragionamenti ed esternazioni che hanno stupito più d’uno, considerando quel tratto di doroteismo in salsa mandrogna che accompagna da sempre le parole del “Mol”. Pare che il più sbacalito sia stato il presidente della commissione Attività produttive della Camera e già sindaco di Arona Alberto Gusmeroli, poco incline ai sofismi politici. Dettagli.

Ciò che pesa e potrà pesare ancor più è proprio l’analisi di Molinari. Il quale nel ripercorrere una serie di errori che hanno segnato il percorso della Lega negli ultimi anni, li ha riassunti sostanzialmente in quello di  “aver utilizzato il credito della Lega”, accumulato con l’azione politica sul territorio, l’attenzione a una fascia produttiva e la stessa connotazione locale, “spendendolo su altre questioni che non sono proprie della nostra storia e nelle nostre corde, senza poi portare a casa il risultato sperato”, anzi arrivando addirittura a “compromettere l’identità della Lega”. Parole dure, ma musica per le orecchie di quel leghismo piemontese, di cui la parte novarese è tra le più vivaci e pe(n)santi.

Perché poi, come si è ripetuto più volte, più o meno apertamente, in quella cena “se il Comitato Nord sembra una cosa tutta lombarda è anche perché la Lega in Piemonte, di fatto, è un comitato del Nord”, nell’idem sentire e nei contenuti, al di là delle strategie e delle fronde che connotano l’iniziativa voluta da Umberto Bossi e ben presto usata come miccia per chi, ormai, è sempre più convinto della necessità di un cambiamento.

A suffragare la tesi di un Piemonte nordista assai più del leader e della sua linea, c’è quel richiamo in servizio di figure della vecchia guardia ai vertici provinciali: da Elena Maccanti a Roberto Simonetti, dallo stesso Giordano a Enrico Montani.

Anche da qui passa quel recupero o difesa dell’identità compromessa, che un Molinari ancora scottato dall’aver visto sfumare all’ultimo (per decisione del Capo) la sua ascesa alla presidenza della Camera e forse anche per questo meno costretto in una parte che non sente più del tutto propria. Spiega che “deve essere ricostruita e per farlo non c’è altro modo che tornare a lavorare sul territorio, al Nord”. Quella connotazione territoriale cancellata da Salvini che, adesso, torna con forza nella visione e nei propositi di chi vuole costruire il partito del futuro. Una Lega 5.0, appunto.

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