Sud, il Pd ha un incubo: meno senatori del M5s

Uninominale. Se i 5Stelle nel Meridione sconfiggono la destra in qualche testa a testa e vanno oltre il 15 %, a Palazzo Madama più eletti rispetto ai dem. Trentuno collegi uninominali. Sono quelli in palio nel Sud Italia per il Senato: è lì, a detta di tutti gli esperti, che si capirà se il centrodestra avrà una maggioranza abbastanza ampia […]

(DI LORENZO GIARELLI E VINCENZO IURILLO – ilfattoquotidiano.it) – Trentuno collegi uninominali. Sono quelli in palio nel Sud Italia per il Senato: è lì, a detta di tutti gli esperti, che si capirà se il centrodestra avrà una maggioranza abbastanza ampia per governare da solo. Ma è lì che si potrebbe verificare pure uno scenario che agita gli ultimi sonni pre-elettorali del Partito democratico, terrorizzato dal fatto che la crescita del Movimento 5 Stelle possa addirittura rendere il Pd terza forza di Palazzo Madama, dunque con meno senatori dei contiani.

Se fossero confermati i trend registrati dagli ultimi sondaggi pubblicabili, il boom del M5S sotto Roma potrebbe infatti avere proporzioni tali da renderlo primo partito in almeno una decina di collegi. Il contributo – pur non enorme – di Lega, FI e Noi moderati potrà consentire a FdI di conquistare comunque alcuni di questi collegi, ma i 5Stelle difficilmente resteranno al palo dappertutto, in un’area del Paese dove invece la coalizione di centrosinistra può aspettarsi ben poco. Morale: il destino della eventuale maggioranza di destra e il possibile naufragio dem dipenderanno dalla dimensione dell’avanzata 5 Stelle.

Il trend. Roberto D’Alimonte, tra i più noti analisti d’Italia, due giorni fa lo ha scritto sul Sole 24 Ore: “I 5Stelle ci hanno già sorpreso nel 2013 e nel 2018. Anche allora i sondaggi li avevano largamente sottostimati. Potrebbero sorprenderci di nuovo il 25 settembre. Le conseguenze sarebbero paradossali”. Per il centrodestra ma pure per il Pd, appunto, che finora si è sentito sicuro del suo ruolo da unico argine possibile alla Meloni, al punto che Enrico Letta ha impostato tutta la prima parte di campagna elettorale sulla retorica del “voto utile” e del “bipolarismo”, messaggi per la verità presi per buoni anche da larga parte della stampa (vedi le proposte di duelli tv tra il segretario dem e la leader di FdI, come se tutti gli altri fossero fuori dai giochi).

Campania. In assenza di sondaggi – che non possono essere pubblicati nelle due settimane prima del voto – si può comunque fare qualche calcolo, tenendo conto dei trend registrati e dei collegi da sempre considerati “blindati” da tutti gli Istituti, a prescindere anche da oscillazioni notevoli. Posto che alla Camera la destra dovrebbe avere meno problemi ad avere la maggioranza, vale la pena analizzare il Senato, dove la ripartizione dei seggi avviene su base regionali. In Campania si vota per 7 collegi uninominali, a inizio campagna considerati buoni per la destra o al limite contendibili tra destra e centrosinistra. Conte e i 5S hanno però insistito molto sulla regione, dove non a caso negli ultimi giorni il Pd ha provato a rincorrere gli ex alleati su Reddito di cittadinanza e salario minimo.

Per conquistare un collegio, i 5Stelle dovrebbero superare il 30 per cento, confidando che il Terzo (sempre più Quarto) Polo, che in Campania è forte, tenga basse le altre due coalizioni. Non così improbabile, senza certo immaginare l’en plein grillino del 2018 ma ipotizzando che qualche uninominale possa finire al Movimento. E il successo ingolosisce Conte, visto che la Campania è la terra del grande ex Luigi Di Maio, candidato alla Camera a Fuorigrotta dentro un centrosinistra tormentato dai guai interni.

Il Caso Manfredi. Non a caso avevamo lasciato Letta a Portici mentre scappava dai cronisti che gli chiedevano perché in due giorni a Napoli il segretario aveva trovato il tempo di incontrare numerosi sindaci dem, ma non Gaetano Manfredi. E cosa avrebbe potuto rispondere? Da Napoli infatti rimbalzano rumors in quantità sul disimpegno di Manfredi, indispettito per non essere stato consultato al tavolo della scelta delle candidature. E così il primo cittadino, ex rettore della Federico II, residente nel collegio Fuorigrotta, si è ritrovato in quota Pd proprio Di Maio all’uninominale. Come l’ha presa? Manfredi ha deciso di rendere pubblico il suo endorsement per il ministro della Cultura Dario Franceschini, capolista del plurinominale al Senato, e solo a lui. “Alla persona, che stimo”. Alla persona, e non al Pd. Campo libero alla Camera, quindi, dove Manfredi probabilmente sta facendo un pensierino per votare un amico e un’altra persona che stima, il candidato M5S Sergio Costa, col quale ha diviso, con Franceschini, l’esperienza di ministro nel Conte 2.

Sicilia e puglia. Poi ci sono la Sicilia e la Puglia. A Palermo e dintorni i 5Stelle sono sempre stati molto forti, al punto che nel 2018 vinsero più seggi di quanti candidati avessero messo nelle varie liste. I tempi sono cambiati, ma un po’ di quell’entusiasmo spinge Conte a sperare di strappare alla destra un paio di collegi. Qui però c’è la variabile delle regionali: domenica infatti i siciliani votano anche per scegliere il successore del presidente Nello Musumeci ed è facile che il voto per il governatore incida anche su quello per le politiche, penalizzando il Movimento.

In Puglia invece è stato lo stesso Michele Emiliano a spiegare sul Fatto come i 5Stelle abbiano buone possibilità di portare via voti alla destra. Questo in linea teorica potrebbe favorire anche il Pd, ma più facilmente ad approfittarne sarebbero direttamente i 5Stelle. Dunque: in Sicilia i collegi sono 6, in Puglia 5. Di questi 11, il Movimento spera di portare a casa qualcosa.

I numeri. Prima dello stop alla pubblicazione dei sondaggi, il M5S era stimato intorno al 15 per cento e il Pd al 20. Completare la rimonta significherebbe per Conte assottigliare quei 5 punti di distacco, arrivando anche solo vicino al pareggio. Con un 18-19 per cento nella parte proporzionale, alla Camera si ottengono una sessantina di seggi e al Senato poco meno di 30. Con numeri così bassi, conquistare anche solo una manciata di uninominali può rimescolare i rapporti di forza.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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3 replies

  1. Spero che questa rimonta nei sondaggi non sia per M5S controproducente come lo è stato cantar vittoria per la Meloni. Può succedere di tutto come può capitare che le cose andranno più o meno come quelle pronosticate, ma due fattori hanno sempre pesato: quello psicologico e la scelta del voto all’ultimo minuto.
    Poi per quello che abbiamo passato, se il finto terzo polo rimanesse fuori dal Parlamento sarebbe già una vittoria.

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  2. OT :
    Molise, i malati oncologici rischiano di perdere la radioterapia: l’unico centro (privato) minaccia lo stop se non ottiene più fondi pubblici

    Bello ” il privato” con i soldi pubblici!
    La scuola privata,Le RSA ecc… il “privato” è il più meglio ! hahahaha… avanti tutta!

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