Di Matteo: “Con la Cartabia Falcone e Borsellino sarebbero sotto processo disciplinare”

A margine di un evento promossa da Italiastatodidiritto, il magistrato Nino Di Matteo si è scagliato contro la riforma Cartabia

(Stefano Marrone – true-news.it) – “E’ retrograda e pericolosa”. Non ha mezze misure Nino Di Matteo. Il magistrato italiano, dal 2019 membro del CSM e dal 1993 sotto scorta, si scaglia contro la riforma Cartabia. Lo fa dall’aula magna del Tribunale di Milano; a margine della presentazione del libro di Vittorio Manes “Giustizia mediatica. Gli effetti perversi sui diritti fondamentali e sul giusto processo”. All’evento, promosso da Italiastatodidiritto, insieme al Presidente Guido Camera, ci sono tanti ospiti di rilievo del mondo della giustizia.

Ma Nino Di Matteo ruba la scena. Lo fa scagliandosi contro quello che ritiene “un bavaglio imposto ai magistrati”.

Falcone e Borsellino sarebbero sotto processo disciplinare

“Lasciatemi dire che con la riforma Cartabia Falcone e Borsellino sarebbero sottoposti a procedimento disciplinare”. Il magistrato cita Paolo Borsellino, quando afferma: “Parlate di mafia, parlatene ovunque, ma parlatene”.

La riforma Cartabia preoccupa Di Matteo. Laddove “vieta agli altri magistrati di parlare di inchieste fino al passaggio in giudicato delle sentenze”.

Spesso infatti occorrono decenni per il passaggio. E prosegue: “Cosa avrebbero saputo i cittadini delle strutture di Cosa Nostra, se alcuni eroici magistrati non avessero spiegato all’opinione pubblica quello che doveva sapere sulla mafia?”.

I rischi per la magistratura con la riforma Cartabia

Di Matteo prosegue con una ricostruzione della storia e sugli scenari che la riforma potrebbe apportare alla magistratura. “La Cartabia si inserisce nel solco riforma Mastella del 2006.

C’è la tendenza ad aumentare la visibilità del Procuratore Capo”. Ma quella che il magistrato definisce una “gerarchizzazione degli uffici di procura” rischia di essere “contraria all’essenza di potere diffuso della magistratura”. La riforma potrebbe rendere per assurdo “più semplice il controllo delle inchieste”.

Per il magistrato è inconcepibile limitare le informazioni ai semplici comunicati stampa. “Sono delle veline di regime. Non aiutano nella comprensione dei fatti”. Per Di Mattero “avremo uno sbilanciamento dell’informazione, solo verso la pubblica accusa.

C’è il rischio che di certi argomenti scomodi sapremo ancora meno. È una legge bavaglio”.

Presunzione d’innocenza e interesse pubblico

“La tutela della presunzione d’innocenza è sacra, ma si ottiene sanzionando le violazioni del principio; non imbavagliando i magistrati”. Per Di Matteo il problema vero è il fatto che “l’ordinaria criminalità è diventata di uso comune. Viene trattata da improbabili esperti, tesi criminologiche fuori dall’ambito processuale”. Ci sono pochissime voci a tutela della garanzia delle parti e a tutela della qualità dell’informazione.

“Quante sono – si chiede il magistrato – le trasmissioni dedicate invece ai processi di mafia? O sulle connivenze del potere con la criminalità? Quante sulla criminalità e il traffico internazionale?”.

I giornalisti pagano a caro prezzo la decisione di occuparsi di grandi inchieste. Ma per Di Mattero “c’è stata un’assoluta carenza mediatica e politica sulla sentenza d’appello sulla trattativa Stato-Mafia. E’ stata provata la copertura della latitanza di Provenzano. In un paese normale, si sarebbero scatenati dibattiti, polemiche e prese di posizione politiche.

Invece c’è stato il silenzio assoluto.

La fine del giornalismo d’inchiesta secondo Di Matteo

Anche le inchieste giornalistiche, secondo Di Matteo, hanno contribuito alla presa di coscienza del paese. “Negli anni Ottanta, a Palermo leggevo le cronache delle indagini. In particolare quelle de L’Ora o sul mensile di Giuseppe Fava I siciliani.

“Adesso invece il giornalismo di inchiesta si è appiattito”. Il problema secondo Di Matteo “non è l’accesso alla rappresentazione mediatica, ma la selezione e la qualità dell’informazione”.

Per il magistrato “i giornalisti non studiano e non indagano. Non riescono più a essere indipendenti, rispetto agli editori o agli ascoltatori”. Di Matteo conclude affermando che “la magistratura deve costruire fiducia, non consenso. E la fiducia si ottiene con la trasparenza, che la riforma Cartabia impedisce”.

Giustizia mediatica

Alla presentazione dell’ultimo libro del professore Vittorio Manes, promossa da Italiastatodidiritto e dal suo presidente Guido Camera, hanno partecipato tanti ospiti, oltre a Nino Di Matteo. Luigi Ferrarella, storica firma di ambito giudiziario del Corriere della Sera; Vinicio Nardo, Presidente dell’Ordine avvocati di Milano; Francesco Centonze, avvocato e professore di di Diritto Penale; e Alessio Lanzi, professore di diritto e membro del Csm.

12 replies

  1. Mi chiedo, perché la Cartabia agisce in questa direzione e il Presidente Mattarella permette che venga presa in considerazione una simile riforma, (fratello ucciso dalla mafia), non ascolta le rimostranze dei vari Gratteri – Di Matteo
    Perché?

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  2. Bravissimo Di Matteo!
    Il problema non è il giornalismo d’inchiesta, ma la quasi assenza di giornali e giornalisti INDIPENDENTI.
    È così si mettono a tacere le poche voci che potrebbero veramente INFORMARE i cittadini.
    Ma è proprio questo che si vuole, eh?
    Bloccare l’opinione pubblica sui… fatti LORO.

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  3. Le riforme della magistratura stile Cartabia? Il migliore supporto all’alto profilo istituzionale italiano della Mafia! Noi “occidentali e fieri atlantisto” poi andiamo a definire i Putin et similia come dei criminali perché più o meno complici delle loro interne mafie oligarchiche! Non è in realtà che le oligarchie dominanti dei moderni regimi più o meno fintamente “democratici” sono da sempre a preminente vocazione autocratica e per conseguenza ad altissimo ed intrinseco potenziale mafioso? Tanto che la loro piena legittimazione giuridico-istituzionale colloca ai vertici politico-sociali delle società moderne, e a tendenza sempre più esclusivizzante, quei poteri provenienti dalla criminalità organizzata; nel frattempo nobilitatisi sul piano economico e dunque del più alto avanzamento sociale!

    E in Italia? I magistrati che hanno combattuto e combatteranno la mafia senza il completo supporto delle istituzioni, magari talvolta perché coinvolte, devono solo tacere: ieri in quanto morti assassinati dalla mafia stessa e anche con la complicità di rappresentanti di organi statali; oggi addirittura perseguitati e magari espulsi dalla magistratura come un corpo ad essa estraneo, loro che compivano fino in fondo il loro dovere!!!

    Se questo è il destino di chi è servitore dello Stato in prima linea a rischio della propria vita, come vanno altrimenti qualificati questi incredibili nostri governanti di vertice (loro e il sistema di loro emanazione), sempre più pronti a delegittimarli? Siamo veramente sicuri del dover “perdonar loro perché non sanno quel che fanno”? O forse lo sanno benissimo? Oppure, in alternativa, la loro incompetenza com’è conciliabile con la posizione ricoperta!

    Al “meglio” non c’è mai fine: con la copertura totale del l’immunità parlamentare, brillante idea anti-democratica (vedi referendum contrario) di quel bel tomo di magistrato Nordio in FdI, saremmo pronti finalmente ad inaugurare un nuovo modello di regime autocratico: lo Stato Mafioso. Attenzione, però, guai grossi a definirlo tale!

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  4. “Parlate di mafia, parlatene ovunque, ma parlatene”

    Giusto e sacrosanto, ma il senso non era quello di parlarne per diventare dei personaggi e vendere libri, eh… Detto in generale, ma più che altro rivolto ai giornalisti che del parlare di mafia hanno fatto una fonte di reddito editoriale.

    A proposito dei PM, invece, bisogna onestamente ricordarsi che non sono tutti dei Falcone o Borsellino (quelli ancora vivi che parlano facendosene scudo, intendo) i quali certamente spiegavano cos’è la mafia, ma senza ricorrere allo sputtanamento preventivo di chiunque fosse “indagato”, anzi.

    Bisogna ricordare cosa pensava Falcone riguardo i rapporti con la politica e la prudenza necessaria nell’agire in quell’ambito, allo scopo di non fare buchi nell’acqua che a fronte di un po’ di clamore per l’inchiesta (e notorietà di chi la cavalca) danneggiano poi la credibilità del sistema giudiziario e delle persone che vi operano, per non parlare della credibilità dell’uso dei pentiti che sappiamo essere facilmente strumentalizzabile e perciò depotenziabile.

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  5. Credo che con le varie riforme, che non conosco, si sia giunti ad un punto triste che permea l’area giuridico istituzionale alla quale i cittadini chiedono giustizia ma anche se ne guardano bene.
    il termine stesso è alquanto aleatorio e si imbastisce di significati altri perché non appieno corroborati da un servizio in realtà sfiduciato e divenuto eminentemente costoso, privato e clientelare. (..)
    Avere un avvocato, se prima era all’interno di una sfera considerata benestante Oggi, si potrebbe dire che è sceso ai piani inferiori divenendo anche una moda, come il modo stesso di intentare cause, a volte meramente assurde, che alimentano faide, odio e ritorsioni ma che hanno il loro ritorno in termini di denaro e risarcimenti.
    E anche tutta la casistica dell’avvocatura che si ammanta del prestigio di antiche famiglie oltre che della bravura di saper leggere e interpretare i codici ha il suo contro effetto in questa società liquida.
    Dal termine giustizia per poi risalire ai suoi cardini istituzionali , si offre un quadro ambiguo che non è più per tutti.
    Inoltre senza più un tetto che sancisca il bene e il male a prescindere delineando quel solco da tutti riconosciuto come tale, anche la stessa giurisprudenza diviene un guazzabuglio di pregi e parcelle , come un mero caso fra i molti, tra l’altro anche costoso.
    E molti poveri cristi sono per questo, ma anche per altro, esclusi, così come sono troppe le ingiustizie rimaste lì, senza la forza della legge che le legittimi ma legittimate solo dalla cattiveria e della brutalità in ogni sua forma , fino alla brutalità più sofisticata.

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    • Finiamo, come in tutto il resto, esattamente come gli US: avvocati per tutto.
      Ma all’italiana: negli US se l’avvocato non vince non viene pagato, qui anche se non fa alcunché i soldi li prende lo stesso.
      Come al solito, da noi i cittadini vengono fregati. Sempre.

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