Sondaggi e “sorpassi”: gli scenari negativi che turbano Forza Italia

Il coordinatore Tajani: Calenda non ci supererà. La campagna è da giocare, possiamo arrivare al 15%

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(di Tommaso Labate – corriere.it) – «Lo sai che cosa sono questi, no? Sono numeri farlocchi, dati che non stanno né in cielo né in terra. Tutti i sondaggi ci danno sopra Calenda, non sotto», è sbottato l’altro giorno Antonio Tajani quando gli hanno messo sotto il naso la prima rilevazione che dava il terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi qualche decimale sopra i consensi attribuiti a Forza Italia.

Ufficialmente, com’è fin troppo ovvio e scontato quando una campagna elettorale è in pieno svolgimento, per i vertici azzurri — Silvio Berlusconi in primis — ci sono temi che semplicemente «non esistono»: non esiste la possibilità di finire per la prima volta nella storia dietro i big che hanno abbandonato «la casa del padre», che ieri rispondevano al nome di Gianfranco Fini e oggi si chiamano Mara Carfagna e Mariastella Gelmini; non esiste la possibilità di terminare la corsa elettorale abbondantemente al di sotto della doppia cifra, come previsto da molti sondaggisti; e non esiste nemmeno lo scenario «fine di mondo» di raschiare il barile del 7%, quel cataclisma elettorale tale da provocare un azzeramento nella catena di comando del partito.

Eppure, il fatto che di questi temi non si parli apertamente tra coloro che sono finiti in una posizione blindata per accedere in Parlamento, mentre invece sono il pane quotidiano di chi mastica amaro per essere finito in fondo alle liste o in posizione difficili, non sancisce oltre ogni ragionevole dubbio che questi temi non si ripresentino il 26 settembre sotto forma di un conto salatissimo. Anzi. E così, visto che da giorni ogni interlocutore lo sottopone al giochino dell’«obiettivo minimo», per provare a capire se c’è una cifra in grado di provocare un terremoto post-elettorale all’interno di Forza Italia, Tajani ha trovato una riposta standard da dispensare a chiunque: «Un obiettivo minimo c’è ed è vincere le elezioni. Il centrodestra che vince le elezioni è l’obiettivo minimo nostro, punto e basta. Se poi c’è qualcuno che mi chiede dove può arrivare Forza Italia, ecco, secondo me la campagna elettorale è ancora tutta da giocare: possiamo raggiungere anche il 14 o 15%».

Lontani ormai dal sogno di arrivare a quel 20% di cui Berlusconi parlava apertamente all’indomani della caduta del governo Draghi, i forzisti cercano di ricalibrare il peso dei loro sogni ancorandogli obiettivi alla portata di una realtà più complicata. La ritrosia berlusconiana a immaginare di presentarsi alle consultazioni con Mattarella con il nome di Giorgia Meloni per la presidenza del Consiglio, inizialmente alimentata e poi smentita dal diretto interessato, deve fare i conti con i numeri delle rilevazioni demoscopiche. Privilegiare il dialogo interno al centrodestra con Matteo Salvini, finora, non ha prodotto risultati di rilievo né nella distribuzione dei seggi all’uninominale né nei sondaggi, dove la somma di Lega e FI è quasi sempre al di sotto dello score attribuito al partito di Meloni. E poi c’è quel «che fare?», l’interrogativo leniniano alla base della lenta ascesa dei tanto odiati «comunisti» all’inizio del Novecento, proiettato sul governo che verrà qualora Fratelli d’Italia sbancasse il jackpot elettorale e Forza Italia si trovasse, nell’arco di due elezioni, a passare dal primo al terzo gradino del podio del centrodestra fondato nel 1994. Qualcuno, nella cerchia dei berlusconiani, già ipotizza che lo schema «Meloni premier e Salvini ministro degli Interni» possa rappresentare non la fine ma un nuovo inizio per FI. «Noi abbiamo la cultura di governo che loro non hanno», si è sentito dire l’altro giorno Berlusconi da un amico. Al quale ha risposto: «Hai ragione. E non è una cosa da poco».

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