Vorrei ma non Pos: il 62% delle transazioni continua a essere in contanti

(Giuliano Balestreri – la Stampa) – A un mese dal via alle sanzioni per chi rifiuta pagamenti digitali, le multe si contano sulle dita di una mano. C’è il caso del tabaccaio in provincia di Rovigo che per non accettare 1,8 euro con bancomat dovrà pagare allo Stato 30,07 euro e quello del gelataio di Rimini che voleva 20 euro in contanti: per lui la sanzione della Guardia di Finanza arriva a 30,8 euro. Tuttavia, il terremoto temuto non c’è stato.

Eppure, in tanti cercano di resistere ai pagamenti digitali. «Se torna a pagare domani in contanti le faccio volentieri lo sconto. Ovviamente – dice il ristoratore – le do lo scontrino, ma preferisco fare un favore a lei che alle banche: sa quanto mi costa accettare un pagamento con la carta di credito?». La risposta è nei documenti delle banche italiane: può arrivare fino al 5% dell’importo a cui, però, bisogna aggiungere l’affitto del Pos, le spese una tantum oltre ad eventuali manutenzioni.

Se però si tratta di un’attività stagionale, in molti casi, c’è un aggravio di spesa del 50%.

D’altra parte se fino a 5 euro le commissioni sono azzerate, l’importo minimo – per cifre superiori – è pari a 50 centesimi con il paradosso che per due cappuccini e due brioche, un barista paga una commissione del 10%.

Anche per questo, il governo Draghi nel 2021 aveva scelto di spostare gli incentivi all’utilizzo della moneta elettronica dai consumatori agli esercenti. Per sostenere i pagamenti, quindi, fino al 31 dicembre 2022 è stato aumentato dal 30% al 100% il credito d’imposta sulle commissioni e fino al 30 giugno valeva lo stesso anche per l’affitto dei Pos, ma la misura non è stata rinnovata.

Nonostante tutto, la crescita degli strumenti digitali è costante: secondo Banca d’Italia, nel 2012 i Pos attivi erano 1,5 milioni, lo scorso anno 4,2 milioni; le carte in circolazione sono passate da 72 a 106,1 milioni. Contestualmente, il numero di Atm dove prelevare contanti è sceso dai 43.349 del 2015 ai 37.405 dello scorso anno. Eppure secondo l’Osservatorio sugli Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano, il 62% delle transazioni continua a essere regolato in contanti.

Un regolamento dell’Unione europea ha già tagliato le commissioni interbancarie allo 0,2% per transazione quando si utilizza il bancomat e allo 0,3% nel caso delle carte di credito; ma nessun piccolo commerciante italiano paga così poco. Secondo uno studio recente la commissione media pagata è dello 0,9%: lo 0,54% finisce delle tasche dei circuiti internazionali (Visa, Mastercard, Amex, etc etc); il resto in quello delle banche italiane. Per i piccoli esercenti il conto è decisamente più salato: 1,32%, con lo 0,78% direttamente nelle casse degli istituti di credito italiani.

Calcolare le medie, però, è sempre un esercizio complicato un po’ perché non vengono considerati i costi fissi accessori come l’affitto del Pos; un po’ perché i contratti vengono negoziati individualmente. Per esempio, Unicredit fornisce il proprio Pos dietro al pagamento una tantum di 100 euro a cui aggiungere un canone mensile che oscilla tra i 30 e gli 80 euro. Ancora più ampio è, invece, lo spettro delle commissioni per transazione.

Quando si tratta di Pagobancomat, Unicredit trattiene tra il 2,25% e il 2,3%; le transazioni con carta di credito, invece, oscillano tra il 3,55% e il 4%. Intesa Sanpaolo, invece, chiede 200 euro per installare il Pos oltre a un canone mensile che varia da 15 a 80 euro (ma con una maggiorazione del 50% per i servizi stagionali). Le commissioni oscillano dall’1,8% per il Pagobancomat fino al 4,45% per alcune carte di credito.

E la norma appena entrata in vigore non aiuta in alcun modo la concorrenza perché taglia fuori dall’obbligo tutti i pagamenti innovativi – quelli che secondo il Politecnico di Milano valgono quasi 10 miliardi di euro -: dai sistemi contactless come Apple Pay a Satispay fino ai bonifici. Con il paradosso che il bonifico parlante è obbligatorio per i bonus edili e gli altri strumenti di pagamento sono regolarmente utilizzabili su PagoPa, la piattaforma della Pubblica amministrazione.

E, di fatto, ignora la raccomandazione contenuta all’interno della direttiva europea PSD2 di neutralità rispetto ai sistemi di pagamento garantendo «pari condizioni operative ai prestatori di servizi di pagamento esistenti e a nuovi prestatori». Come dire che le fintech dovrebbero essere messe nelle stesse condizioni delle banche. Nell’interesse dei consumatori e dei commercianti.

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