La guerra dei mandati: deroghe, veti e intoccabili

Le regole per favorire il ricambio in Parlamento e i vari escamotage: dal mandato zero grillino alla legge Pd dei 15 anni. La destra? Se ne frega. Evitare che la politica diventi una professione stabile e che il Parlamento si trasformi nella perpetua residenza dei “soliti noti”. È con questo spirito […]

(DI FEDERICO SORRENTINO – Il Fatto Quotidiano) – Evitare che la politica diventi una professione stabile e che il Parlamento si trasformi nella perpetua residenza dei “soliti noti”. È con questo spirito che alcuni partiti, nel corso degli ultimi anni, hanno inserito all’interno dei loro statuti dei vincoli per limitare le candidature dei propri esponenti. S’è detto un giorno: ‘Basta col fenomeno degenerativo dei politici di professione’, quasi a voler creare uno spartiacque tra la Prima Repubblica e la nuova politica che doveva essere più smart: è il cittadino che deve prestarsi alla politica, non il contrario.

L’obiettivo della norma è stato però spesso tradito, in questi anni non tutti i partiti si sono voluti auto-regolamentare e chi l’ha fatto ha spesso dovuto scontrarsi con la rigidità della regola, gli svantaggi pratici di uno statuto così stringente, le interpretazioni di comodo e le polemiche interne causate da deroghe ad hoc. Fino ad arrivare al paradosso dei partiti che non hanno vincoli ai mandati ma che polemizzano lo stesso con chi quel vincolo ce l’ha e magari – secondo loro – non lo rispetta in modo adeguato. Insomma, un altro terreno di scontro politico che emerge in tutta la sua irruenza ora, con poche settimane di campagna elettorale prima del 25 settembre e con le maglie della XIX legislatura ancora più strette, visto che il Parlamento sarà decurtato di un terzo degli eletti. L’argine al mandato istituzionale ha avuto declinazioni diverse. C’è chi ne ha fatto una bandiera identitaria, come il M5S che prevede un limite di due mandati, e chi invece non ha mai messo un freno alle candidature. È il caso dei partiti di centrodestra. Il Pd invece prevede un limite di tre candidature.

Cinque Stelle Il caso delle sindache Raggi e Appendino

La regola del doppio mandato è una delle regole fondative del M5S, fortemente voluta in principio da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo. Obiettivo era dimostrare come il ricambio degli onorevoli evitasse i casi di politici eletti per decenni di fila. La regola è nel Codice etico M5S e prevede che i candidati possano svolgere al massimo due mandati all’interno delle istituzioni “così come definiti in apposito Regolamento emanato ai sensi dell’art. 9 comma b dello Statuto”, dando di fatto un limite temporale di 10 anni alla loro carriera politica. Il punto è stato controverso, tanto che nel 2019 l’allora capo politico Luigi Di Maio ha introdotto il mandato zero, cioè un mandato aggiuntivo per chi in passato è stato consigliere comunale. Era un’operazione per salvaguardare Raggi e Appendino, sindache a Roma e Torino e spendibili in futuro.

Democratici La quota del 10% di salvataggi

Il Pd invece prevede un mandato in più dei 5S, secondo il comma 3 dell’art. 28 dello Statuto: “Non è ricandidabile, da parte del Pd, alla carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati consecutivi”. Un comma che nelle ultime tre elezioni è stato interpretato come un limite di 15 anni, il che salva potenzialmente molti uscenti. Non solo, sono previste deroghe “sulla base di una richiesta che evidenzi in maniera analitica il contributo fondamentale che, in virtù dall’esperienza politico-istituzionale, delle competenze e della capacità di lavoro, il soggetto per il quale viene richiesta la deroga potrà dare all’attività del Pd attraverso l’esercizio della specifica carica in questione”. La deroga può essere concessa “per un numero di casi non superiore, nella stessa elezione, al 10% degli eletti Pd nella corrispondente tornata elettorale precedente”.

Centrodestra Niente limiti e tanti record

Il centrodestra invece non ha mai voluto sentir parlare di vincoli di mandato. Non sorprenda quindi se la classifica dei più longevi in Parlamento è una lunga sfilza di nomi che in questi anni hanno militato in Forza Italia, Lega o Udc. Il re dei politici di professioni è Pier Ferdinando Casini con 10 legislature (8 da deputato, 2 da senatore). Seguono con 8 legislature Umberto Bossi (6+2), Roberto Calderoli (5+3), Maurizio Gasparri (5+3), Ignazio La Russa (7+1), Elio Vito (8 volte deputato) ed Emma Bonino (7+1), prima tra le donne. Quindi Stefania Prestigiacomo, 7 volte deputata, Paolo Romani (5+2) e Bruno Tabacci (6 volte deputato). Con 5 legislature Giancarlo Giorgetti, Paolo Russo, Renato Schifani e Gianclaudio Bressa (l’ultimo è Pd).

A due mesi dalle elezioni, la partita si svolge dunque anche sul terreno delle candidature. C’è chi potrebbe entrare in Parlamento per l’undicesima legislatura e chi invece rischia di vedersi sbarrata la strada, perché già oggi al doppio mandato. È il caso di molti grillini, su cui gravano le recenti parole di Grillo: “Due mandati sono luce nelle tenebre. Questa regola deve diventare una legge di Stato”. Il M5S si appresta quindi a perdere molti big che in questi dieci anni hanno contraddistinto la storia grillina, come Roberto Fico, Alfonso Bonafede, Giulia Grillo, Danilo Toninelli, Riccardo Fraccaro, Paola Taverna, Vito Crimi, solo per citarne alcuni. Con il rischio – di cui Giuseppe Conte è ben consapevole – che affrontare una campagna elettorale così ravvicinata senza poter spendere volti noti sarà un’impresa ancora più in salita. I tentativi di “salvare” alcuni fedelissimi, al momento, si sono infranti contro il muro di Grillo.

In casa dem, il vincolo del triplo mandato è stato finora facilmente aggirato e anche ieri la Direzione Pd ha approvato un regolamento elettorale con delle deroghe salva-big: è vietata la candidatura di un esponente che ha già superato i 15 anni in Parlamento. Tradotto: chi ha fatto 14 anni e mezzo, magari con quattro o cinque legislature di mezzo, sarà salvo. E addio triplo mandato. In più avranno deroghe coloro che hanno ricoperto la carica di segretario nazionale o ministro (Dario Franceschini, Roberta Pinotti, Piero Fassino, Andrea Orlando). Sono invece fuori dai giochi, a meno di wild card dell’ultimo secondo, Antonio Misiani, Salvatore Margiotta, Luigi Zanda, Emanuele Fiano, Michele Bordo e Barbara Pollastrini.

Chi non ha più di questi problemi è Luigi Di Maio. L’ex capo politico del M5S fece del doppio mandato un mantra. Il 31 dicembre 2018 sferzava i suoi denigratori su Twitter, giurando fedeltà assoluta alla regola del vincolo sulle candidature. “Una regola che non è mai stata messa in discussione e non si tocca. Né quest’anno, né il prossimo, né mai. Questo è certo come l’alternanza delle stagioni e come il fatto che certi giornalisti, come oggi, continueranno a mentire scrivendo il contrario”. I tempi sono cambiati e una settimana dopo aver lasciato il M5S già disconosceva il suo (ex) cavallo di battaglia: “Doppio mandato? Ai cittadini non gliene frega niente…”.

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5 replies

    • Per quello ogni occasione è buona. E giusta, direi 🙂

      “In casa dem, il vincolo del triplo mandato è stato finora facilmente aggirato e anche ieri la Direzione Pd ha approvato un regolamento elettorale con delle deroghe salva-big”, a proposito di questo invece su giornaloni e La7 sará silenzio di tomba. O, al massimo, in 32esima pagina. Insomma, il buon vecchio pippiriddí: avanti popolo, la brioche è cotta, bandiera rotta, etc. Un classico.

      Sui dati pertinenti al Centrobestia mi astengo, devo ancora fare colazione.

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  1. Secondo il giornalista Grillo ha detto “Due mandati sono luce nelle tenebre. Questa regola deve diventare una legge di Stato”.
    Ecco direi al Grillo-grullo, prima fai diventare la regola legge, in modo che valga per tutti, poi puoi irrigidirti sul rispetto della stessa, ma fino ad allora meglio che non continui a menar il can per l’aia, altrinenti rischi che altri, nonostante siano persone perbene, si trasformino in giggino a’ poltrona.

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  2. E chi lo dice che spendere nomi come Fico, Bonafede, Giulia Grillo, Toninelli, Fraccaro, Taverna, Crimi, solo per citarne alcuni… non sia un danno. Ma basta, la Taverna entrata con i morbillo party ha approvato obbligo vaccinale, green pass e invio armi, non se ne può più, idem per Fico, Crimi un mediocre burocrate messo lì a reggere la situazione penosa, la dottoressa Grillo che fece battaglia per i vaccini della Lorenzin poi ha condiviso ogni cosa senza revocare una virgola quando è stata lei al ministero, ministro senza infamia e senza lode, nessuno si ricorda persino che abbia fatto il ministro della salute.
    Ma basta, se ne andassero, se non compaiono in campagna elettorale è anche meglio che la gente li identifica male, meglio non esibirli. Sono diventati bravi a muoversi nei palazzi? possono fare da tutor esterni a chi arriva e tornassero a lavorare, o a trovarselo, come tutti

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