Genova, Napoli, Roma: il viaggio di Nietzsche “vagabondo” tra nausea e cefalea

Di tutti i luoghi studia temperatura, precipitazioni, pressione atmosferica. Da Basilea a Sorrento, da Napoli a Sils-Maria, Nietzsche fa i suoi grandi viaggi per ferrovia, su diligenza postale, in piroscafo; dai primi ricava mal di testa e vomito, dai secondi “scossoni nelle ossa”, dai terzi nausea […]

(DI DANIELA RANIERI – Il Fatto Quotidiano) – Da Basilea a Sorrento, da Napoli a Sils-Maria, Nietzsche fa i suoi grandi viaggi per ferrovia, su diligenza postale, in piroscafo; dai primi ricava mal di testa e vomito, dai secondi “scossoni nelle ossa”, dai terzi nausea e cecità temporanea. Eppure la “natura inquieta e alata dei viaggio” lo sedurrà fino alla fine. Di tutti i luoghi d’Europa studia temperatura media, precipitazioni, pressione atmosferica; nella speranza di trovare sollievo alla sua meteoropatia, si dà al vagabondaggio tra l’Italia e l’Engadina, finché il 3 gennaio 1889, a Torino, cadrà a terra in via Po, vicino a piazza Castello, dopo essersi stretto al collo di un cavallo che il vetturino aveva picchiato.

A Genova, di passaggio da Basilea a Napoli in cerca del sole meridiano, Nietzsche arriva la prima volta nell’ottobre del 1876, a 32 anni. Scrive alla sorella: “Terribile mal di testa: subito a letto, vomito, situazione immutata per 44 ore. Bellissima la calma e i colori della sera”. Per la prima volta ha visto il Mediterraneo.

Vi torna nel 1880, e decide di “crearsi una nuova, del tutto incognita vita da abbaino”: Genova è “una grande città” che gli fa “salire il cuore in gola”. Abita in una mansarda in Salita delle Battistine (ancor oggi, nessuna targa lo ricorda: una, di carta, logorata dalla pioggia in due giorni, è stata apposta sul muro del civico 8 dall’autrice di questo pezzo). L’assoluta solitudine in una città di cui non conosce la lingua dilava le sue inquietudini. Si fa spedire dalla madre pane di segale, giacché quando dal fornaio chiede “pane nero” glielo danno bruciato. Le alture sulla città, le spiagge, il sole di gennaio lo esaltano; le stradicciole misere lo fanno pensare al silenzio che prima o poi calerà “su tutti gli esseri assetati di vita” (La Gaia scienza). Gli ammalianti giardini gli danno la possibilità di teorizzare che “i pensieri migliori sono quelli di chi deambula”. La città di Colombo e Mazzini (il quale ultimo Nietzsche aveva conosciuto durante un viaggio da Lucerna a Lugano attraverso il Gottardo) gli offre loggiati sotto cui meditare: camminandovi, ha l’impressione di “passeggiare dentro sé stesso”.

Vede Venezia la prima volta nel 1880. Abita alle Fondamenta Nuove, davanti all’isola di San Michele, dov’è il cimitero. Scrive all’amico Franz Overbeck: “Ancora non so che effetto mi faccia Venezia. Oggi mi trasferisco in un alloggio che mi sono trovato io, secondo le mie esigenze, non situato dalla parte stretta della laguna, bensì come di fronte al mare aperto, con la vista sull’Isola dei Morti”. I soffitti alti del palazzo favoriscono il suo sonno, perché “sono pieni di pace, come alla fine del mondo”. Venezia, sottile e arabescata, diventa “l’unico luogo al mondo che amo”. La seconda volta, da aprile a giugno del 1884, è ospite dell’amico musicista Köselitz, curatore delle sue opere, l’unico capace di decifrare la sua calligrafia. Piazza San Marco, “meravigliosa delizia per gli occhi”, “popolato deserto”, diventa la sua “stanza di lavoro” (in Genealogia della morale scriverà della nostalgia per la piazza, pensata “in primavera, in un qualunque orario tra le 10 e le 12”). Fa lunghe passeggiate al Lido. Lo affascinano “gli italiani di più basso ceto”: in essi vede “l’aristocratica autosufficienza, la certezza che la città appartiene loro e che a loro è stata mostrata al meglio: un povero gondoliere di Venezia è preferibile a un autentico consigliere di Stato di Berlino ed è anche un uomo migliore”.

Nell’aprile 1882 Nietzsche è a Roma, ospite dell’amica Malwida von Meysenbug. Dentro la Basilica di San Pietro (che non lo impressiona, che puzza troppo d’incenso per i suoi gusti di ateo protestante), conosce Lou Salomé, una ventunenne russa che è in compagnia dell’amico comune Paul Rée. “Caduti da quali stelle ci siamo incontrati qui?”, le chiede; è l’inizio di un rapporto dolorosissimo che lo porterà quasi alla follia (e alle enormi dosi di oppio ingurgitate all’albergo della Posta di Rapallo, mesi dopo). Il clima di Roma agita “il complicato meccanismo” della sua testa. In piazza Barberini una fontana gli ispira una poesia dello Zarathustra.

Sarà la riviera ligure a offrirgli sollievo. Sale al mattino sul Monte Allegro, sopra Rapallo, e conduce una “vita da lucertola”. Nizza, che nel 1883 è italo-francese, gli dà “pienezza di luce”, cieli limpidi, strade serene; ma presto lo mette “sulla difensiva” e diventa una “insopportabile-indegna-stupida-rumorosa-grande-città”. Letizia gli dà il terremoto del 23 febbraio 1887, che fa crollare anche la sua camera alla Pensione de Genève. Si aggira per la città in preda a una stralunata euforia, e si addormenta poi tranquillamente in una casa vuota.

Nell’aprile 1888 arriva a Torino, la cui aristocratica quiete lo conquista. Lo rinfrancano i portici vasti, i caffè, la galleria Cisalpina, proprio sotto alla sua stanza in via Carlo Alberto, da cui provengono arie della Carmen e dove la sera va a prendere il gelato. Qui ci sono “tutte persone perbene”, i ristoratori lo trattano con garbo, le verduraie gli regalano uva e fichi. Torino è depurata dalla “plebaglia”, che per Nietzsche non è mai la classe subalterna, ma la piccola borghesia pseudo-colta tedesca e svizzera.

Qui trova gioia e catastrofe insieme: l’ebbrezza dionisiaca lo folgora in strada, il 3 gennaio 1889. La sua anima “fine, delicata, benevola, bisognosa d’amore” (Thomas Mann) si spezza infine. Il suo affittuario lo porterà a casa, dove Overbeck verrà a prenderlo per condurlo a Basilea e da lì al manicomio di Jena. Durante il viaggio canta una canzone che ha sentito cantare dai gondolieri di Venezia.

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