Conte-Draghi: i guai veri sono povertà e riarmo

Che il M5S resti o esca dal governo Draghi non è dilemma che mi tolga il sonno. Dubito, peraltro, che lo scenario politico italiano ne verrebbe sconvolto, nonostante i toni apocalittici e minacciosi che si sono letti nei giorni scorsi, prima dell’incontro in cui Giuseppe Conte ha presentato i suoi 9 punti al premier […]

(DI GAD LERNER – Il Fatto Quotidiano) – Che il M5S resti o esca dal governo Draghi non è dilemma che mi tolga il sonno. Dubito, peraltro, che lo scenario politico italiano ne verrebbe sconvolto, nonostante i toni apocalittici e minacciosi che si sono letti nei giorni scorsi, prima dell’incontro in cui Giuseppe Conte ha presentato i suoi 9 punti al premier chiedendogli “discontinuità”, con gergo d’altri tempi, e annunciando che la fatidica decisione verrà presa entro la fine di questo mese.

Sia ben chiaro, provo rispetto per chi partecipa a questa discussione avendo vissuto dall’interno la parabola dei Cinquestelle e oggi si trova a fronteggiare non solo delusioni e defezioni opportunistiche, ma anche un clima di dileggio e rivalsa che tradisce, all’interno dell’establishment, un sentimento di “scampato pericolo”. Sintomatico, in proposito, è lo speciale accanimento personale di cui viene fatto oggetto Giuseppe Conte, descritto come “avvocaticchio” incapace e “sor tentenna” da professionisti della politica e dell’informazione che nelle loro biografie annoverano ben altri fallimenti.

Sono i miserevoli risvolti umani di una modesta lotta per la sopravvivenza. Alimentati, oltretutto, dalla paura che il malessere sociale, il distacco dei cittadini dalle istituzioni democratiche, le molteplici emergenze che incombono sul Paese, possano dare vita a nuovi movimenti di protesta popolare dalle forme ancora imprevedibili ma proprio per questo ancor più minacciosi.

I dilemmi esistenziali con cui tutti siamo chiamati a misurarci sono enormi: la pace e la guerra, l’incremento delle spese militari, la produzione e il commercio delle armi, l’applicazione di sanzioni che incidono già sul nostro tenore di vita e sul futuro del sistema economico, il rinvio della transizione ecologica, l’incremento dei flussi migratori. A leggere i giornali, invece, sembrerebbe che la politica italiana preferisca parlare d’altro. Questioni importanti, non dico di no. Ma trovo per certi versi surreale che l’oggetto del contendere si riduca al Decreto Aiuti, approvato con voto di fiducia alla Camera e appeso a un filo, viceversa, la settimana prossima al Senato. D’accordo, vi è stato surrettiziamente inserito il via libera alla costruzione di un inceneritore per la città di Roma che gli ambientalisti reputano obsoleto. Non sottovaluto, è l’implicito preannuncio di una retromarcia nelle politiche di transizione ecologica che non pare scelta isolata. Passa ad esempio dal rilancio della produzione di acciaio a Taranto in impianti posti sotto sequestro dalla magistratura. Non so se questo M5S, e con esso la sinistra rappresentata al governo dal ministro Speranza, possano avere la forza e la credibilità di far proprio il vasto dissenso popolare cresciuto in pochi mesi contro le scelte di riarmo e l’ideologia militarista dell’atlantismo acritico. Eppure questa dovrebbe essere l’ambizione ispiratrice delle scelte sugli equilibri di governo: che parte devono svolgere l’Italia e l’Unione europea per garantire sostegno all’Ucraina senza provocare un’escalation del conflitto? E quali priorità di spesa pubblica assumere di fronte alle emergenze sociali e ambientali? Trovo, in effetti, nella lettera consegnata da Conte a Draghi, riferimenti alla “dignità e autonomia” con cui l’Italia dovrebbe agire, pur nel contesto della Nato, rifiutando il “ruolo di terminali passivi di decisioni assunte da altri”. Giusto. Altri Paesi questa libertà d’azione se la sono presa, senza per questo venir accusati di essere agenti di Putin. Ma allora non posso pensare che il braccio di ferro con Draghi ruoti solo intorno al termovalorizzatore di Roma (“Come voterete al Senato?”, “Vedremo”, ha risposto ancora ieri Conte). Né che la futura alleanza elettorale col Pd – sulla cui linea atlantista si manifesta un dissenso interno di matrice di sinistra e cattolico – prescinda dal chiarimento strategico sulla nostra collocazione internazionale.

Ci vuole più coraggio. Ci vuole più chiarezza. Non si tratta di scegliere, come in un talk show, fra un personaggio e l’altro. Ma di aprire nel Paese quel confronto pubblico che finora è mancato anche nella dovuta sede parlamentare. Se posso, da esterno che non ha mai votato M5S, esprimermi sulle sue dinamiche interne, credo che la scissione di Di Maio – motivata con pretestuose accuse di tradimento rispetto alla lealtà atlantica – offra la possibilità di definire un profilo ideale di questo movimento finora lasciato indefinito, pur di contenervi istanze di destra e di sinistra alla rinfusa. Certo, questo implicherebbe una fuoriuscita dalla dimensione “tecnica” che paradossalmente accomuna Conte a Draghi, e l’assunzione di un’ispirazione culturale umanitaria che sin qui è mancata, ad esempio, di fronte al dramma degli immigrati. Non era, in fondo, proprio Di Maio l’inventore dell’anatema odioso contro i “taxi del mare”?

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1 reply

  1. Sto seriamente iniziando a preoccuparmi. Per la prima volta concordo quasi interamente con la lettura di Gad Lerner, ormai noto per fungere da cavallo di Troia (intenzionalmente o meno poco importa) a danno del pensiero di sinistra (che in Italia ha già i suoi guai)… Sinistra che oggi non ha migliore rappresentanza politica del movimento guidato da Giuseppe Conte

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